agosto 8, 2014 | by redazione
La notte di San Lorenzo con l’orchestra del Carlo Felice di Genova

Sotto le stelle cadenti, alle ore 4,40 sul Belvedere di Villa Rufolo si rinnoverà l’incanto del concerto all’alba

di Olga Chieffi 

La notte di San Lorenzo è una notte magica, infonde speranza per il futuro e i desideri si allineano, seguendole, alle tante stelle cadenti che colorano la notte di un bianco fosforescente, surreale. Il festival di Ravello anche quest’anno rinnova l’incanto del Concerto all’alba sul Belvedere di Villa Rufolo, ospitando l’Orchestra del Teatro “Carlo Felice” di Genova, diretta da Alvise Casellati. L’evento è già sold out, ma con un po’ di fortuna si potrà partecipare domani sera, alle 19,55 alle prove della compagine del massimo genovese, allo “spolvero” prima della performance. Il Maestro Casellati ha scelto di principiare il programma con la Fantasia da Concerto “Una notte sul Monte Calvo” composta da Modest Musorgskij nel 1867. Adatta alle tenebre La struttura della pagina, che prevede: Suoni sotterranei di voci sovrannaturali – Apparizione degli spiriti delle tenebre e di Satana – Trionfo di Satana e “Messa Nera” – Sabba – Suono della campana che disperde gli spiriti delle tenebre – Sorgere del giorno. L’orchestra è piuttosto nutrita; la percussione include, con i timpani, piatti e grancassa; il tam-tam interviene nei momenti di esasperazione fonica e timbrica, ottenuta nel «crescendo» di una geniale sovrapposizione di strati sonori. Allo smalto timbrico si unisce la ricchezza armonica cara a Musorgskij, per cui la Fantasia passa attraverso varie tonalità, prima di giungere al re maggiore del conclusivo Poco meno mosso, avviato dai rintocchi lunghi di una campana, risuonanti in un alone fonico assicurato da flauti, clarinetti, fagotti e violoncelli. Sono sei lenti rintocchi, dai quali si distacca una melopea dei violini (con sordina), poi interrotta da altri sei colpi della campana, sostenuti dall’area vibrazione dell’arpa. Dall’evanescenza del quarto rintocco di questa seconda serie, si libera il canto del clarinetto che, dopo il quinto suono della campana, cede il passo al flauto dischiudente, in sette battute, la limpida luminosità dello  spazio. Spazio al pianoforte di Roberto Giordano con uno dei più amati brani di Manuel De Falla. Tagliate in tre parti, nei tempi Allegretto tranquillo e misterioso, Allegretto giusto e Vivo, le Noches en los jardines de España hanno quanto occorre per sembrare un Concerto per pianoforte e orchestra: non solo la scansione ternaria dei tempi ma anche la rete di relazioni tematiche che li attraversa, in forma più o meno esplicita e riconoscibile, lungo l’intero arco formale. La prima di queste “impressioni” s’intitola En el Generalife e si ispira a uno dei più bei luoghi di Granada, il poggio che spazia sull’Alhambra (in arabo “janant al’arif”, ossia giardino dell’architetto) che, curiosamente, Falla visitò solo nel 1914, quando la composizione delle Noches era già in uno stadio molto avanzato. Nel carattere, nell’atmosfera così vaga e trasognata, è proprio un Notturno, incentrato su un tema di una semplicità quasi elementare: un canto primitivo, tutto contenuto nell’ambito di un sobrio spazio intervallare, ma che dà origine a una cullante, effusiva rete di sonorità orchestrali. Se c’è un brano che più di ogni altro rappresenta la sintesi, così tipica del primo Falla, tra l’idioma andaluso, qui preso nello spirito più che alla lettera, e l’impressionismo europeo, è questo che apre la serie delle Noches. Il tema secondario, invece, è identico a un tema presente in una Zarzuela di Amadeo Vives: pare che entrambi i musicisti l’abbiano sentito suonare da un mendicante cieco a Madrid e se ne siano come involontariamente appropriati. I brani successivi sono invece danze. Lenta, languida, nostalgica, salvo gonfiarsi e animarsi nel suo corso, è la prima, intitolata Danza lejana (Danza lontana), che si collega senza soluzioni di continuità con En los jardines de la Sierra de Córdoba, che invece è una danza frenetica (erroneamente alcuni musicologi la hanno identificata con la Zambra, chiassosa festa gitana), seppur non priva di malinconia, che sorregge un tema vigoroso e sinuoso allo stesso tempo, scandito prevalentemente dal pianoforte, nota per nota. Strumentini e violoncelli sugli scudi nella sinfonia dei Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi. La celebre pagina si apre con un Adagio mesto e drammatico basato sul tema della morte che non viene mai abbandonato, anche quando i fiati cantano una melodia affettuosa; infatti, i clarinetti continuano pianissimo a richiamare quella triste nenia. Un rullo di tamburi introduce l’Allegro fragoroso e furibondo che si scatena con la feroce musica del massacro. Il secondo tema è costituita da una melodia dolcissima che sarà poi, il duetto del primo atto tra Arrigo e Manforte. L’inciso tematico successivo sfocia in un crescendo che sembra preludere alla conclusione, ma non è così. I clarinetti, guidati dalla eccellente musicista Valeria Serangeli, nella regione acuta ci fanno udire l’addio di Elena alla sua amata terra, mentre al grave udiamo ancora il tema della morte che ci rammenta lo sfondo tragico della vicenda. La ripresa è, invece festante e grandiosa e con un crescendo potente sorretto da timpani, piatti, grancassa e tamburo militare si conclude maestosamente. Finale con la Sinfonia n°8 op.88 di Antonin Dvoràk in Sol Maggiore, un esempio di sinfonismo poematico, anche se non proprio di poema sinfonico. L’organizzazione tradizionale dei quattro tempi a carattere contrapposto (un Allegro, un movimento lento, un tempo di danza, un Allegro finale) qui è rispettata ma con leggere alterazioni: Allegro con brio, Adagio, Allegretto grazioso (qui una specie di Ländler come un piccolo valzer), Allegro ma non troppo. Tuttavia il rigore formale nei rapporti fra i temi entro ogni movimento e dei quattro movimenti tra loro è secondario rispetto alla libertà dell’invenzione melodica, che è ricca e attraente, infatti è certamente sorprendente una sinfonia in sol maggiore che si apre con una frase in sol minore. Ma in quella scelta, in realtà, si annida tutta la natura mutevole di Dvořák, quell’animo perennemente in bilico tra serenità e turbamento che fa parte della stessa cultura boema, dei suoi canti popolari, della fisionomia sfuggente delle sue danze, le poliedriche dumke. Si tratta di un invito ad accettare la realtà in tutta la sua dimensione contrastata, un’introduzione melanconica alla follia collettiva che divampa poco dopo in tutta l’orchestra. L’Adagio è una romanza senza parole, un movimento raccolto e intimo, capace di commuovere con semplicità, puntando dritto all’emotività dell’ascoltatore. L’Allegretto grazioso è un valzer elegante, che non riesce a trattenere qualche esplosione umoristica; nella sezione centrale – il trio – emerge una melodia leggiadra, fresca e spontanea, che ritorna in chiusura trasfigurata da un cambio di tempo: quasi un ricordo lontano, travolto dalle giravolte della danza. Mentre il finale è aperto da una scultorea fanfara di trombe, un annuncio solenne che sembra anticipare grandi eventi; nei violoncelli cresce un tema sinuoso, la cui solennità un po’ posticcia si deforma in una serie di variazioni articolate; poi progressivamente emerge la natura semplice e famigliare dell’idea iniziale, riportando la composizione alla sua vera identità: la superbia introduttiva si sgretola definitivamente, lasciando spazio alla confessione intima di un compositore sincero.

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