dicembre 16, 2015 | by Emilia Filocamo
“La Sicilia è un territorio tra i più belli al mondo ma che si sta sgretolando inesorabilmente” a tu per tu con Bruno Torrisi, il questore Licata di Squadra Antimafia

Per cominciare questa intervista mi dovrò soffermare su un verbo che il suo protagonista, l’attore Bruno Torrisi, volto noto di successi come Il Capo dei Capi e recentemente reduce da quello di Squadra Antimafia, in cui ha interpretato il Questore Licata, ha utilizzato ad un certo punto parlando della sua terra di origine: la Sicilia. Quando infatti gli ho chiesto di fare un augurio alla sua terra d’origine, Bruno Torrisi ha utilizzato il termine “insorgere”. Di primo acchito pensavo ad una variante per risorgere, poi ad un errore dovuto alla fretta, poi, invece, con un attimo di pazienza e di attenzione in più, ho capito. Perché risorgere poteva essere solo alba di un cambiamento, uno svegliarsi da un torpore quasi da bella addormentata che nel caso della Sicilia, terra meravigliosa ed affranta, mi appare adesso come un paragone perfetto. Dunque se il risorgere è di miracolo e di azione quasi passiva perché tributata da altro, da un miracolo per declinazione religiosa, da un intervento esterno, l’insorgere presuppone guerrescamente un’azione precisa, una volontà di alzarsi, di dimostrare chi si è. E questo aspetto mi ha fatto subito amare questa intervista ed apprezzare la generosa gentilezza di Bruno Torrisi, un artista delicato, un signore di altri tempi come lo definiscono i suoi colleghi.

Bruno Torrisi e Squadra Antimafia: può parlarci di come ha affrontato il suo personaggio in questa serie di successo, di come si è evoluto e, soprattutto, può raccontare ai nostri lettori che aria si respira su un set di tale successo? Ho affrontato questo personaggio non senza emozioni, mi consideravo (e ancora mi considero) un novello della televisione ed avere l’opportunità di recitare al fianco di attori, che tuttora ammiro, non posso negarlo, mi intimoriva e allo stesso tempo mi stimolava ad impegnarmi al massimo. Mi reputo fortunato, sia nel “Capo dei capi” che in “Squadra antimafia”, ho trovato un ambiente di lavoro magnifico. Con gli attori si è creato un rapporto di reciproca amicizia e stima professionale. Ogni scena spesso si concludeva con l’abbraccio che sanciva l’ottimo risultato, così come accade ancora oggi, con i nuovi arrivi.

Il suo personaggio in Squadra Antimafia? Interpreto il questore Licata, nelle prime edizioni era piuttosto marginale ma col tempo ha acquisito maggiore presenza (di questo ringrazio la sceneggiatura, sempre accattivante e la produzione che mi ha dato fiducia) senza per questo cambiare il suo carattere e le sue funzionalità. Il “Questore Licata” rappresenta la rigida regola, la legalità, è un personaggio ricorrente nei polizieschi, raramente lo vedremo in azioni eroiche, ma spesso lo abbiamo visto arrabbiato, impacciato nel suo stesso ruolo che lo vuole inflessibile nel rispetto delle procedure, paterno con tutti i poliziotti che lui considera quasi dei figli, indulgente, commosso. Licata è abnegazione totale nei confronti del proprio lavoro inteso come missione, è il superiore a cui chiedere consiglio, il superiore da temere e rispettare, ma è anche la regola da trasgredire. Questi sono i pensieri che mi affollano la mente quando mi accingo ad interpretarlo. A volte ho paura di non venirne più fuori da questo personaggio, a volte lo trovo insopportabile, a volte mi sta simpatico, altre volte mi sembra ridicolo, dopo otto anni però mi ci sono affezionato e a quel che vedo anche il pubblico ha imparato a volergli bene.

 La Sicilia è un po’ il sapore di sottofondo di tutta la sua carriera: cosa porta nel suo lavoro della sua terra e quanto l’ha aiutata e magari anche ostacolata? Di solito quando vado a girare mi faccio preparare un bel po’ di paste di mandorla o torroncini e li porto sul set; vanno a ruba. Scherzo! Però è vero e se qualche volta non riesco a portarle loro ci rimangono male, li ho viziati. Questa però credo sia una domanda da rivolgere ad altri: “cosa porta della Sicilia Bruno Torrisi nel suo lavoro?”. Spero di portare con me quel poco di buono che è rimasto dell’essere siciliano. Mi reputo un uomo di altri tempi o come spesso amano definirmi gli amici: “un uomo vintage”. Il buon siciliano è una persona che parla poco (e non perché è omertoso), è una persona che ama le vecchie buone maniere e il rispetto per la donna, è abituato alle difficoltà e per questo più paziente, tiene molto alla parola data che per lui vale più di una firma in un contratto, non dimentica mai le cortesie ricevute e tende ad affezionarsi alle persone con le quali ha trascorso anche solo mezza giornata. Questo e altro ancora sono le cose che credo di portare con me scolpite nella mia persona, poi però sono gli altri che dovrebbero confermarlo. Essere siciliano incuriosisce il pubblico, un siciliano che recita bene è accattivante, pieno di temperamento come quasi tutti gli attori del meridione, e questo forse aiuta. La cosa che può ostacolare è la distanza a volte non solo geografica che può essere un problema per la carriera. L’attaccamento alla propria terra, il sentirsi diversi, la cocciutaggine tipica degli isolani sono prerogative che diventano zavorra nella carriera di un attore.

Bruno Torrisi che tipo di spettatore è? Le piace quello che vede in tv e, in genere, cosa segue e cosa proprio non sopporta? Pessimo spettatore da sempre, da eterno adolescente per me la giornata comincia all’imbrunire, quindi teatro, cinema, palestra, amici, lavoro mi tengono distante dal televisore. Guardo la televisione esclusivamente se ci sto io o dei colleghi che stimo, il teatro (quando lo fanno) e soprattutto i bei film che non sono riuscito a vedere al cinema. Sicuramente non seguo programmi di propaganda politica o di intrattenimento fine a se stesso.

Ho letto che lei è un esperto di arti marziali: la cura del corpo è un elemento fondamentale nel suo lavoro? E quanto tempo dedica a questo? Esperto è una parola grossa, sono stato in passato un appassionato delle arti marziali cinesi perché le reputo un ottima disciplina per acquisire grazia ed eleganza soprattutto a teatro. Consiglio a tutti gli attori di approfondire l’argomento kung-fu e non per la difesa personale, ma per il tipo di allenamento che serve a migliorare le capacità espressive di tutto il corpo. Provare per credere.

Cosa la aspetta dopo Squadra Antimafia? Può anticiparci qualcosa dei suoi prossimi progetti? Non so cosa mi aspetta dopo Squadra Antimafia, il mio obiettivo è quello di ritornare a fare teatro con una compagnia tutta mia come ho sempre sognato di costituire, e se poi arriverà un’altra serie televisiva, o un impegno cinematografico da affrontare, ben vengano.

Che tipo di augurio vuole fare alla sua terra? Di insorgere a nuova vita. La Sicilia è un territorio tra i più belli al mondo ma che si sta sgretolando inesorabilmente perché maltrattata, dimenticata, abbandonata, oltraggiata dai suoi stessi figli. La mafia è un cancro ormai in metastasi che sta facendo sprofondare questa amata terra in un baratro senza fine. E per mafia non intendo solo le attività malavitose ma soprattutto la depressione culturale che ne comporta. È come un malato terminale che sa di dover morire di lì a poco e non ha più la forza di provare a reagire, ma anzi si lascia morire chiedendo soltanto che qualcuno per evitargli il dolore continui a somministrargli morfina.

Posso chiederle di provare ad indovinare o a suggerire il tema conduttore per il prossimo Ravello Festival 2016? Non sono mai stato a Ravello e mi piacerebbe rimediare. Beh per quanto riguarda il  tema conduttore per il prossimo anno, non sono molto documentato su quelli passati, ma chissà forse ‘L’Amore’ potrebbe essere un tema possibile? Grazie della vostra cortese attenzione, a presto e buon lavoro.

Cortese e di altri tempi è anche questa conclusione, tipica di un uomo di valori, di una tradizione fatta di promesse mantenute, di genuinità e silenzi pesanti, perché pieni di parole.

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