novembre 14, 2015 | by Emilia Filocamo
“La Speranza” è il tema suggerito da Marco Ponti per il Ravello Festival. Il regista del successo “Io Che amo solo te” si racconta

Talvolta è difficile comunicare alcune sensazioni. Tuttavia, nel caso dell’intervista al regista Marco Ponti, ho avuto l’impressione di esserci riuscita, di aver trasmesso. È stato per me complicato, o quantomeno imbarazzante, dovergli rivelare che volevo disperatamente intervistarlo dopo il successo di Io Che amo solo te, film con Michele Placido, Maria Pia Calzone, Laura Chiatti e Riccardo Scamarcio, nonostante non avessi ancora avuto modo di vedere il suo film per una serie di contingenze, imprevisti, organizzazioni, orari, impegni. Ma poi, ho pensato che essere sincera poteva essere un modo di bussare con gentilezza al suo campanello di artista di successo, e che, tutt’al più, poteva procurarmi un “essere rimandata al dopo la visione”. Invece non è stato così e se Marco Ponti è riuscito a cogliere via telefono oltre alla mia emozione di parlargli, la gratitudine che ho provato per aver accettato la mia richiesta da impreparata “visiva”, credo di aver ottenuto già tanto.

Signor Ponti, come nasce il sodalizio artistico con lo scrittore Luca Bianchini, autore del romanzo da cui il film Io che amo solo te, è tratto? Con Luca siamo amici sin dai tempi dell’Università, direi che è uno dei miei pochi amici storici e con lui ho praticamente condiviso tutto, è stato un po’ come se le nostre vite procedessero in parallelo. Quando io ho iniziato a fare cinema, lui il suo primo romanzo, io Santa Maradona e lui Instant Love, e questo è stato bello ed utile, perché ci confrontavamo su tutto. Ho sentito che “Io che amo solo te” meritava di diventare un film ed è stata la prima volta in cui abbiamo realizzato un film da un suo romanzo, ci avevamo ragionato con Instant Love ma poi non è successo. Con questo film devo dire che l’adattamento è stato apprezzato, il pubblico lo ha amato molto e ne siamo felici, successo o non successo, siamo partiti da un’amicizia vera, la nostra, e questo è sempre importante.

Da addetto ai lavori, è convinto che adattare a film dei romanzi sia una sorta di “formula” per creare un prodotto di qualità o successo? Ci sono tanti precedenti noti non solo per il cinema ma anche per la tv. Onestamente ogni singolo film è una storia a se, poi dipende anche molto dal tipo di romanzo. Non esistono una formula o una regola, ci sono libri belli e film belli. È ovvio che se il romanzo è bello devi tradurlo in maniera altrettanto bella, e questa è una grande responsabilità, ma se è brutto non puoi certo permetterti di fare un film brutto! Non funziona così.

Durante le riprese di Io che amo solo te c’è stato un momento particolare che proprio non riesce a dimenticare? Sì, è stato quando Ninella, interpretata da Maria Pia Calzone e Mimì, interpretato da Michele Placido, ballano insieme dopo essersi evitati per 30 anni: è stato emozionante e una scena resa così bene è piaciuta tantissimo anche a Luca Bianchini. È forse stata anche la scena più difficile: vedere che la troupe si è commossa fino alle lacrime, mi ha fatto capire che stavamo facendo la cosa giusta.

Qual è stato il fil rouge che vi ha guidati nella scelta dei protagonisti? Abbiamo ragionato a lungo con Luca Bianchini e la produttrice Federica Lucisano: non doveva esserci nessuna imposizione ma tutti potevano avere il diritto di veto. In realtà abbiamo avuto molta fortuna perché per i ruoli principali, come quello di Placido, eravamo tutti d’accordo. Diciamo che la ricerca è stata faticosa, ma la decisione veloce.

Parliamo di musica: quanto ha influito nel film e che rapporto ha lei con la musica? Ammetto di essere un incompetente, nel senso che non canto e non suono nessuno strumento. Tuttavia amo la musica, amo ascoltarla e nella scena del ballo, sapevamo di volere non una canzone, ma la canzone. La cantautrice ed interprete, fra l’altro pugliese, Alessandra Amoroso, si è entusiasmata e me l’ha cantata al telefono. Ecco, anche quello è stato un momento esaltante. Per la colonna sonora ho avuto l’ausilio del compositore Gigi Meroni, che da anni vive a Los Angeles: ha composto un paio di ore di musica solo leggendo la sceneggiatura del film, ancora prima di girarlo;  insomma il sound era pronto prima del film stesso come già era avvenuto per Santa Maradona. Ma questo è molto importante e può avere un grande impatto e uno straordinario potere di ispirazione.

Mi toglie una curiosità: come ha trascorso la sera prima del debutto, insomma prima dell’uscita al cinema del film, se non erro dunque il 21 ottobre? Bella domanda! Nessuno me l’aveva mai fatta prima. In realtà la sera precedente l’uscita è stata semplice perché avevamo già avuto due anteprime con cui rodare l’emozione. La sera prima della premier milanese avevo l’adrenalina a mille, avevo voglia di scappare, poi di restare e vedere come andava. Quando il film poi è uscito in Puglia e ho saputo dai dati che eravamo i primi, ecco il misto di sensazioni è stato paura e gioia. Per me il film è bello perché l’ho fatto dandoci l’anima e non perché sta avendo successo, il resto è una conseguenza. Il ragionamento contrario, vanno in tanti a vederlo, dunque è bello, può essere pericoloso per un regista.

Ha qualche rito scaramantico prima dell’uscita di un suo film? No purtroppo, ma vorrei cominciare ad averli!

Conosce Ravello ed il Ravello Festival? Le va di provare ad indovinare il tema del prossimo Ravello Festival? Sono stato l’ultima volta a Ravello 10 anni fa ed è meravigliosa. Un tema a cui penso per il prossimo anno e che potrebbe essere valido non solo per il vostro Festival ma per tutto è “La Speranza”. In questo periodo c’è tanta disperazione nelle facce che arrivano dai Paesi afflitti dalla guerra, il mio augurio, è che presto impareremo ad accoglierli meglio e ad accogliere meglio il futuro.

Sono le ultime parole dell’intervista a Marco Ponti: vorrei dirgli, ma non lo faccio, che, grazie a questa breve ma intensa chiacchierata con lui, ho avuto la percezione di cosa sia il successo, senza scomodare botteghini presi d’assalto e statistiche. E rubando una scena del suo film, che vedrà presto, posso dire che non è solo fortuna, non è occasione: è quando la passione, autentica,    invita a ballare il talento.

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