novembre 25, 2015 | by Emilia Filocamo
La storia del cinema nel docufilm di Carlotta Bolognini “Figli del set” che racconta la sua straordinaria famiglia ed il rapporto con l’indimenticabile zio Mauro

In questa intervista, che, lo ammetto, ho fatto con una notevole dose di soggezione considerando la levatura del personaggio che mi apprestavo ad intervistare, c’è stata una bellissima inversione di rotta. Trattandosi di Carlotta Bolognini, figlia di Manolo e nipote di Mauro, che è come dire tre volte leggenda senza prendere fiato, sapevo che avrei intessuto questa chiacchierata con la parola cinema dalla prima virgola all’ultimo punto. Ma la sorpresa, la splendida virata, è stata proprio scoprire che si è parlato di qualcosa che è addirittura al di sopra di una tradizione cinematografica blasonata ed osannata quale quella dei Bolognini e questo qualcosa è la famiglia, l’elemento più importante per Carlotta Bolognini. Un senso di unione, di calore quasi d’altri tempi, una volontà di stare insieme non per lavoro, o meglio non solo per lavoro o per la naturale declinazione della propria vita assemblata a mo’ di novello centauro a quella di una macchina da presa, ma proprio per il bisogno di stringersi intorno ai propri cari prima che il tempo, puntuale come un ciak, arrivasse a cambiare le cose. Sono i pranzi della domenica, i nipoti intorno al tavolo come un tempo, le ricette impasticciate del grande Mauro Bolognini, sono i consigli di onestà e correttezza di papà Manolo, la voce al telefono di Mauro prima che la SLA ammutolisse anche quella. È il cinema, quello vero, quello dei grandi nomi, di Mastroianni, dei ricordi e dell’irripetibile. Ed io posso solo essere grata ed onorata di aver avuto questa occasione, questo incontro fatto non di  strette di mano ma di parole con le quali  spero di essermi avvicinata a riprodurre più fedelmente possibile il vagone di emozioni che mi ha investita.

Signora Bolognini, una domanda che credo le avranno già fatto decine di volte: cosa vuol dire portare un cognome come il suo in termini di eredità culturale, storica, responsabilità ed affetto? Sono estremamente orgogliosa del mio cognome non solo per quello che mio padre e mio zio hanno fatto per il cinema ed il teatro italiano, ma per gli uomini che sono stati, per quello che mi hanno insegnato, per i valori trasmessi. Purtroppo ho perso mia mamma che ero una ragazzina e quindi ho sempre vissuto con papà e zio, che ho sempre considerato il mio secondo papà. Loro mi hanno insegnato l’amore per la bella musica (zio mi cantava “Pagliacci” io rispondevo con la Tosca!), l’amore per la Famiglia, gli amici, mi hanno sempre insegnato ad essere sempre onesta, umile, rispettosa e corretta con gli altri. Come responsabilità e a livello lavorativo invece è’ stato più faticoso. A me non era e non è concesso sbagliare! Ho sempre dovuto lavorare molto di più di quello che dovevo perché c’è questa brutta abitudine di fare paragoni e ho sempre dovuto dimostrare che ero su un set o sto facendo un certo lavoro, per quello che so fare non perché ero e sono “figlia di”.

La sua vita si declina con il cinema in maniera naturale, spontanea. Ma se non avesse intrapreso questa strada, come si sarebbe immaginata, intendo professionalmente? Mah, chissà… quando ero ragazzina il mio sogno era fare la mamma e l’ho realizzato perché ho due splendide figlie che cresco da sola e con non poche difficoltà. Magari avere un locale, cucinare per gli amici. L’amore per la cucina me lo ha trasmesso zio, che era un grande cuoco, pasticcione ma bravissimo! La sera al telefono ci scambiavamo le varie ricette: sono le ultime cose che ho sentito dalla sua voce… prima che venisse colpito dalla SLA.

Qual è stato ed è il più grande consiglio che ha ricevuto da suo padre? “Onestà sempre!” e “Charlye, vai avanti”. 

Da addetta ai lavori, come giudica la situazione del nostro cinema in questo momento? Sono quasi totalmente fuori dal cinema di oggi. Non mi ci ritrovo. È un altro modo di fare da quello che ho avuto la fortuna di fare io. E non parlo di tecnica ma di testa! 

Può parlarci del docufilm al quale sta lavorando in questo momento? Location, cast, nascita e motivazione dell’ispirazione. Il mio docufilm “Figli del Set” è un omaggio a quel bel cinema, a quei meravigliosi professionisti che ho conosciuto, ad ogni reparto, costumi, trucco, scenografia, direttori della fotografia, doppiaggio, attori, capogruppo, maestri d’armi, parrucco, il tutto raccontato dai loro figli che hanno vissuto sui vari set e la maggior parte ha ereditato il lavoro e la passione dei loro padri. La troupe prima era una grande famiglia, si stava sempre insieme, ci si aiutava, si mangiava insieme. Ho voluto rivivere quel periodo magico tirando fuori foto e filmati inediti, personali, di vari film e di ogni personaggio. Il cast è veramente notevole. La regia è di Alfredo Lo Piero, giovane catanese, un grande appassionato dell’arte del cinema che ha coprodotto e firmato con me la sceneggiatura. Un grandissimo montatore, Marco Spoletini, 3 palme d’ oro a Cannes e un David di Donatello, una segretaria di edizione storica, Patrizia Zulini, che fece anche “Django” di mio padre e altri film di zio, quindi un grande onore per me, e poi un grande truccatore: Pietro Tenoglio. E poi ci sono le “mie perle” cioè i “figli di”, molti dei quali miei amici fin dall’infanzia come Rossellini, Gemma, Quinn, Spoletini, Tognazzi, Vallone, Tessari/De Luca, Frizzi, Izzo, Nannuzzi e tanti altri. Ciliegina sulla torta: la voce narrante è di Giancarlo Giannini.

Parlando di lei è inevitabile parlare di Mauro Bolognini: in cosa è stato rivoluzionario, unico ed indimenticabile dal suo punto di vista? Per quanto riguarda i suoi lavori, sono sotto gli occhi di tutti e chiunque può giudicare e criticare. Io sono un po’ di parte. Per me ogni fotogramma è un dipinto; ricordo quanto era perfezionista nell’inquadratura, nell’ aggiustare un fiocco o un capello fuori posto o un cuscino della scenografia che metteva o spostava mille volte. Io invece vorrei parlare di lui come persona splendida quale era. Di lui voglio ricordare il suo grande cuore, la sua dolcezza nonostante fosse un uomo molto alto e robusto, il suo amore per le belle cose, i suoi ” sughetti” impasticciati e il suo mitico roast-beef, le sue mani grandi ed i suoi abbracci, la sua grandissima generosità verso tutti. È stato tutto per me, il mio maestro, un amore grande appunto, unico ed indimenticabile per me.

Lei ha un suo film preferito fra quelli che storicamente sono legati alla sua famiglia?
Amo moltissimo “Il bell’Antonio”, “Arrangiatevi” e “La Pelle”.

Che tipo di atmosfera si respirava in casa sua quando era ancora bambina? C’erano serenità, amore, pace, eravamo sempre insieme, tutti. Sono stata molto fortunata, non è durata molto, come ho detto prima, perché mia mamma ci ha lasciato molto giovane, ma è stata una bella famiglia. Io cerco di rivivere quell’atmosfera almeno ogni domenica con il tipico pranzo familiare, come facevamo all’epoca, ancora con il mio papà, le mie figlie, i miei fratelli.

Le va di provare ad indovinare il tema del prossimo Ravello Festival? Non ho idea, forse mi piacerebbe “IERI”.

Tre sostantivi con i quali la parola “cinema” deve obbligatoriamente rimare. Posso dirne quattro? Cultura, passione, sogno, onestà.

In questa risposta che ha chiuso la nostra intervista, ho immaginato per un istante la bella Carlotta Bolognini, Charlye, come si fa chiamare, perdersi fra i suoi pensieri ed ascoltare la voce dell’amato zio che, da qualche parte, fra le stelle, le pellicole ed i ricordi, l’osserva senza suggerirle nulla perché sa che quelle quattro parole sono già tutte dentro di lei.

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