luglio 20, 2014 | by redazione
La storia del jazz nel violino di Regina Carter / VIDEO

di Olga Chieffi*

La violinista di Detroit ha incantato il pubblico del Ravello Festival, presentando in quintetto il suo ultimo lavoro Southern Comfort

Grande tradizione afro-americana al Ravello Festival, racchiusa nel violino di Regina Carter, la quale si è presentata sul palco a getto sul mare di Villa Rufolo, in quintetto con Will Holshouser alla fisarmonica, Marvin Sewell alla chitarra, Chris Lightcap al basso e Alvester Garnett alle percussioni, per onorare il tema di questa edizione “Sud” con un’esplorazione delle sonorità folk del Southern Comfort, suo ultimo lavoro discografico. La Carter si è posta emozionalmente sulle tracce del patrimonio affettivo di famiglia, in cui convive il canto religioso, i gospel songs, la musica profana da ballo, da occasione, inaugurante un compromesso con lo swing, il funky, il Rhythm & Blues e con la sua cultura classica, mantenendo, però sempre centrale il ruolo della comunicazione dell’articolazione poetica, in cui la comunità nera si riconosce. Concerto inaugurato da “Miner’s Child” la “Preghiera del bambino di un minatore”, di per sé un arrangiamento di un canto ascoltato da piccola, che si riferisce direttamente al nonno – un minatore di carbone che non ha mai incontrato. Il suo violino duetta con la fisarmonica di Houlshouser, e le raffinate chitarre blues e blues-grass di Marvin Sewell, in una perfetta combinazione tra perizia tecnica e lirismo, in cui l’interpretazione moderna ha mantenuto la grana grezza dell’originale contesto, su di una trama ritmica scarna, quanto pulsante e in una chiave espressiva, insieme gioiosa e asprigna. “Hickory Wind” è stata resa con tenerezza straziante dal violino e fisarmonica che sono riusciti a cantare direttamente l’uno sull’altro, con la chitarra elettrica a far funzione di un pedale evocante il pianto. “Shoo-Rye” è una canzone per bambini dei monti Appalachian che ha rivelato le radici Cajun del violino di Regina, evolutesi nel jazz moderno. Ancora un tradizionale spiritual, “J’m Going go home” nostalgica e contemplativa con chitarra e fisarmonica che hanno espresso riverenza verso una società che fu, rimodellante melodia e racconto in una geometria obliqua dal liquido abbandono. Regina, non ha disdegnato di attraversare per intero il suo bagaglio culturale infinito, citando qualche nota, nelle sue improvvisazioni, di Antonín Dvořák dall’ “Americano String Quartet” (dovuta senza dubbio della sua formazione a Il New England Conservatory of Music), e ancora le big band della swing era con “Bugle call rag”, pezzo forte della formazione di Benny Goodman o Chattanooga-Choo Choo, il trenino della neve di Glenn Miller, con una pronuncia “fisica” e ad un senso ritmico che ha sancito il legame indissolubile con le pulsazioni della strumentista.
Ne è emersa una poliedricità, implacabilmente personalizzata da un’originalità definita in ogni dettaglio, che tende ad evidenziarsi nella scansione del fraseggio, nella ricercata preziosità armonica della cavata, che ha pochi eguali, un esempio di come si possa allargare la tavolozza sonora, proiettando in avanti il linguaggio, senza perdere di vista aspetti essenziali del campo artistico di appartenenza, nella fattispecie l’improvvisazione, l’espressività timbrica e il ritmo, in una chiara adesione ai concetti ritmici del jazz, alla cura e alla ricerca minuziosa del sound e alla sua non rinuncia, nemmeno in presenza di strutture ampie e vincolanti, alla pratica improvvisativa espressa con tecnica quasi funambolica. Il contrabbasso di Chris Lightcap si è dimostrato solido come una roccia, nel pieno delle proprie facoltà espressive, profondo e affascinante, quanto può esserlo chi si trova in stato di grazia, mentre la batteria di Alvester Garnett è risultata l’ossatura sicura di ogni brano, andando a completare un insieme il cui sesto componente è risultato essere il divertimento, l’ironia che ha ammantato sia l’aspetto tematico che le fasi “libere”, soprattutto quando il gioco improvvisativo si è fatto multiplo, scambievole, incrociato, nelle sparring-four.
Pubblico incollato alle sedie, legato da quell’invisibile filo rosso, rappresentato dalla attenzione generata dalla prepotente tensione in avanti del gruppo e il relax, unitamente a quel senso particolare di dilatazione del tempo che è dono unicamente dei grandi interpreti.

*giornalista e critico musicale 

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