febbraio 10, 2014 | by Nicola Mansi
L’altro Knopfler. A sessant’anni la seconda giovinezza

Dieci album da solista e il grande merito di aver fondato insieme col  fratello Mark nel 1977 una delle band rock più celebri del mondo: i Dire Straits. Nel 2013, a sessant’anni, David Knopfler è ritornato in Italia con un tour che da Ravello lo ha portato su e giù per lo stivale. Giusto il tempo di rifiatare e di nuovo sul palco, questa volta in Germania con Harry Bogdanovs per il suo 30th Anniversary Tour 2014. Una serie di sold out che segnano, per il vulcanico David, una seconda giovinezza “Ho appena raggiunto i sessanta, c’è certamente qualcosa che mi suggerisce l’idea di tornare indietro e non fare più nulla – dice con la proverbiale loquacità – . Se avessi un monolocale perfettamente funzionante e vivessi in un solo posto, potrei anche limitare il mio lavoro dal vivo, ma il 2014 è già completo in una certa misura, quindi dovrei tracciare una linea sulla sabbia in una data arbitraria nel futuro e dire: basta con le prenotazioni. Non mi sembra di essere ancora pronto per farlo”.

Si dice che lei ami molto l’Italia, è così? L’Italia è uno dei tre posti nel mondo in cui potrei pensare di vivere il tempo che ho davanti. Ho un rapporto meraviglioso con questo paese, con la sua storia, la sua cultura e il suo popolo socievole e generoso. Anche il fatto vi si possano trovare deliziosi e sconosciuti paesini con altrettanto deliziosi ristoranti, poi, non è affatto male. In Italia non c’è bisogno di citare la grandiosità di città che ti lasciano senza fiato, come Roma, Firenze o Milano, per scoprire una bellezza che si ritrova ad ogni angolo, anche in località più piccole e meno conosciute, ma altrettanto suggestive.

Lei è nato a Glasgow, in Scozia poi si è trasferito a Newcastle, ma da bambino David cosa sognava per il suo futuro? Devo dire che ho sempre avuto le idee piuttosto chiare in merito al mio futuro. A sette anni desideravo essere Tony Meehan degli Shadows poi Dave Clark dei Dave Clark Five.

La musica era lì ad aspettarla. Sonicchiavo per la maggior parte del tempo e ho velocemente rimpiazzato la batteria con la chitarra e con il pianoforte. Ho cominciato a suonare la chitarra ritmica per un cantante folk molto presto, la cosa mi ha dato un po’ di esperienza sul palco e l’ho usata per eseguire le mie canzoni al club popolare della scuola e presentarle come canti “tradizionali irlandesi”. Il presupposto della mia scuola era che qualsiasi cosa tu aspirassi a fare, prima o dopo, avrebbe portato a punizioni corporali. Sono stato legato alla mia scuola elementare dallo schema ritmico di ‘Wipe Out’ e praticamente tutto ciò aveva a che fare con il fare musica contemporanea correva lungo quelle linee. Ed era considerato distintamente irrispettoso.

I primi concerti arrivarono presto. Concerti è una parola grossa. A 14 anni, quando sono partito per il college, ho fatto qualche concerto in un folk club locale. Mio fratello ed io abbiamo anche fatto qualche spettacolo come duo acustico parecchio prima di formare il gruppo.

Musica certo ma lei si è laureato in tutt’altro. Beh, il mio curriculum dice che ho una laurea con lode in Economia ma in realtà è più vicina alla teoria sociale e alla sociologia con una bella spruzzata di marxismo. Questo tuttavia mi ha insegnato che per ottenere qualcosa, come un saggio di 20 pagine, devi mettere a fuoco e rendere al massimo la tua curiosità intellettuale verso un soggetto. E’ qualcosa da mettere in pratica quando si cerca un’idea per una canzone.

Alla fine però sei diventato un assistente sociale a Londra. Ho detto al mio tutor al college che volevo un lavoro in un negozio di chitarre e trasferirmi a Londra. Pensavo che sarebbe stato il modo più facile per mettermi in contatto con mio fratello Mark e anche per essere collegato alle nuove band emergenti e trovare così la mia strada. Lei non è rimasta impressionata e ha suggerito il lavoro da assistente sociale. Ho fatto domanda per il primo lavoro che ho visto pubblicizzato e contro ogni pronostico ho ottenuto il posto.

A Londra hai diviso un appartamento con John Illsley, il bassista che accompagnerà tutta l’esperienza dei Dire Straits. Come l’ha incontrato? Proprio dividendo la casa.

Nel 1977 sono nati i Dire Straits. Chi ha scelto il nome del gruppo? Penso sia stato Pick Withers.

Con i Dire Straits siete diventati famosi in tutto il mondo in tempi brevissimi. Ma i primi passi come sono stati. Ci siamo trascinati per sei mesi suonando nei club di Londra e dintorni. Il contratto discografico è arrivato abbastanza velocemente mentre eravamo in giro a suonare nel circuito delle università, ricordo che in quel periodo aprivamo i concerti dei Talking Heads. Il nostro primo disco non ha funzionato fino a che non è diventato una hit in Olanda da quel momento abbiamo cominciato a girare paese dopo paese, tour dopo tour, tutta l’Europa, gli Stati Uniti e poi di nuovo in Gran Bretagna dove il disco alla fine è stato ripubblicato.

Dopo i primi due album e durante la registrazione del terzo, la rottura. La domanda le sarà stata fatta mille volte, ma ci dice cosa è successo? Avendo fondato il gruppo, l’avevo immaginato come il veicolo per le mie canzoni. Man mano diventò sempre più problematico e difficile inserirsi nella macchina ben oleata di cui Mark ha avuto sempre il pieno dominio. Invece di continuare a battere la testa contro un muro di gomma e di essere relegato al ruolo di strimpellatore, è stato più semplice abbandonare il campo e trovare un’altra direzione verso cui dirigere la mia vita. Non mi è mai piaciuto essere costretto in strutture autocratiche, vivere in strutture del genere rimpicciolisce l’anima e porta via l’ossigeno della creatività. Making Movies (il terzo album del gruppo ndr) era una creatura di Mark. Io sono di un’altra idea, mi piace produrre dischi che evolvano più organicamente, così che si possa ascoltare come questo o quel musicista dia una sfumatura unica che solo lui può realizzare. Con le parti classiche è differente. Ma diciamo che sono eccezioni alla regola: mi piace che i miei musicisti abbiano la loro testa e suonino con gusto e in modo adeguato. 

Dal debutto solista del 1983 ha registrato 10 dischi e ha composto anche colonne sonore, raggiungendo un vasto pubblico. Guardando indietro, hai mai avuto rimpianti di aver lasciato i Dire Straits? No, nessuno. Mi mancano i grandi assegni che continuerei a percepire se fossi rimasto un po’ di più ma fu una scelta emozionale. Sapevo che dovevo trovare la mia strada o ne sarei uscito distrutto.

Dieci album più tardi, ancora in tour con l’amico di vecchia data Harry, trovi ancora semplice scrivere canzoni? Non so se sia mai stato semplice per me, ma è un lato naturale della mia personalità. È facile scrivere una cattiva canzone, le buone richiedono più pazienza e lavoro.

Si dice che sei fiero di essere un autore di canzoni che non cede a compromessi. Che cosa pensi dei gruppi di oggi che sono diventati marchi (commerciali)? In realtà non ci faccio caso. Il successo di cassetta richiede un prodotto ben creato e confezionato, una strategia di marketing e un budget da capogiro per garantire un impatto di massa. Non c’è nulla di sbagliato nel dire: guido una macchina prodotta per le masse. Io però amo le chitarre che sono state costruite a mano e in pochi modelli. Sono strumenti che ti offrono la possibilità di un giusto equilibrio tra artigianato e arte.

Insieme con la musica, scrivi anche poesie. È una naturale estensione della tua attività di compositore. Veramente no. Le poesie hanno una forma molto differente. Imparare a suonare il banjo non mi aiuterà molto con il sassofono. È per questo che così pochi cantautori si cimentano nella poesia o nella letteratura. Ho scoperto rapidamente che gli elementi di una buona canzone si tradurrebbero in un cattivo poema. Una poesia deve evitare il populismo, i cliché e così via. Con una canzone qualche volta si usano certe frasi.

La musica fa parte anche della sua vita privata? Per il 99 per cento del tempo preferisco il silenzio. Molto raramente ascolto Ry Cooder o una canzone di Randy Newman.

Nel tempo libero quindi? Mi sposto continuamente tra Stati Uniti e Inghilterra, è un pendolarismo implacabile che non lascia molto spazio agli hobby ma ammazzo il tempo per qualche ora su Internet senza troppa difficoltà e provo a trovare tempo per fare palestra e mangiare in modo sano.

… torna mai a Newcastle, per ritrovare vecchi amici, parenti o per suonare? Ho suonato un paio di volte lì. Sono stato 42 anni lontano da quelle parti sebbene il Northumberland sia sempre stato per me una magnifica parte del mondo. Ci sono sicuramente un sacco di posti peggiori dove trascorrere i miei anni rimanenti, ma sono attaccato ai miei legami nazionali. Sarò nel sud dell’Inghilterra e nello stato di New York per qualche anno ancora.

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DAVID KNOPFLER A RAVELLO

 

 

 

 

 

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