maggio 8, 2014 | by Emilia Filocamo
L’arte come un film: così Vittorio Petito celebra la bellezza di Ravello

Per avere un’idea o comunque una conferma sull’anima artistica di Vittorio Petito, mi basta un’immagine, bellissima, quella che mi raggiunge vivida e suggestiva dalle parole che compongono la breve intervista al maestro. È un’immagine che rende perfettamente la contaminazione di generi artistici di cui è pregno il suo spirito, una conseguenza del suo Dna, rimpinguato di teatro, musica e pittura. Vittorio Petito sostiene che un artista deve valicare i limiti della propria determinazione professionale e sconfinare con la conoscenza anche in altri generi, un poeta non può prescindere dalla musica così come, un pittore dalla poesia. “Si può suonare un blu di Prussia così come dipingere una cadenza plagale” dice Petito, conquistando la mia fantasia. Questa frase, delicata quanto una tela ad olio, incisiva quanto un riff di pianoforte, colpisce e invita a comprendere di più del suo concetto di arte, soprattutto in vista dell’evento che si terrà sabato 10 maggio all’Auditorium Oscar Niemeyer di Ravello, quando Vittorio Petito, nell’ambito della rassegna Paesaggi Musicali voluta dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello e che si svolgerà appunto dal 9 all’11 maggio, fondendo note ed arte, eseguirà una live panting performance. Gli spettatori vedranno in diretta la creazione di un suo Racconto all'alba olio su tela cm 60 x 80 - ridottadipinto dedicato a Ravello e tratto solo dalle suggestioni e dai ricordi dell’artista senza alcuna foto che gli faccia da bussola. Vittorio Petito ha nel sangue globuli corposi di teatro  essendo discendente del grande Antonio Petito, che rese celebre Pulcinella in tutto il mondo, e avendo parentele con altri mostri sacri del teatro da Isa Danieli alle sorelle Nunzia e Nuccia Fumo. Il nonno Vittorio era un attore. Lui stesso, dopo il battesimo di fuoco teatrale e gli studi accademici,  ha scelto di dedicarsi alla pittura, con una particolare attenzione proprio alla maschera di Pulcinella e alla sua correlazione con la figura di Antonio Petito, da cui è scaturito uno studio estremamente affascinante. Ma il rapporto con Ravello, già inauguratosi nel 2012 con l’esposizione a Villa Cimbrone di una serie di opere dedicate ai giardini, sarà corroborato nel 2013 con l’esposizione a Villa Rufolo, nell’ambito della rassegna “Visioni senza tempo”. In questa occasione nasce l’opera “Racconto all’alba” destinata al Museo che sarà allestito nella Torre Maggiore. Ma Vittorio Petito sorprende anche per questa sua forte voglia di comunicare, con un messaggio artistico privo di sovrastrutture e che non vuole perdersi nei meandri di un complicato dedalo interpretativo.

Maestro Petito, la sua “indagine” sulla figura di Pulcinella porta quasi ad una sorta di “elogio della follia” intesa come allontanamento dalle vicissitudini quotidiane. Lei ritiene che il vero artista debba necessariamente essere un po’ folle? Follia intesa ovviamente come libertà di espressione, di pensiero. Sicuramente la maschera è una sorta di rifugio che ci astrae dalle aberrazioni e dalle difficoltà quotidiane, facendo ricorso al linguaggio musicale, è una vera e propria pausa dal razionale che ci fornisce una variazione su tema alla nostra quotidianità e alla nostra situazione identitaria, quindi in questo senso capace di tutelarci in una dimensione che potremmo definire anche folle, se si vuole. Ma ammettere questo significa presupporre un confine, un limite fra saggezza e follia. Ecco, ritengo che l’artista non sia un folle, ma semplicemente ignora questo limen perché la contrapposizione non è sostanziale ma soltanto terminologica.

Maestro nel suo sangue ci sono teatro, musica e pittura grazie ad una famiglia di grandi talenti e ad un’eredità di nomi illustri. Nelle sue opere come e quanto influiscono questi tre elementi? Ho avuto la fortuna di fare teatro professionalmente e con uguale fortuna ho avuto l’opportunità di studiare musica e quindi di suonare il pianoforte. Musica, pittura, ma anche scultura, danza, canto o altra forma di espressione artistica, non sono altro che “strumenti tecnici” per proporre una narrazione a chi vuole ascoltare o vedere. Che poi si tratti di una tela, di un brano musicale o di una scultura è irrilevante, l’importante è proporre la propria creazione. Penso che un musicista debba avere dimestichezza con la pittura, come pure il pittore o il poeta debbano ben conoscere le notazioni che sottendono un brano musicale. Personalmente, la musica mi aiuta moltissimo nella lavorazione delle mie opere, con i colori cerco di ricreare la stessa intensità di chiaroscuri sonori. 

Sabato all’Auditorium Oscar Niemeyer l’arte diventerà spettacolo con una sorta di work in progress. In genere gli artisti sono piuttosto gelosi, lei si aprirà completamente e mostrerà la composizione dell’opera in itinere. Non è inusuale? E da dove nasce questo bisogno di comunicare e spiegare? Non del tutto inusuale perché ci sono molti artisti che si esibiscono e che amano esibirsi in pubblico. È una questione di scelte: io preferisco senza dubbio confezionare le mie opere nel mio studio e magari contemplarle un po’ dopo la creazione prima di cederle. L’arte pittorica va fatta in solitudine, ma sabato 10 maggio a Ravello sfiderò me stesso e sarò comunque accompagnato dalla musica, mia amica, e ancora una volta note e pittura dialogheranno. 

Perché Ravello? Come è nata la sua partecipazione alla rassegna Paesaggi Musicali? Ravello mi permette di accostarmi a quell’infinito di cui è costellato il mondo e qui la contemplazione dell’infinito diventa una consuetudine, ma nella migliore accezione possibile. Angelo Criscuoli mi ha invitato a partecipare a questa rassegna, conoscendo la mia passione per pittura e musica. Abbiamo infatti già collaborato per le esposizioni di Villa Cimbrone e Villa Rufolo. 

Cosa la ispira maggiormente? Quali sono le emozioni che fanno da “avvento” alle sue opere? Un borgo arroccato su una collina, una baia accarezzata dal mare o una spiaggia in autunno: un posto affollato, una casa piena di gente, sono più adatti alla conversazione e non alla contemplazione artistica. Non so se si tratta di ispirazioni, ma di sicuro sono i momenti che sono più confacenti a ciò che motiva le mie tele. 

Esiste un’opera a cui è più legato, una sorta di “figlio preferito”? All’inizio della mia carriera avevo difficoltà a separarmi dalle mie opere, le consideravo davvero come figli che non riuscivo a cedere. Adesso non lascio più le mie opere con lo stesso struggimento anche perché so che una volta affisse ad un’altra parete, continueranno a parlare e a comunicare altrove e con altri interlocutori. 

I suoi prossimi progetti? Voglio approfondire il mio studio su Pulcinella e la maschera e dedicarlo a mio padre che non ha mai calcato un palcoscenico ma a cui brillavano gli occhi quando si parlava di teatro o degli altri membri della famiglia che facevano gli attori per professione. 

Se dovesse definire le sue opere con un brano musicale, classico o meno, quale sceglierebbe? Amo molto Debussy e Ravel, di quest’ultimo in particolare “Dafni e Cloe”. È un brano che mi colpisce perché ha un incipit con fraseggi delicati, quasi teneri che poi, improvvisamente, si anima con un movimento focoso, frenetico, traboccante e passionale. Per carità, non ho nessuna pretesa di accostare la genialità di una simile composizione musicale alle mie opere, ma mi auguro con tutto il cuore di poter un giorno con i miei dipinti comunicare con la stessa straordinaria intensità.

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Alcune opere 

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