novembre 25, 2014 | by Emilia Filocamo
L’arte di essere Cinematographer spiegata da Marco Cappetta AIC

L’oceano è quasi una vox media latina, può contenere accezioni positive e negative: può essere un divario immenso, un limite, una sorta di barriera, oppure un magnifico trait d’union, un ponte speciale. In questo caso, nel caso dell’intervista fatta a Marco Cappetta, cinematographer italiano, mestiere affascinante di cui lui stesso spiegherà i dettagli a chi non ne conosce le sfumature più sottili, ed attivo negli Usa da tempo con notevoli riscontri, l’oceano non è stato un muro alto abbastanza per impedirci di comunicare. È stato forse complice di un ritardo fisiologico fatto innanzitutto di distanze oggettive, di impegni, di fuso orario e comunicazioni saltuarie, ingredienti, che mantecati con pazienza e forza di volontà, hanno poi portato a compimento questa intervista dopo diverse settimane. E ogni parola di Marco Cappetta, si appoggerà e cullerà su una sorta di poetico andirivieni dall’Italia, il paese che ha lasciato per seguire il suo sogno. Tuttavia,  nonostante le difficoltà del nostro Paese, riesco anche a cogliere dalle sue parole la volontà di un possibile ritorno in patria, un barlume di trama fine, e per continuare con una metafora di mare, molto simile nel suo baluginare ad una striscia di terra avvistata a distanza da chi naviga. 

Vivi a Los Angeles da più di 20 anni. Come nasce questo tuo rapporto con l’estero e perché? Esigenze professionali o un limite che l’Italia forse aveva e che dovevi obbligatoriamente superare andando via? Il mio trasferimento da Genova negli USA è nato un po’ casualmente. Nel 1990 mi sono trovato improvvisamente senza lavoro – ai tempi mi occupavo di import/export – così ho deciso di rimettermi in gioco partendo da zero in un settore che mi appassionava, il cinema, ma di cui in realtà non sapevo niente. La mia è stata una decisione frutto dell’entusiasmo più che del ragionamento. A mio favore avevo solo la conoscenza dell’inglese – che avevo imparato studiando in Alaska quando avevo sedici anni – l’indirizzo della scuola di cinema della UCLA e pochi, sudati risparmi. Se avessi potuto immaginare le vicissitudini che mi aspettavano, probabilmente non sarei mai partito. Ma in testa avevo il sogno del cinema ed a volte i sogni bastano per prendere decisioni importanti.

Sei figlio d’arte, se non erro. Credi che questo abbia influenzato la tua scelta professionale oppure era un istinto che sarebbe comunque emerso in te? Non sono figlio d’arte in senso cinematografico. I miei genitori sono persone di grande cultura – mio padre è un pittore di grande talento – in casa si è sempre respirata arte, storia e letteratura ed è naturale esserne stati influenzati e sviluppare una mentalità creativa. Comunque la passione per il cinema è scaturita in maniera indipendente. Fortunatamente, i miei genitori, che non ringrazierò mai abbastanza, hanno sempre incoraggiato le mie inclinazioni artistiche e scelte professionali.

Ci racconti il tuo primo lavoro, i tuoi esordi? Posso dire con molta fierezza di avere fatto la gavetta. Per più di sei anni ho lavorato come assistente cameraman, un lavoro molto duro e tecnicamente impegnativo. Qui a Los Angeles, lavorare nei film indipendenti è massacrante, si lavora dalle 14 alle 18 ore al giorno (con pause di trenta minuti ogni sei ore), sei giorni alla settimana. Il mio record personale è una pazzesca giornata lavorativa di 24 ore! Il mio primo lavoro come assistente cameraman è stato sul set di una commedia intitolata “National Lampoon’s Last Resort”. Il primo giorno di riprese sono inciampato rovinosamente e caduto a capofitto in una piscina, tra le risate generali! Dopo anni di gavetta, ho cominciato a muovere i primi passi come operatore di macchina e come direttore della fotografia, spinto dalla mia crescente passione per le arti visive e le immagini in generale. L’esordio alla fotografia cinematografica è arrivato nel 1996 con il lungometraggio in 35mm “Life Among The Cannibals” una commedia che ha avuto un buon successo di critica nel circuito internazionale dei festival. Alcuni anni più tardi ho avuto l’opportunità di lavorare alla Concorde del mitico produttore Roger Corman nella serie televisiva “Black Scorpion”, dove ho potuto testare la mia vena creativa in un ambiente strettamente commerciale, un esperienza che mi ha insegnato moltissimo.

Puoi spiegare ai non addetti ai lavori in cosa consiste esattamente il tuo lavoro? Il Cinematographer, detto anche Director of Photography, è un creatore di immagini, un professionista con profonde conoscenze tecniche e grande sensibilità artistica. L’obiettivo è quello di dare vita ad immagini di forte impatto visivo che creino un’atmosfera adatta alla storia del film e suscitino determinate emozioni nello spettatore. La creazione di un vero e proprio linguaggio visivo il cui processo di genesi è molto soggettivo. Per spiegarne i canoni estetici, la fotografia cinematografica viene spesso paragonata alla pittura: lo schermo cinematografico è un’enorme tela sulla quale il cinematographer “dipinge con le luci”, un’espressione un po’ abusata che però  rende l’idea. Attraverso l’uso sapiente di luci, ombre, colori, ottiche, filtri, diaframmi, movimenti di macchina ed inquadrature, nascono immagini di grande effetto che catturano lo spettatore e lo trasportano in un mondo di fantasia. 

I tuoi modelli? Le fonti di ispirazione sono pressoché illimitate. Naturalmente i maestri della fotografia cinematografica: Vittorio Storaro,  Roger Deakins, Christopher Doyle, Dante Spinotti, Janusz Kaminski, Gordon Willis, Conrad Hall e tanti altri. Ma anche fotografi come Sebastiao Salgado, Saul Leiter, Cartier-Bresson, Fan Ho, Uta Barth ed i dipinti di Rembrand, George de la Tour, Vermeer e Caravaggio.

Il tuo nome è associato molto all’horror. Qual è il potenziale di questo genere di film e come mai, secondo te, specie negli ultimi anni il genere horror sta ottenendo così grande consenso da parte del pubblico? È un modo per esorcizzare altre inquietudini e problemi? In realtà non sono un esperto di horror ma preferisco spaziare tra i diversi generi cinematografici. L’associazione con questo genere nasce dal fatto che il mio lavoro più premiato e meglio recensito sia un film horror intitolato “Bereavement”. Questa pellicola – che è stata proiettata al Torino Film Festival – mi ha dato una buona visibilità nel settore grazie alle critiche lusinghiere uscite sulla stampa internazionale e grazie ai diversi premi vinti come miglior fotografia. Sul mio sito www.cinemarco.com esiste una pagina interamente dedicata alle recensioni del mio lavoro, la maggioranza di queste recensioni sono state scritte su “Bereavement”. A chi fosse interessato ad ulteriori informazioni su questo film, raccomando la mia intervista – in lingua Inglese – pubblicata da Film Deviant: http://www.filmdeviant.com/2011/12/deviant-interview-marco-cappetta.html 

L’incontro che, professionalmente, ti ha segnato? Probabilmente l’incontro con Jeff Anderson, attore del film culto “Clerks”. Jeff mi ha assunto per girare “Now You Know” il suo film di esordio come regista, film poi distribuito dalla Miramax di Harvey Weinstein. Recentemente le collaborazioni con il regista Giorgio Serafini mi hanno dato grande soddisfazione e restituito ottimismo. In questo settore è molto difficile trovare persone genuine. 

Il giorno sul set che ricordi con maggiore affetto e che definiresti magico? Tutti i giorni passati dietro ad una cinepresa sono magici. Ritengo che fare questa professione sia un privilegio, e cerco di apprezzare ogni momento. 

Le tue collaborazioni più importanti ed i momenti chiave della tua carriera? Dopo tanti anni, ricordo con grande piacere diverse “pietre miliari” della mia carriera: 
Il mio primo lungometraggio in assoluto (National Lampoon’s Last Resort)
Il mio primo lungometraggio come cinematographer (Life Among the Cannibals)
Il mio primo film con distribuzione nazionale (Now You Know)
Il mio primo film uscito al cinema (The Fall) 
Il mio film visivamente più sperimentale (Dark Heart)
Il mio primo premio come miglior fotografia (Bereavement)
Le grandi recensioni ricevute dalla stampa internazionale (Bereavement)
La proiezione di un mio film al Cinerama Dome di Hollywood (Now You Know)
La proiezione di un mio film all’Egyptian Theater di Hollywood (The Strange Case of Senor Computer)
La lettera di invito al Torino Film Festival inviatami da Gianni Amelio 
Il giorno in cui sono diventato membro dell’AIC (Associazione Italiana Autori della Fotografia Cinematografica)

Cosa ti manca dell’Italia, intendo del nostro cinema e del modo italiano di fare cinema e cosa, invece, non ti manca affatto? Non ho mai avuto l’opportunità di fare cinema in Italia, ma mi piacerebbe molto fare questa esperienza.

I tuoi prossimi progetti? Sono al momento top-secret!

Come ti vedi fra venti anni? Hai mai ipotizzato un tuo rientro in Italia? Mi vedo vecchio ed incazzato ma con la vitalità di un ragazzino! Un rientro in Italia è sempre stato nei miei piani, ma oggettivamente più passano gli anni e più difficile diventa realizzarlo, specialmente vista la crisi in cui versa in nostro benamato paese. 

Se non avessi fatto questo mestiere, oggi saresti? Essendo un grandissimo appassionato di cucina, credo che probabilmente sarei coinvolto in un ambizioso progetto gastronomico!

Cosa ti spaventa veramente? Nel lavoro poco, ne ho già viste di tutti i colori. Nella vita mi spaventano le tragedie che ci possono colpire in ogni momento.

A chi vuoi dire grazie oggi? Ai miei genitori ed a mia moglie per il loro incondizionato supporto. A Larry Manly, che mi ha aiutato ad entrare alla Concorde di Roger Corman. Al maestro Nino Celeste, AIC, che ha creduto in me. Al grande regista Giorgio Serafini a cui devo moltissimo umanamente e professionalmente. A tutti i critici cinematografici che hanno speso parole di apprezzamento nei miei confronti. E naturalmente un grande ringraziamento ad Emilia Filocamo per questa intervista!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654