dicembre 19, 2014 | by Emilia Filocamo
“L’attore è forse l’elemento più vulnerabile del meccanismo spettacolo”. A tu per tu con l’attore Francesco Stella, dal teatro al Commissario Montalbano fino ad Un passo dal Cielo

Il Sud non finisce mai, e non nel senso geografico, tantomeno in quello spaziale: è un elemento che si è snodato come un fil rouge in tutte le mie interviste, merito certo del tema conduttore del Ravello Festival 2014, ma merito anche di una straordinaria e vorace volontà di far emergere quanto di bello il Sud ispira e produce. Una viscera inesauribile di talenti, emozioni, passionalità, anche di difficoltà e speranze spesso disattese che fanno da contraltare amaro ad un territorio fatto di contrasti, di lotta e di intuizioni, di pregi e difetti che seppur spesso sventolati come facili pregiudizi, devono tuttavia poi cedere davanti all’innegabile emergere di quanto c’è di buono. E nella categoria del buono rientrano tante accezioni, dal sole alla cordialità, dal sorriso al clima, dagli scorci paesaggistici che diventano set ai valori che stanno dentro come radici e che successo, trasferimenti, vita mondana o incontri fortunati, non riescono comunque a tranciare. L’inizio dell’intervista con l’attore Francesco Stella, attore di teatro, di tv, facilmente riconducibile al ruolo dell’ispettore Gallo nel Commissario Montalbano, vice produttore creativo della soap Centovetrine e adesso protagonista di due nuove fiction, parte proprio dal Sud, e non potrebbe essere diversamente. Questa “malia” serpeggia come una benevola costante anche nelle domanda successiva, come se fosse giustamente fondante ed imprescindibile.

Francesco, sei un uomo del Sud. È stato facile intraprendere la carriera artistica e quali difficoltà hai incontrato lungo il tuo percorso, ma, soprattutto, quanto ti ha aiutato e quanto ti ha ostacolato la tua componente meridionale, mediterranea? Sono nato e cresciuto a Marsala, una bellissima città siciliana. All’inizio, quando sono arrivato a Roma, è stato tutto molto difficile. Roma è bellissima, ma caotica e terribilmente grande, per questo è facile sentirsi soli. Ma noi siciliani abbiamo alle spalle secoli di fatica per imporre quello che siamo e credo che questa caratteristica del nostro carattere mi abbia aiutato a stringere i denti e a non arrendermi mai.

Sei figlio d’arte o sei il primo in famiglia in questo mestiere? Vengo da una famiglia di contadini, quanto di più lontano ci possa essere dal mondo dello spettacolo. Ma le mie origini mi hanno sempre dato un parametro di confronto importantissimo per rimanere con i piedi per terra, per capire quali siano le vere priorità della vita.  

Fiction e tv sono sicuramente volani di popolarità, ma hai fatto e fai anche teatro e ovviamente cinema. Dove però ti senti davvero a casa? Mi sento a casa dove riesco a far bene il mio lavoro, a prescindere dal mezzo. Il mio è un lavoro meraviglioso che ti porta continuamente al confronto con te stesso e con gli altri. Ogni progetto che ho affrontato, l’ho affrontato con il massimo della passione e dell’impegno perché ogni esperienza nuova è un’occasione di crescita personale e professionale.

Qual è il tratto distintivo della tua recitazione e quale l’aspetto sul quale vorresti ancora lavorare e, magari, migliorare? Credo (e spero) la naturalezza. Non sono un attore “tecnico”, ogni personaggio che interpreto cerco di affrontarlo capendone tutte le sfumature, tutta l’umanità. Ho affrontato spesso ruoli da duro e da cattivo… non mi dispiacerebbe interpretare una commedia!

Il complimento più bello che hai ricevuto, professionalmente parlando? Che rispetto il lavoro degli altri! Oltre al lavoro di attore, ho lavorato spesso anche come aiuto regista e come regista. Le esperienze che ho avuto “dietro le quinte” mi hanno permesso di capire probabilmente tutta la macchina organizzativa che c’è dietro uno spettacolo o un film. Ho molto chiaro che l’attore è UN elemento (forse quello più vulnerabile) del meccanismo e non L’elemento! Sono convinto che solo se si lavora tutti insieme, rispettando i ruoli di ognuno, si possa tornare a casa soddisfatti di quello che si è fatto.  

Il ruolo che hai interpretato e che hai costruito con maggiore difficoltà, che ti è sembrato per certi aspetti più “ostico”. Aziz, nello spettacolo “Ring”, scritto da Vincenzo Cerami e diretto da Franco Però. Era il ruolo di un pugile tunisino e io non avevo mai fatto boxe e non ero tunisino. È stata una sfida durissima, anche perché ero giovanissimo e lo spettacolo sarebbe stato portato nei più importanti teatri italiani. Alla fine però è andata molto bene!

Puoi raccontarci la tua esperienza sul set de Il Commissario Montalbano? Quali sono, a tuo parere, da addetto ai lavori, gli elementi chiave per il successo imperturbabile di questa fiction? Ho girato le prime quattro puntate di Montalbano, ero l’agente Gallo. Era il mio primo lavoro televisivo importante ed è stata un’esperienza meravigliosa. Ero nella mia terra, con colleghi bravissimi da cui ho imparato molto. L’incredibile successo del prodotto ci ha sorpresi un po’ tutti. Credo che la durata dello stesso successo dipenda dalla qualità delle sceneggiature, dalla bellezza dei posti e sicuramente dalla grande bravura degli interpreti!

Hai mai pensato di lavorare all’estero? È un’idea che hai mai accarezzato, a cui sei andato vicino e che potrebbe piacerti? Sinceramente no! Amo il mio Paese e la nostra lingua. Ho lavorato più di una volta con stranieri (La Certosa di Parma era un coproduzione italo/francese, o Sant’Antonio da Padova che era coprodotta con gli spagnoli). Degli stranieri ammiro l’incredibile professionalità che però spesso si trasforma in rigidità. È vero, noi italiani siamo un po’ più caciaroni e rumorosi, ma la nostra capacità di risolvere i problemi è una cosa che gli stranieri ci invidiano molto.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? È un periodo particolarmente fortunato della mia carriera. Dopo cinque anni passati a Torino come vice-produttore creativo di Centovetrine (mi occupavo del coordinamento artistico della soap) da un anno sono tornato a Roma per rimettermi un po’ in gioco e fortunatamente sta andando bene. A gennaio sarò in onda con due personaggi fissi in due fiction diverse. La prima è “A un passo dal cielo 3”, prodotta dalla Lux Vide, andrà in onda su Rai 1 e interpreterò un personaggio cattivissimo (Uomo bicolore) che causerà non pochi problemi al povero Terence Hill. Mentre su Canale 5 andrà in onda una nuova fiction, Solo per amore, in cui interpreterò il ruolo dell’Ispettore Paternò, braccio destro del Commissario Testa, interpretato dal bravissimo Kaspar Capparoni (nel cast tra gli altri anche Antonia Liskova, Massimo Poggio, Pietro Genuardi). Ho appena finito di girare un episodio di Squadra Antimafia e in queste settimane insieme a La Repubblica e L’Espresso stanno uscendo dei dvd su Leopardi in cui ho letto alcuni brani del poeta.

Quali sono i tuoi hobby e le tue passioni fuori dal palcoscenico o dal set? Come è Francesco Stella tutti i giorni? Cosa ti piace e cosa proprio non sopporti? Il mio cane e il giardino. Due cose a cui dedico una parte della mia giornata. Un antistress naturale impagabile. Poi mi piace leggere, guardo tantissime serie tv. E infine (ma non in ordine di importanza) gli amici, con cui cerco di passare tutto il tempo che vita e lavoro ci lasciano a disposizione. Non sopporto chi parla per il gusto di parlare. Ormai si parla troppo e spesso non si dà peso a quello che si dice. Per me le parole sono importanti. In Sicilia quando si parla lo si fa sempre per dire qualcosa, mai per ingannare il tempo!

A chi dedichi oggi il frutto del tuo lavoro e, posso immaginare, dei tuoi sacrifici? Ad una persona di famiglia, ad un collega, ad un insegnante? A mamma e papà che anche quando non hanno capito la stramberia del loro figlio lo hanno appoggiato. A mio fratello che fa il poliziotto e che rischia tutti i giorni la vita in un Paese che non ha quasi più rispetto di niente. Maurizio Ponzi che col suo film “Besame Mucho” mi ha dato fiducia e fatto debuttare nel cinema anche se non avevo nessuna esperienza. A me stesso, che non mi sono arreso mai, neanche quando tutto sembrava perduto.

Il tuo augurio al teatro italiano? Che ritorni ad avere i finanziamenti di cui non può fare a meno. Un popolo senza cultura è un popolo che non ha destino, lo stato non può ignorare la necessità di aiutare le compagnie italiane (se non tramite finanziamenti almeno tramite sgravi fiscali).

Conosci il Ravello Festival? Ti piacerebbe poter assistere ad uno degli eventi? E che preferenze musicali hai, visto che il Ravello Festival è soprattutto, ma non solo musica? Lo conosco, purtroppo non ci sono mai stato e mi piacerebbe un giorno poter venire a trovarvi. Ascolto tutti i generi di musica, dalla pop all’elettronica, i cantautori italiani, la lirica, l’opera. A casa ho sempre una delle mie playlist che accompagnano le mie giornate!  

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