novembre 26, 2015 | by Emilia Filocamo
L’attore Marco Iannitello, coprotagonista di “Diciottanni, il mondo ai miei piedi” di Elisabetta Rocchetti si racconta fra ricordi d’infanzia ed una nuova, esaltante sfida

Io e l’attore Marco Iannitello avevamo in programma questa intervista da tempo. Poi, come spesso succede, gli imprevisti, l’alternanza delle sorti e delle circostanze, gli impegni, la distanza, i piccoli intoppi e gli accadimenti quotidiani, hanno dilatato e spalmato il tempo a nostra disposizione  nell’arco di un’intera estate e rimandato il nostro rendez vous a data da destinarsi. Fino a quando poi, il momento opportuno, come spesso lo definisco, è arrivato. E non a caso. Perché a volte le cose non accadono senza un motivo: nel frattempo Marco Iannitello ha deciso e maturato l’idea di raccontarsi a Ravello Magazine forte di una nuova esperienza di cui non può anticiparci molto, se non in termini emozionali, la sua consapevolezza di aver scelto la strada giusta, quella della sua passione e di averla corroborata con conferme importanti. Conferme venute dai registi, dai colleghi, dalla difficoltà delle sfide e dei progetti affrontati. 

Marco, hai cominciato a recitare sin da bambino magari mentre i tuoi coetanei giocavano o sognavano ben altro. Come mai questa inclinazione così potente? É sempre stato questo il tuo sogno o a convincerti sono intervenute altre dinamiche? É una domanda interessante. In realtà ero uno di quei bambini iperattivi, con un sacco di energia. Pensa che non riuscivo a stare seduto sul banco di scuola. Così i miei cercarono una soluzione che passò per lo sport e altre attività, infine mi iscrissero ad un corso di teatro per bambini. Da lì scoprii la mia passione per la recitazione. E non mi sono più fermato.

C’è stato un giorno in cui ti sei detto “Marco ce l’hai fatta”, insomma un momento in cui hai raggiunto la piena consapevolezza di aver realizzato il tuo sogno e trovato la tua strada? Sì, lo realizzai quando ricevetti la chiamata del mio agente che mi disse che ero stato scelto per un ruolo nella serie “Provaci ancora Prof 2” con Veronica Pivetti. Fu il coronamento di un lungo percorso di lavoro e studio della recitazione. Venni preso per tre mesi, un periodo relativamente lungo di lavoro, subito dopo aver finito l’accademia. Non puoi immaginare la felicità che provai.

Il giorno sul set che ricordi con maggior affetto ed al quale sei particolarmente legato e quello che è stato per te più faticoso, da un punto di vista non solo fisico o psicologico? Sono legatissimo all’esperienza del film con cui ho debuttato in un ruolo da co-protagonista ovvero “Diciottanni il mondo ai miei piedi” di Elisabetta  Rochetti che è stato il mio trampolino di lancio; ho ricevuto un riscontro molto positivo da critica e pubblico. Il set più faticoso è stato sicuramente quello dell’ultimo film in cui ho recitato “Il vincente”, di prossima uscita. Difficile perché si tratta di un film “sperimentale”, non avevamo un copione ma un “canovaccio” di scena su cui improvvisare.

A cosa stai lavorando adesso? Puoi anticiparci qualche progetto? Come dicevo, recentemente ho recitato ne “Il vicente”, un film di prossima uscita, ma non posso dire altro. Ho alcuni altri progetti, ma non posso anticipare nulla.

Chi sei fuori dal set? Quali sono le tue passioni, i tuoi hobby e cosa ti fa proprio perdere la pazienza? Un ragazzo normalissimo, che gestisce un bar a Rimini quando non ha impegni cinematografici o teatrali. Mi piace molto frequentare i locali, sia pub che discoteche in compagnia di amici, andare in palestra e ovviamente tutto ciò che ruota intorno al cinema. Mi fanno perdere la pazienza la maleducazione e la supponenza della gente.

Il tuo sogno nel cassetto? C’è qualcosa, non so, un ruolo o una storia che senti tua da sempre e che vorresti interpretare ? Il mio sogno nel cassetto è riuscire a fare questo lavoro per tutta la vita. Ultimamente ho vissuto un’esperienza da cui mi piacerebbe trarre un film. Sto già scrivendo il soggetto con un amico sceneggiatore.

Un tuo pregio e un tuo difetto? Generoso e a volte un po’ ingenuo.

Se tornassi indietro e avessi la possibilità di dire a qualcuno una cosa che non sei riuscito a dire per vari motivi chi sarebbe e cosa gli diresti? Mi sarebbe piaciuto dire a mio zio Giovanni Alamia, attore e cantautore palermitano, che per me è stato un grande artista. Non sono riuscito a dirglielo perché è morto quando avevo 15 anni e non abitavo più a Palermo. 

Questa intervista si chiude qui e se dovessi provare a sigillarla con una massima ispirata alle parole stesse del suo protagonista, potrei solo dire questo: Marco Iannitello è il suo sogno, il suo desiderio più grande, fare l’attore per tutta la vita.

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