settembre 25, 2014 | by Emilia Filocamo
L’attore Mauro Racanati racconta la disabilità con poesia e coraggio in un film con Elena Sofia Ricci e Paolo Sassanelli

Bellezza, talento e Sud sembrano essere i leitmotiv dell’intervista a Mauro Racanati, giovane attore, fra le altre cose nel 2011 allievo di una masterclass con Toni Servillo, che esordirà al cinema con il film “Noi siamo Francesco” di Guendalina Zampagni con Elena Sofia Ricci. Mauro Racanati interpreterà Francesco. Il film è una storia in cui la disabilità è raccontata in un modo nuovo, non solo poetico e con accenti drammatici, ma anche in chiave comica e con un finale di grande impatto che è poi tratto da una storia vera. La storia di un ragazzo nato senza braccia e di una madre che lo aiuterà nel momento più bello della sua vita, la scoperta dell’amore, aiutata da un’assistente sociale; il tutto causerà una reazione e delle conseguenze inaspettate. Il film è stato girato in Puglia, fra Bari, Conversano, Monopoli e Polignano a Mare. Il Sud, dunque, è parte prepotente della vita e del sangue di Mauro Racanati, ed affiora in tutta la sua bellezza dallo sguardo dell’attore.

Il sud è il leitmotiv del Ravello Festival 2014, sud inteso non solo come riferimento geografico ma anche come modo di essere e di vivere. Tu sei pugliese, puoi darci una tua definizione di sud e dirci come la tua componente meridionale influenza il tuo lavoro? «Dare una definizione di Sud è difficile, il sud non si lascia mai dire una volta del tutto, è una terra che è sempre in divenire ed il forte carisma che possiede la rende inspiegabile. Riguardo a me, non saprei dire se c’è una componente meridionale, credo piuttosto che sia una sorta di atteggiamento di appartenenza. Mi sono sempre sentito cittadino del mondo in fondo, ma un certo modo di osare e di esprimere il coraggio sicuramente è stato influenzato dal pragmatismo meridionale che lo status culturale del territorio barese mi ha offerto. In verità non mi piacciono molto le definizioni».

Puoi parlarci della tua esperienza nel film Noi siamo Francesco, di cui sei il protagonista? E’ una storia che affronta tanti temi, e non solo la disabilità: dall’amicizia all’amore. «La disabilità è davvero uno sfondo, la storia infatti racconta di un ragazzo che affronta la sua “prima volta” e la forza, la tenacia che gli consentono di vivere una vita normale. L’amicizia, la voglia di innamorarsi senza badare alla sua disabilità. Il film racconta come spesso noi cosi “indipendenti” e affrancati nella contingenza, ci perdiamo dietro la prima difficoltà: credo che una delle malattie della nostra epoca post-moderna sia sicuramente la mancanza di pazienza e la facilità che abbiamo ad arrenderci».

Ci racconti i tuoi esordi? «Ho cominciato a 17 anni circa con i russi, con il loro metodo, come dire “ludico”. In fondo il nostro mestiere è un gioco, ma un gioco serio. A 20 anni sono arrivato a Milano per un’ esperienza durata solo un anno alla Paolo Grassi. Non sono mai stato un autodidatta e ho sempre scelto con chi studiare. Il primo ruolo importante fu quello che mi fu dato da Peter Stein alla Scala di Milano per il Prigioniero».

La prima persona che, artisticamente, ha creduto in te? «Le prime persone sono stati i miei due primi insegnanti, Elisabetta Tonon e Vito Latorre: devo molto a loro. Se ho imparato che il ruolo di un attore non è solo quello di essere un esecutore ma di essere latore preciso di una poetica e di una pratica scenica precisa, quasi artigianale, lo devo a loro due».

La bellezza è una sorta di passepartout, ma può essere anche un peso perché magari bisogna dimostrare di essere e saper fare altro: tu che rapporto hai ed hai avuto con la tua bellezza? «Non sono mai stato ipocrita, ho sempre cercato di integrarla e tenerla come carta in più, ma mai come biglietto da visita perché ho sempre studiato tanto. Penso che l’uomo che esprime il proprio stare al mondo con testa ed anima costituisca già una forma di bellezza».

Vieni dal teatro: in che modo il teatro ha forgiato la tua carriera e come ti ha aiutato nel cinema? «Il teatro forgia costantemente la carriera di un attore, è una spada sempre incandescente. Quanto mi abbia influenzato nel cinema, non posso ancora dirlo perché il cinema è entrato da poco nella mia vita, anzi ufficialmente in questo 2014 perché precedentemente non avevo ancora coscienza del mezzo».

Il giorno sul set più emozionante e coinvolgente «Con Guendalina Zampagni, la regista di “Noi siamo Francesco” che mi ha realmente scoperto e poi una scena con Elena Sofia Ricci in cui mi confesso a lei, mia madre, tutto il mio dolore nell’essere disabile. Quello è uno smacco, un momento di fragilità inaspettato».

Cosa fa di un attore un buon attore e cosa rende un attore assolutamente eccezionale? «Dietro un attore devi esserci una persona, un’umanità, tecnica, espressività possono aiutare ma non bastano. E’ l’autenticità che rende un attore eccezionale».

Avrai conosciuto tantissimi artisti, colleghi, amici: chi ti ha dato di più in termini umani e professionali? «Direi tutti, ma proprio tutti, mi hanno lasciato qualcosa. Grazie ad una mia fortissima volontà di apprendimento riesco a “rubare” quello di cui necessito. Tuttavia una menzione speciale va fatta ai miei primi due insegnanti del primo corso di teatro e all’ultimo che mi ha aperto nuove possibilità attoriali e cioè Kristyan Lupa durante la Biennale Teatro Venezia del 2013, un regista polacco che mi ha aperto la strada tra pancia cuore e testa».

Il ruolo che avresti voluto interpretare, anche di un film del passato? «The Aviator di Scorsese. Essere Howard Hughes interpretato da Leo Di Caprio».

Quali sono i tuoi modelli di riferimento nel cinema? «Wang Kar Wai, Innaritu e Scorsese».

Qual è il più grande pregio del cinema italiano e quale il più grande difetto? «Credo ci sia una fortissima falla nel sistema educativo del cinema, ad esempio la totale mancanza di saper riconoscere un’opera filmica da un lungometraggio».

C’è mai stato un momento nella tua carriera in cui ti sei detto: basta, mollo tutto. «No, mai».

I tuoi prossimi progetti? «Ho finito da poco di girare un piccolo ruolo nella fiction su Mennea diretta da Tognazzi per la Rai, a fine luglio girerò la seconda serie di LSB diretta dalla svizzera di Geraldine Ottier e a fine Agosto giro un corto remake di Blow up. Ma ciò di cui sono molto fiero è il fatto che a settembre partirò per l’Ecoles des Maitre, un corso internazionale itinerante di teatro che si terrà dal 26 agosto al 1 ottobre 2014 e che sarà diretta da Ricci e Forte, ma non posso svelare nulla sulle trattative in corso».

Il tuo ultimo pensiero prima di andare a letto? «Cerco di perdermi nelle immagini, sono una persona che immagina moltissimo, mi aiuta a sognare».

A chi vuoi dire grazie oggi? «A nessuno. No, sicuramente a mia madre».

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