novembre 5, 2014 | by Emilia Filocamo
L’eclettico regista Michele Pastrello si racconta: “Il piano B ce l’avrei solo nel momento in cui mi rendessi conto di avere un piano A”

Michele Pastrello, il regista soggetto e mira di questa intervista, è una creatura che affascina, assolutamente, e che ha il potere di farlo in mille modi. Lo fa, credo, inconsapevolmente, eppure, in tanta non studiata, non esibita inconsapevolezza, c’è quasi una mappatura precisa fatta di sottintesi, di non detti, di immagini splendide, di profondità, di cose da raggiungere e da evitare, di misteri non da spiegare per forza, come quello del multiverso, dell’incontro fra creature distanti, simboleggiato poi da Desktop. Michele Pastrello è una persona che vuole dire poco di se, e lo testimonia la prima domanda che gli pongo, quella in cui gli chiedo di descriversi in poche righe. Michele preferisce non farlo e mi lascia il compito di dare vita ad un preambolo, ad una presentazione, chiedendomi la cortesia di poter rispondere poi alla domanda successiva. Allora, ecco, io credo che Michele Pastrello sia il suo talento, condensato nelle immagini gelide di Desktop, nella neve depositata sulle staccionate con la posa della lanugine, negli oggetti che, per contrasto, si ammantano di fuoco, nelle ferite e negli sms, nelle figure pensose e dipendenti dalle finestre oltre le quali scorrono le vite altrui. Un micro film, come lui stesso lo definirà nel corso dell’intervista, che sembra un diario a cui abbiamo avuto il privilegio di accedere, trovando la chiave per scardinarne lucchetto e commenti, pensieri ed emozioni. Michele è la sua umiltà nel non riconoscersi fra i famosi, nel suo fare quasi un passo indietro, come se non gli fossero dovute questa intervista o l’attenzione. Ma basta sentire ciò che ha da dire, basta parlargli per capire che il suo mondo è vorace e profondo, come un vulcano appiccato a testa in giù e a cui non importa fare scena verso il cielo, perché sa di poter infiammare e prendere possesso prima delle radici, agendo in segreto con la stessa potenza.

Come nasce la tua passione per la regia? Sei figlio d’arte o tutto è cominciato con te? Non sono un figlio d’arte, no, anche se a volte penso che mia madre con me abbia fatto il suo capolavoro, anche se non lo sa. La passione per la regia è nata dalla felicità nel raccontare storie attraverso musica ed immagini, in cui queste ultime hanno una forza maggiore del dialogo, delle parole.

Ci parli di Desktop? Desktop è il mio (micro)film che attinge più da me, rispetto agli altri. In passato ho fatto degli shorts – neanche tanto short data la durata media di 30’ -, anche premiati e discussi (vedi il caso Ultracorpo), ma i riferimenti erano più cinematografici che personali. Invece Desktop racconta un po’ di me per interposte persone, diciamo. Quindi sì, anche se ora sono un po’ stanco di vederlo, credo che Desktop rimarrà in me come un timbro. Ad ogni modo il film intreccia i temi della solitudine con quelli del multiverso, per chi è disposto a crederci, e quindi della possibilità di incontrarci anche forse oltre il materiale. Il tema è certamente, anche se non solo, quello dell’incontro e “un incontro è un varco di fiducia” come scrisse il commediografo Jean Giraudoux, qualsiasi forma esso abbia. 

Quali sono le caratteristiche della tua regia da un punto di vista tecnico? Se dovessi farti un complimento e un appunto quali sarebbero e perché? Io credo che ha ragione quel regista che diceva che, in fondo, un regista tende a fare sempre lo stesso film. Ma Renoir aggiungeva anche: “È un’arte il cinema? Che importanza ha? È la mia risposta. Che si faccia del cinema o del giardinaggio, è la stessa cosa. Tutte e due sono arti come lo è una poesia di Verlaine. Se i film o il giardinaggio sono ben fatti vuol dire che si sta praticando l’arte del giardinaggio o l’arte del cinema […]L’arte non è un mestiere, è la maniera in cui si esercita un mestiere.Ecco, posso dire che quando mi concentro sui miei progetti tengo sempre presente questo. In più, personalmente, sono un amante dell’eleganza visiva, delle tecniche di ripresa, che sovente non riesco a sperimentare come vorrei per questioni di budget, e questo un po’ mi mortifica. Non ho l’interesse a fare l’autore, ma ad essere Michele Pastrello che racconta delle cose, con la sua sensibilità, che in qualche spettatore riverbera, ad altri no, come è normale che sia. Il complimento che mi faccio, ne parlavo ieri con una mia amica, è di essere ancora qui, in Veneto, a credere che ci sia spazio, tempo e modo, per fare il regista. Di appunti molti, certo, ed il più grande è di farmi troppi appunti. 

Cosa consiglieresti a chi ha deciso di intraprendere il tuo stesso mestiere? Quali sono le cose da fare e le cose da evitare assolutamente? Consiglio? Cito la risposta di David Lynch: “Consiglio ai giovani registi: non infilatevi mai alcun tipo di fagiolo su per il naso, evitate di mettere oggetti metallici nelle prese di corrente, guardate da entrambi i lati prima di attraversare la strada, informatevi sempre nella Biblioteca locale”. 

C’è stato un incontro che professionalmente ti ha segnato? Ovviamente in positivo? Beh, cinematograficamente parlando, sì, li cito sempre, i film di Ridley Scott, mentre crescevo (anche se ne sono un fan tutt’ora). Posso però citare una cosa più quotidiana di vari anni fa. Stavo facendo un corso di regia, uno di quelli costosi che non valevano un euro, ma tant’è. Alla fine si dovevano girare delle piccole scene, io dovevo dirigere il grande Carlo Monni. Beh, rammento una cosa che mi disse nel suo fiorentino e, tra i corsisti, la disse solo a me: “tu sei già un regista, che ci stai a fare qui? Fallo e basta.” 

Il giorno sul set più bello ed emozionante degli altri? Due, sul set di Desktop. Il primo, il primo giorno di riprese in alta montagna, in mezzo ad una bufera di neve e nuvole che coprivano la skyline. Indimenticabile e inenarrabile. Il secondo è stato quando, in interni, il mio maglione pesante ha agito per conto mio senza chiedermi nulla (questa la capiranno solo gli addetti ai lavori).

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Ora sono in preproduzione con la Bmovie Italia di Matteo Stefani per un nuovo micro movie. Sarà meno immediato di Desktop, e non c’entra nulla con le mie cose passate. Sono contento che ci sia una casa di produzione che creda in me e ne porto il peso della responsabilità. 

Se non avessi fatto questo mestiere, oggi saresti? Avevi insomma una sorta di piano B? Il piano B ce l’avrei solo nel momento in cui mi rendessi conto di avere un piano A. Piani a parte, ti posso dire che, oltre a regista, se ne avessi la possibilità, vorrei fare il produttore. Produrre miei colleghi in cui credo mi renderebbe felice. 

Hai mai dei rimpianti? Sì, come tutti. Il tempo li guarirà, assieme al mio modo di andare avanti nell’arena della vita. Non ho un carattere facile, chi mi conosce lo sa a suo scapito; necessito di troppe risposte, come se la vita fosse un risultato matematico, e non va bene, perché non è così. Rendersene conto è già un primo passo. Però mi sento molto meno statico di un tempo, essere statici per paure e proiezioni non va bene. 

Cosa farà Michele Pastrello fra 20 anni? Ti vedi ancora dietro una macchina da presa o ancora hai un sogno da realizzare?  Il sogno, ovvio, è quello di realizzare almeno un paio di film e che vengano distribuiti. Ma la possibilità di avere una confortevole casa in legno in riva ad un lago in montagna, tra quiete e silenzio, è una cosa che mi passa da sempre nella testa. Non come fuga, no, solo come luogo per contemplare che io, come tutti, siamo solo di passaggio. 

L’intervista con Michele Pastrello termina qui: vorrei aggiungergli che condividiamo lo stesso sogno fatto di una casa di legno e di montagna, di silenzio. E di spazi immensi che ci ricordano il tempo che ci è concesso.

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