marzo 20, 2014 | by Emilia Filocamo
Lo scrittore Andrew Gross, coautore di James Patterson, confessa di amare l’Italia e pensa alla Costiera per il suo prossimo libro

Mi ero sempre chiesta quale espressione tronfia e di meritata soddisfazione potesse avere uno scrittore da milioni e milioni di copie vendute, uno dei privilegiati, seri, irascibili autori che ha un sito iper gettonato, una pagina facebook che trabocca di fan come un orcio stracolmo, un carnet di reading, appuntamenti, presentazioni di libri da cardiopalma e con date che si susseguono febbrilmente. Poi, ecco, la risposta mi viene gentilmente offerta dal sito di Andrew Gross, autore newyorkese di thriller che hanno non solo scalato, ma dominato e conquistato i vertici delle classifiche del New York Times, convinto la critica e i lettori di mezzo mondo. La risposta non è scontata, prevedibile: nessun atteggiamento altisonante o superbo, anzi. Lo sguardo è sereno e diretto, certo, di quelli che sanno da dove vengono e, soprattutto, che sanno dove vanno e la postura è di chi crede in se stesso ma senza facili e ottusi entusiasmi, bensì con estrema consapevolezza. Però c’è spontaneità. Andrew Gross si offre ai suoi lettori in maniera diretta e semplice, la foto del sito è l’emblema di questa chiarezza: jeans, t-shirt, giacca, braccia conserte, appoggiato ad un edificio di New York. Si, la stessa New York che vedeva rientrare all’alba una sinuosa, elegantissima Holly Golightly in abito nero, la New York di Truman Capote appunto di Colazione da Tiffany, la New York non solo dell’11 settembre ma anche di Andrew Gross che, tuttavia, ha scelto di vivere nella più tranquilla zona residenziale di Westchester County con moglie, figli e gli adorati cani. Difficile tuttavia far collimare e coincidere l’immagine di serenità che traspare da quella foto con il gorgoglio di suspence, intrecci, colpi di scena e crimini che caratterizzano i suoi thriller, da Marea Nera a Reckless a The Blue Zone e così via. Eppure i due aspetti si armonizzano perfettamente nel racconto di un uomo, indubbiamente un artista, che non pensava di diventare uno scrittore, tantomeno famoso, e, soprattutto, somma delle coincidenze fortunate, ma direi soprattutto meritate, di essere scelto come coautore da uno dei più acclamati autori di thriller del mondo. Ma ciò che stupisce di Andrew Gross è anche la concezione che lui stesso ha dello scrittore: non solo o comunque non sufficiente il lampo di genio, il talento sregolato, ma il labor limae, per dirla alla Callimaco, il lavoro costante di miglioria, di raffinatura. Amante dell’Italia e della cultura italiana, con un affetto tutto particolare per la Costiera Amalfitana e Capri, come lui stesso racconta, Andrew Gross riesce anche di dire, e lo fa con successo, qualche parola in italiano mentre risponde alla curiosità a cui deve essere ormai avvezzo, data la mole di interviste che riceve da anni.

Cosa rende grande uno scrittore? Ho una mia teoria in proposito. Scrittori si nasce, o almeno, secondo me, si nasce comunicatori di storie, “raccontastorie” per utilizzare una parola quasi antipatica. Ma alla dote innata si aggiungono altre cose: il dedicarsi totalmente a questo mestiere, il continuo bisogno di migliorarsi, il lavorare con costanza tutti i santi giorni. Non ci sono scorciatoie, solo olio di gomito per lubrificare il meccanismo. E poi assolutamente un intuito innato per l’incipit di una storia, la capacità di capire il modo migliore in cui questa può rappresentare l’umanità attraverso tutta la gamma di aspirazioni, successi e sconfitte appunto squisitamente umane. Quasi una sorta di richiamo al famoso “Homo sum: humani nihil a me alienum puto” di Terenzio.

Dunque alla tua inclinazione indubbiamente innata per la scrittura si è aggiunto qualcosa in più: insomma cosa ti ha fatto diventare appunto Andrew Gross? Sorride, sta in silenzio, poi racconta. Non ho sempre fatto lo scrittore. Io ero nel business, erede di un’attività di famiglia nota e molto ben avviata, produzione e commercio di abbigliamento sportivo, golf e tennis soprattutto. E ho fatto questo fino al giorno in cui, James Patterson, autore di fama mondiale di thriller come “Il Collezionista” alcuni di questi divenuti anche noti film, e padre del famoso psicologo Alex Cross interpretato magistralmente da Morgan Freeman, mi chiese una collaborazione. Fino a quel momento avevo per lo più scritto storie brevi ed autobiografiche così come fanno molti scrittori all’inizio, racconti che conservo ancora nella mia scrivania. All’inizio ero intenzionato a scrivere libri che potessero vendere bene, scrivere fiction commerciali per intenderci, ma in realtà ho sempre amato i thriller, il crescere della suspence, come i cattivi e i potenti sembrino sempre intoccabili e come la gente semplice viene tradita o messa in pericolo. Ho sempre amato i farabutti, quindi il thriller era in un certo senso, la forma migliore per potermi esprimere. Allora avevo anche scritto un thriller piuttosto lungo sul commercio delle armi in USA e, pur riscuotendo un discreto interesse fu respinto. In quel momento però, è intervenuto il destino, non so come, ma quel mio primo libro è finito nelle mani del grande James Patterson. Mi telefonò e mi chiese di fare colazione insieme perché voleva parlarmi. Stordito e sorpreso, ci andai. Quando il mio primo thriller fu rifiutato non avevo un piano B, ma quella colazione con James Patterson mi cambiò la vita. James cercava un partner per scrivere una nuova serie di Thriller. Ovvio che accettai e la sorpresa fu l’esito più che positivo, così mi chiese di scriverne un altro e così via. Questa collaborazione si è infatti concretizzata in diversi titoli da Seconda Chance a Terzo grado.  Così ho intuito che la scrittura era nel mio destino o comunque doveva diventarlo in qualche modo.

Perchè hai scelto di scrivere proprio dei thriller? Voglio dire, al di là dell’ammirazione per il genere, cosa ti ha motivato a fare questa scelta? Per me ogni trama è la combinazione perfetta di tre elementi fondamentali: primo, un evento improvviso, inaspettato, possibilmente e preferibilmente qualcosa di tragico; secondo, il personaggio principale, il protagonista che deve affrontare qualcosa nella sua vita accaduto altrettanto all’improvviso e poi, terzo, un elemento accessorio, in questo caso un personaggio negativo, malvagio che deve motivare il crimine. Ma in genere cerco anche di toccare le emozioni dei lettori, non voglio solo stuzzicare la loro adrenalina ma anche i loro sentimenti più reconditi. I giornali, le notizie, l’aneddotica locale, tutto ciò per me è fonte di ispirazione quando devo iniziare a scrivere un romanzo. Ad esempio, per il mio ultimo libro, Everything To lose (Tutto da perdere ndr), ho riaperto un cassetto della memoria. Ben cinque anni fa avevo letto sul New York Times  di  un ragazzo che aveva strangolato la fidanzata perché lei voleva lasciarlo ed aveva nascosto il suo corpo in alcuni pozzi abbandonati in un edificio industriale di Staten Island. Questa cosa letta allora è fermentata in me e nella mia fantasia per cinque anni e quando, l’anno scorso, il terribile uragano Sandy ha distrutto per metà Staten Island, ecco che la mia immaginazione mi ha riportato alla mente la metà mancante di quella tragica storia passata trasformandola in trama. Ecco, io credo che per uno scrittore basta mettere da parte, come in un file del computer, dei pezzi di una trama e farli fermentare, stagionare e poi quegli stessi pezzi, con il tempo, lo ripagheranno del lavoro fatto.

Un tuo romanzo è ambientato in Italia, è così? Cosa pensi dell’Italia? Ho ambientato diverse scene dei miei thriller in Italia e per lavoro e per vacanza, ho avuto la fortuna di visitare spesso il vostro paese, compresa la Costiera Amalfitana che adoro. Ammiro la bellezza del vostro paese, il romanticismo ed il vostro vino, una delle mie passioni più grandi, dopo la scrittura. E poi – sorride – mia figlia sta per sposare un italiano, un ragazzo di Milano. Quindi, diciamo che sono italiano per metà, italiano per passione e per questioni di famiglia, mettiamola così.

Hai mai pensato di ambientare un tuo thriller completamente in Italia? Certo! Per il mio prossimo libro pensavo proprio alla Costiera Amalfitana, un paesaggio eccezionale, splendido, e a Capri, dove andavo spesso da ragazzino con i miei nonni. E poi mi affascina il Vaticano, Roma. Ricordo che una volta visitai Roma con una guida, un ragazzo che, ad un certo punto promise di farci vedere qualcosa di speciale. Ci portò sulle colline, in un quartiere residenziale e poi ci lasciò in un posto spazioso ma vuoto in cui c’erano solo un muro di pietra ed un cancello di ferro. Poi il ragazzo ci disse di infilare lo sguardo nella serratura di quel cancello e quando io e mia moglie lo facemmo, ammirammo lo scorcio più straordinario di Roma e di San Pietro, proprio là, da quel buco minuscolo. Ecco, dopo la Costa d’Amalfi e Capri, penso che quel posto sarebbe assolutamente perfetto per il mio prossimo thriller.

Perdona il gioco di parole: ma quando uno scrittore scrive? Voglio dire c’è un momento particolare della giornata? E poi ascolti musica mentre scrivi? So che molti scrittori di successo, ad esempio Stephenie Meyer di Twilight, lo fanno, si sentono ispirati. Dopo una fragorosa risata: No, assolutamente niente musica, per lo più gioco a carte, mi piace interrompere il lavoro facendo dei solitari, mi aiutano a ragionare, a pensare. Scrivo per lo più di mattina, poi faccio una pausa e in genere correggo quello che ho scritto il giorno prima che, ad una rilettura, appare di sicuro meno elegante e ben forgiato di quanto possa apparire al momento della prima stesura. Cerco di delineare subito degli elementi guida della storia e di buttarli giù in breve tempo, inoltre, poiché in genere i miei capitoli hanno una lunghezza che va dalle tre alle cinque pagine, cerco di mantenere una media di un capitolo al giorno.

Ty Hauck è il protagonista di molti dei tuoi thriller, è un poliziotto: come è nato il suo personaggio, ti ha ispirato qualcuno del passato? Ty Hauck è in quasi tutti i miei romanzi, sebbene in passato abbia scritto 4 libri che si discostano dal suo personaggio, ed è quello che si può definire un cavaliere bianco, un eroe umile che è stato ferito dalla vita, ha infatti causato involontariamente la morte di sua figlia in un incidente stradale e si porta addosso questa sorta di peccato originale senza possibilità di redenzione. Ty Hauck si trova sempre nei guai, in genere per difendere o aiutare qualcuno e quel qualcuno è quasi sempre una donna. È un uomo forte, spesso rude, ma che non si arrende, per questo piace tanto alle donne. È un cavaliere alla perenne ricerca della verità. Diciamo che è il genere di uomo che vorresti accanto, come diciamo noi americani, se fossi in trincea. Per Ty si, mi sono ispirato ad un personaggio del passato, mio nonno, un uomo saggio, forte e semplice, che non era istruito ma che è stato in grado di realizzarsi tutto da solo diventando un uomo di successo. Lui era solito dire una cosa semplicissima ma reale: “Nella vita puoi fare tutto quello che vuoi purché tu sia disposto a dare tutto te stesso per quello in cui credi”.

Hai mai pensato di far diventare i tuoi thriller dei film, delle sceneggiature? In verità i diritti del  mio ultimo libro, “No way back”, (Nessuna via d’uscita ndr), sono stati acquistati dalla Imagine di Hollywood e ho buone speranze ma come dico sempre, mai illudersi troppo.

Hai progetti adesso? A cosa stai lavorando al momento? Per scaramanzia non parlo mai dei miei progetti, sono felice di ciò che ho realizzato e raggiunto e tutto ciò che arriverà sarà solo un’ulteriore benedizione. Anche se, tengo a sottolinearlo, il mestiere di scrittore è un mestiere sui generis, fatto anche di tanti momenti difficili e di attesa di ispirazione.

E chi ti aiuta in quella circostanza? Intendo quei terribili momenti da “pagina bianca”? Per fortuna anche allora ho accanto la mia prima fan e sostenitrice, oltre che amica: mia moglie Lynn! Certo, spesso, devo ammetterlo, quando entra nel mio studio e mi trova con le mani sulla testa e  lo sguardo fisso puntato verso il soffitto mi diventa difficile convincerla che si, insomma, anche in quel momento sto lavorando!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654