novembre 16, 2014 | by Emilia Filocamo
Lo scrittore e, per ora, aiuto regista, Sandro Fogli racconta il suo amore per il cinema

Sandro Fogli, scrittore, aiuto regista, ma soprattutto cultore del cinema e dei grandi registi, appassionato ed appassionante, non crede alle coincidenze, tantomeno alla fortuna. Tuttavia, per uno strano gioco di date e di reciproche combinazioni lavorative, mi chiede di intervistarlo martedì 21 Ottobre che, guarda caso, è l’anniversario della morte di Truffaut, grande maestro a cui ha dedicato la sua seconda opera letteraria dopo Hitchcock, intitolata appunto Truffaut e La pellicola interattiva. È una felice, non userò la parola coincidenza, epifania parlare di cinema proprio in un’occasione del genere. Sandro Fogli non crede dunque nemmeno alla fortuna, ma crede al lavoro, al talento che si permea di fatica e di costanza, di voglia di farcela, eppure, più di una volta, nel corso dell’intervista, si definirà fortunato, per scelte lavorative, per incontri, per occasioni e possibilità cercate e ricevute con il sacrificio costante. Sandro Fogli non è mai scappato dalla provincia, dal paese toscano da cui proviene: facile quando si è adolescenti farsi imbambolare dai consigli spiccioli delle persone che invitano a tentare la fortuna altrove e l’altrove, specie nel mondo del cinema, sono Roma e Milano, non certo una piazza di paese con il cinema a livello familiare e poche proiezioni o con la classica palizzata di cipressi toscani intorno a fare da cornice. Ma Sandro è diventato Sandro Fogli là dove ha sempre vissuto, con alterne puntatine di lavoro a Roma, ma senza dimenticare di ritornare dai suoi cani, nella sua casa, fra le sue cose. Perché un artista è un artista sempre ed ovunque, e l’ispirazione non dipende certo dalle condizioni che ha intorno, che possono magari solo agevolare. L’ispirazione fa leva su ciò che l’artista ha dentro e che bussa insistente e bisognoso di dirsi.

Sandro, oggi è l’anniversario della morte di Truffaut: partiamo da questo per capire come nasce la tua passione, sconfinata, per il cinema e per tutto ciò che è cinema. Sei figlio d’arte oppure tutto è cominciato con te? No, non sono assolutamente figlio d’arte, sono figlio di un designer della provincia di Pisa e di una casalinga che amava la decorazione, sicuramente sono figlio di due “artisti” in quanto abituati a circondarsi di cose belle e ad avere gusto. Ma l’amore per il cinema è avvenuto con una folgorazione vera e propria trasmessami dallo schermo: era domenica, avevo 8 anni, e davano in tv “Delitto Perfetto” di Hitchcock, ecco in quel momento, guardandolo, mi sono innamorato del cinema, ma attenzione non della tv che, alla stregua di Truffaut considero un monitor. Truffaut in questo è stato una sorta di Nostradamus, in quanto aveva demonizzato la tv, a differenza di Hitchcock che è diventato quasi un prodotto televisivo. Truffaut aveva capito in anticipo un problema molto attuale e cioè che chi possiede l’informazione, tiene in pugno la gente.  E poi sono un ragazzo degli anni ’80, sono stato un bambino cresciuto con la tv degli anni ’80 che, rispetto a quella di oggi, possedeva una varietà incredibile. Noi ci illudiamo che i palinsesti attuali siano variegati ma negli anni ’80, seppure con pochi canali, potevamo spaziare dai quiz agli sceneggiati fino ai film d’autore il lunedì o il martedì in prima visione. Un bambino come me, un bambino degli anni ’80 poteva incontrare Hitchcock, un bambino degli anni 2000, incontra Grande Fratello, è questa la grande differenza fra ieri ed oggi. Ma il mio mestiere è soprattutto fatica, è un mestiere fatto di sveglie all’alba, di traffico, di raccordi intasati e di tangenziali piene. Se non ci fosse la passione, e non la smania di visibilità che è assolutamente inutile, non sarei arrivato da nessuna parte. Io dico sempre che mi sono mischiato a questa fabbrica dei sogni e non sono riuscito più a venirne via. E anche la smania di dover andare via per forza non credo sia una cosa utile: quando avevo 15 anni tutti mi spronavano ad andare a Roma o a Milano ma poi, ormai, le cose sono cambiate e  si girano film dappertutto, il Piemonte e la Puglia, ad esempio, sono regioni vivacissime dal punto di vista delle location per film. La Puglia, la Apulia Film Commission ha scelto a mio parere uno slogan geniale “La Puglia è tutta da girare” con l’ambivalenza di significato del verbo girare. Ecco, anche la Toscana dovrebbe seguire l’esempio di queste due regioni.

A questo punto Sandro si scusa per la divagazione.

Perdonami, mi sono un po’ perso, ma credo si intuisca quanto ami questo mestiere.

Poi nella tua carriera sono arrivate le fiction di successo, da Orgoglio a Raccontami, da Nebbie e Delitti a Tutti Pazzi per Amore fino alla web serie di Marco Limberti, Lei, lui e l’Altro. Ci racconti anche questo passaggio? Innanzitutto io amo dire che mi occupo di cinema nonostante questo mestiere sia spesso incerto e traditore, come tanti altri aspetti della vita, d’altronde. Anche la crisi ha contribuito e non poco ad inasprirne l’incertezza, ormai tutto si è giustificato con la crisi, noi italiani amiamo crogiolarci in queste situazioni invece di affrontarle, da questo punto di vista siamo molto meno rivoluzionari dei francesi. Comunque sono aiuto regista, da regista ho fatto la pilota di una web serie di Alessandra Capparè che si chiama T Bar e che stiamo promuovendo. La location è un famoso locale di Testaccio a Roma ed è una sitcom tutta la femminile e molto ironica in cui si scandaglia l’ultima mania dei nostri giorni: la dipendenza totale dalla tecnologia, intesa sia come utilizzo smodato degli smartphone, che ormai accecano la comunicazione verbale fra gli esseri umani, sia come dipendenza spesso patologica dai social network. Con Marco Limberti l’incontro è avvenuto dopo un lungo periodo di inattività, ed in questo posso dire di ritenermi fortunato. Dopo tutti pazzi per Amore, io ho fatto da aiuto regista nella seconda e terza serie, per intenderci quella in cui Antonia Liskova ha sostituito Stefania Rocca, mi sono fermato per 3 anni e ho scritto il mio secondo libro, dedicato a Truffaut. Il primo libro, invece, dedicato ad Hitchcock, è stata un’evoluzione della mia tesi perché Romano Editore di Firenze l’ha letta e ha deciso di pubblicarla, ovviamente epurandola dalle parti e dalle espressioni più accademiche. Di Hitchcock ho sempre ammirato la grande capacità di autopromuoversi, in questo è stato un antesignano, è diventato una star della tv, pensiamo al suo profilo quando presentava i film, divenuto un vero e proprio  marchio, un logo. Io dico sempre di essere un cinemaniaco. Ricordo ancora quando andavo al cinema Apollo del mio paese, Cascina, con le vecchie sedie, e ricordo quando  vidi per la prima volta Et di Steven Spielberg, con la sala così piena da costringere molta gente in piedi. Insomma una scena alla Nuovo Cinema Paradiso. Il mio lavoro invece su Truffaut, intitolato Truffaut e La Pellicola Interattiva, ha cercato un po’ di riabilitarlo agli occhi del pubblico italiano: troppo spesso sento dire  sciocchezze del genere “non guardo i film francesi perché non mi piacciono” e si associano in questa facile definizione la pesantezza, la tristezza, quando poi se solo pensiamo al Favoloso Mondo di Amelie o ai film di Luc Besson, siamo smentiti. La differenza principale fra i due registi che ho scandagliato, Hitchcock e Truffaut, è che mentre Hitchcock suona il pubblico come un organo, sapendo esattamente quando schiacciare il tasto della paura e quando quello del sorriso, essendo stato anche molto ironico, e quindi lo spettatore è bloccato e passivo, un po’ come nel protagonista della Finestra sul Cortile, dove le finestre simboleggiano un po’ lo schermo, in Truffaut, invece, lo spettatore è attivo. Truffaut ha delle ossessioni personali, che tuttavia diventano quasi oggettive, di qui il titolo del mio lavoro, corredato dall’aggettivo interattivo: vedere i suoi film è un’esperienza che lascia il pubblico migliore e che provoca empatia con i personaggi. Mi sono perso di nuovo, vero?

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Sto aspettando da Marco Limberti notizie sulla prossima sceneggiatura di Lei, Lui e l’Altro, come ormai spesso avviene nel nostro mestiere, i lavori sono sempre in fieri e dunque in divenire e ho finito finalmente di raccogliere la documentazione per il mio nuovo libro che sarà dedicato a Billy Wilder. Una documentazione che mi ha impegnato per   un anno intero. E poi continuerò a scrivere in attesa di girare la mia opera prima, sono un uomo di 40 anni e fare “da grande” il regista è realizzare il proprio sogno, non l’aiuto regista, sto solo cercando di capire quanto questo “da grande” è lontano.

Chi vuoi ringraziare oggi? Sicuramente Vittorio De Sisti, scomparso purtroppo nel 2006 e per due motivi fondamentali, il primo è che è stato un regista che mi ha dato la possibilità letteralmente di rubare il mestiere, di imparare tantissimo. È stato un grande uomo che, nonostante i problemi e le sofferenze a cui è andato incontro, ha sempre brillato per coraggio ed umanità. Lui mi ha insegnato che sul set sono tutti importanti, dagli attori alla manovalanza vera e propria e che i problemi vanno risolti senza fare uno sterile scaricabarile. E poi lo ringrazio per avermi dato la possibilità di andare a Roma e di lavorare ad un successo incredibile quale è stato Orgoglio. All’inizio si credeva fosse la solita risposta alla concorrenza Mediaset, mentre appunto su Mediaset andava in onda Elisa di Rivombrosa, sulla Rai c’era il nostro feuilleton, Orgoglio. Ma poi gli ascolti hanno dimostrato il contrario: Orgoglio aveva innanzitutto una protagonista molto amata dal pubblico, Elena Sofia Ricci, e poi è stata una fucina di carriere che sono cominciate proprio là: pensiamo alla Murino, a Daniele Pecci, alla stessa Gabriella Pession, alla mia. Ecco, direi che sono stato fortunato perché ho lavorato con tante persone davvero belle ed in gamba, e quando mi è capitato di incontrare persone che non mi piacevano, ho comunque imparato anche da loro, ho imparato ciò che non avrei mai dovuto fare sul set. Si, mi sento proprio fortunato.

A questo punto l’intervista si chiude: protagonista un fortunato che non crede nelle coincidenze e nella fortuna. E le ultime parole di Sandro Fogli tradiscono un’unica preoccupazione, quella di aver parlato troppo. Ma si sa, la passione non ha argini ed il silenzio non è una diga forte abbastanza per un simile getto di autentico amore per il cinema.

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