marzo 26, 2014 | by Emilia Filocamo
L’Olimpo di Alba Gonzales: così i miti classici rivivono a Ravello / FOTO IN ANTEPRIMA

I sogni comuni sono elaborazioni, spesso anche complesse, di esperienze, di dati accatastati e magari ripescati in un random imprevedibile: talvolta sono accomodanti e piacevoli, la quintessenza di un viaggio di piacere, in altri casi sono angoscianti, orribili. Ciò che è quasi certo è che per la maggior parte dei “comuni mortali” i sogni restano imprigionati in uno spazio ben definito, generalmente delimitato dalle linee invalicabili delle ore notturne o di un letto visibilmente agitato. I sogni di un artista, invece, hanno forse qualcosa in più, hanno la possibilità talvolta di sfuggire appunto alla prigione  onirica, e prendere forma. E se per sogni intendiamo non solo delle elaborazioni ma anche il contributo preponderante dell’inconscio, allora ecco che per un artista, quel complesso vaso di Pandora, fatto di esperienze, di ricettività e reattività a determinati stimoli, emozioni, positive o drammatiche che siano, diventa il miglior strumento di lavoro possibile, al pari di una tela, di un arco perfettamente teso sul violino, di un passo di danza, di un infantile panetto di creta.

Alba Gonzales, scultrice, colpisce non solo per lo sguardo quasi ipnotico ma soprattutto per il modo in cui riesce a fondere in un unico concetto di arte un po’ tutto il suo vivere. Un vivere fatto di ricordi, di passioni e incertezze, di suggestioni, di emozioni, di rabbia e di immagini anche disturbanti. I fantasmi di Alba Gonzales diventano creature mostruosamente belle, per utilizzare un ossimoro, e i sogni più belli, fatti di eros e di desiderio, di femminilità e fascino, si tramutano in creature che nascondono meglio, attenzione, solo un po’ meglio, ma non del tutto, il lato oscuro che esiste in ogni cosa ed in ognuno di noi. L’arte della Gonzales diventa un bisturi indiscreto alla ricerca del Dottor Jekyll e del Mister Hyde che sono ovunque. Alla ricerca del bene e del male, che pervadono tutto l’Universo e che convivono nella stessa creatura. Bastano una volata di bronzo in più o una piccola impennata sul marmo a far prevalere un aspetto sull’altro. La strega delle fiabe che allo specchio, mediatore un opportuno incantesimo, si scopre bellissima. È proprio il Maestro Gonzales a raccontare questa guerra di opposti con quel suo modo misterioso di spiegare le sue creazioni che accresce il fascino stesso delle opere realizzate.

La prima domanda viene spontanea dopo aver letto la frase riportata sul suo sito “L’Arte è quando testa, mani e cuore lavorano insieme”. Maestro Gonzales lei direbbe che l’Arte possa essere quasi una sorta di distribuzione di ingredienti con l’indicazione del q.b. per ciascuno di essi, una specie di ricetta perfetta? E se è così, c’è un momento della sua arte in cui uno dei tre elementi prevale sull’altro o comunque un momento nel quale è proprio questa prevalenza a formare l’opera? Ho sempre avuto tre elementi guida nella mia vita artistica – racconta il Maestro Gonzales – l’ironia, poi il dramma ed infine il sentimento, sentimento inteso come amore. In genere questi tre elementi, ancora più di testa, cuore e mani, governano la genesi, intesa come ispirazione, delle mie opere. La voce guida è comunque sempre e solo un’emozione, che può anche essere negativa, anzi quelle negative sono spesso estremamente forti, interessanti. In alcuni casi l’ispirazione si trasferisce sul sociale: ad esempio ho realizzato opere che hanno avuto come tema quello tanto attuale del femminicidio, ma poi, come spesso avviene nel mio discorso artistico, bianco e nero si confrontano, bene e male, luce e buio diventano partner dello stesso linguaggio. E così come ho attraversato, anche dolorosamente, questo scabroso tema, con l’ausilio di un’attrice di burlesque, ho dato voce al suo opposto: ho analizzato la figura femminile sotto una doppia sfaccettatura, di colei che subisce e di colei che, estremamente erotica, affascinante, domina l’uomo.

Un poeta americano ha scritto che essere poeta è un po’ come essere uno scultore: dalla montagna di parole che si ha a disposizione ne vanno scelte solo alcune e le altre devono essere necessariamente tagliate via, così appunto come fa uno scultore quando lavora. E ciò che resta è il capolavoro. Lei condivide questo pensiero? C’è ogni tanto anche per lei la necessità di un non detto? Credo che in ogni vita artistica ci sia una sorta di percorso evolutivo. All’inizio, parlo del periodo che va dagli anni ’70 agli ’80 ho lavorato tantissimo cercando di sintetizzare, mi soffermavo molto sulla forma (ovviamente intesa sempre come corpo umano) e sul modo in cui la forma veniva incisa dal ritmo, dai piani. Anche la luce, insieme al ritmo, o al colore giocava un ruolo da protagonista. Ecco perché spesso parlo di linguaggio artistico universale: colore, ritmo, piani, sono termini comuni anche al mondo della musica o a quello della danza classica, dal quale io provengo. E allora, anche per una sorta di moda, utilizzavo molto il marmo come materia prima. Poi, successivamente, ho sentito il bisogno di aggiungere altro, e questo ha variato il mio lavoro o comunque lo ha reso meno sintetico, anche allora il corpo era un punto fisso della mia espressione artistica ma non era così evidente come lo è adesso, nei miei ultimi lavori.

Da sabato 29 marzo e fino al 18 maggio sotto l’etichetta  “Amor Maris – I miti scolpiti”, a Ravello saranno in mostra 32 opere, fra marmi e bronzi, di cui 10 monumentali, 4 delle quali dislocate sulla terrazza dell’Auditorium Oscar Niemeyer. Come ha scelto le opere che esporrà nella Città della Musica? C’è stata una linea guida anche in questo? Io sono legatissima al mondo classico, le mie opere ne sono una dimostrazione tangibile, sono legata a tutto ciò che è bellezza mediterranea, mito. E Ravello, con la sua luce, la sua posizione leggermente ritirata dal mare ma senza allontanarsene del tutto, incarna perfettamente la mia idea di Olimpo, di classicità: è quasi una sorta di materializzazione perfetta dell’immagine dei miti che arrivano dal mare.

Nel suo percorso si assiste ad una sorta di climax discendente, in senso non negativo, ma proprio di trasformazione della figura umana. Dall’antropomorfismo dei primi tempi, si passa all’idealizzazione e divinizzazione quasi della figura umana con i miti classici per poi fare un passo indietro (in termini di raffigurazione artistica) con le Chimere o le Sfingi, in cui prevale il mostruoso, quasi il bestiale. Cosa indica questo percorso? È un po’ la manifestazione parossistica della dicotomia che regna in tutte le mie opere: nessuno è solo bello, si potrebbe dire, e in ognuno di noi sono presenti due componenti, una delle quali è pura bestialità. La Sfinge, per fare un esempio, è l’emblema assoluto di questo concetto. E l’arte esorcizza questa componente.

Una domanda da non addetti ai lavori. I suoi materiali preferiti sono bronzo e marmo. Un artista come sceglie la materia prima per un’opera? Insomma lei come stabilisce se una determinata opera è più adatta al bronzo o al marmo? Spesso sono le materie prime stesse a suggerirci quello che possono dare e ciò che possono diventare. Il marmo, ad esempio, è più adatto ad una forma raccolta, così come il bronzo è l’ideale per una forma aerea. Poi bisogna anche considerare le dimensioni dell’opera che si ha intenzione di realizzare perché molto spesso un’opera che si vorrebbe destinare ad un carattere monumentale potrebbe rendere meglio se realizzata in dimensioni più ridotte, un po’ come succede se si ingrandisce troppo un’immagine facendola diventare sfocata. Sono tantissime le variabili in questo caso.

Alba Gonzales come si è avvicinata alla scultura? Anche se la domanda le sarà stata rivolta chissà quante volte. È una domanda a cui invece mi fa piacere rispondere perché si ricollega ai miei ricordi. Ho iniziato come ballerina di danza classica e ricordo che quando avevo difficoltà nel realizzare fisicamente un passo o una posizione, ad esempio una arabesque, cercavo di plasmare e di superare la mia difficoltà modellandola con la creta. Tutto è nato così, dal trasferire l’ostacolo fuori dal mio corpo. Ecco perché il movimento è così essenziale e fondamentale nelle mie opere, oltre che la composizione e l’armonia, altri elementi imprescindibili. Bisogna imparare e capire che l’arte, qualsiasi forma d’arte, è innanzitutto disciplina: proprio come la musica o la danza. Anzi, sono convinta che proprio la formazione come ballerina mi abbia dato la pazienza e la disciplina necessarie anche alla mia produzione artistica.

Dunque anche qui tornano gli opposti. E Alba Gonzales richiama il leitmotiv di tutta la sua arte: il furore dell’ispirazione, dell’emozione che viene mitigato ed incanalato nella disciplina della forma e della composizione. Il Dionisiaco che si confronta con l’Apollineo.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Cosa l’aspetta una volta “scesa” dall’Olimpo di Ravello? A questo punto devo confessarlo – il Maestro Gonzales si lascia andare ad un sorriso sincero – sono una fatalista e anche per scaramanzia, non mi piace guardare troppo avanti o fare progetti a lunga scadenza. Accetto ogni cosa come un momento di conferma e di crescita, così come questa splendida esperienza qui a Ravello. Ma senza guardare oltre. Una cosa però è certa: il mio desiderio è continuare a lavorare e per lavorare intendo non esporre o riscuotere successo, ma continuare a dire qualcosa a chi guarda e ammira le mie opere. Capacità di emozionare. Questa è l’essenza dell’arte e la missione di ogni artista. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Gozales/Ravello
“Amor Maris – I miti scolpiti”
Ravello, Villa Rufolo
Piazzale Auditorium Oscar Niemeyer
29 marzo – 18 maggio
A cura di Maria Mucciolo

Info: www.ravellofestival.com

FOTO (di Pino Izzo)

 

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