marzo 31, 2014 | by Emilia Filocamo
Lorenzo Carcaterra, autore di Sleepers e di The Wolf, racconta le sue radici ed un pomeriggio trascorso a Ravello

Non specifica la stagione, l’orario, nessun accenno alle condizioni meteo di quel giorno che continua a definire benedetto: Lorenzo Carcaterra, scrittore italo-americano, autore del discusso ed autobiografico Sleepers, il romanzo da cui è stato tratto l’omonimo film di successo diretto da Barry Levinson che ha avuto come protagonisti Brad Pitt, Robert De Niro, Dustin Hoffmann e Vittorio Gassman, definisce solo quel momento della sua vita come “il pomeriggio trascorso a Ravello”. E le parole “incanto” e “meraviglia” finiscono col far rima con il suo ricordo assolutamente nitido. Qualsiasi ulteriore precisazione, suona per l’autore come un’inutile postilla, se non addirittura come una limitazione. “È un luogo unico al mondo” – racconta con la voce rotta dall’emozione – “capace di farti innamorare a prima vista. Solo dopo aver trascorso lì un intero pomeriggio ho capito perché il grande Gore Vidal scelse di viverci”. Il tono è chiaro e pacato, le parole pronunciate in un italiano perfetto, ma ciò che stupisce ascoltandolo, come lui stesso  sottolinea, è un caldo, familiare, isolano, mediterraneo accento del sud. Di quelli che fanno pensare alle arance e agli ulivi, alle chiese baciate dal sole e ai terrazzamenti. Lorenzo Carcaterra, da autore di bestseller, diventa improvvisamente familiare, e vicinissimo. “Non mi ero mai accorto prima di questa mia cadenza naturale – precisa – fino a quando un amico a Firenze me lo fece notare dicendomi che parlavo con un tipico accento del sud Italia”. Una coloritura che sa di tarantella e di un battere di onde a portata di sguardo, di traghetti che solcano traiettorie precise, forse perché precise e familiari sono sue radici: famiglia è originaria di Ischia. “Ero abituato a tornare in Italia ogni anno e i miei ultimi libri sono proprio ambientati nel vostro Paese”. Non solo, l’Italianità di Lorenzo Carcaterra è soprattutto merito di una madre assolutamente conservatrice che fino all’età di sei anni non insegnò al figlio una sola parola di inglese, anzi continuava a trasmettergli l’amore per la lingua natale e a far si che il bambino frequentasse i vicini, tutti assolutamente italiani. “Ecco perché amo definirmi uno scrittore Italiano che vive in America”. Ma al di là del suo accento che fa pensare subito agli scorci tanto comuni alla Costiera Amalfitana, ai pini marittimi che degradano verso il mare come bagnanti intimiditi dal primo tuffo, Lorenzo Carcaterra è un autore dai grandi numeri, dal talento indiscusso, padre di un successo letterario, appunto Sleepers, arrivato sugli schermi con l’Osanna dei critici. Smessi i panni  del quasi “compaesano” Lorenzo riconquista quelli dell’autore di bestseller e sceneggiature di grande appeal.

Come è iniziata la tua carriera di scrittore? Lorenzo prende fiato, così come si fa prima di iniziare un lungo racconto: Ho venduto il mio primo articolo ad un quotidiano all’età di 17 anni, per 5 dollari; è passato un bel po’ di tempo visto che il prossimo autunno compirò sessant’anni. È stato un percorso lungo e faticoso: prima i quotidiani, poi le riviste, infine le sceneggiature e poi, finalmente, i libri, i romanzi. Ho sempre pensato che volevo fare della scrittura il lavoro della mia vita, solo che non avevo ancora ben chiara la modalità, poi con un po’ di fortuna, che aiuta sempre, e lavorando sodo, è andata come sapete. Sorride

Esiste una ricetta per sfondare come scrittori? Insomma è una combinazione solo di talento e carpe diem, oppure c’è un percorso preciso da seguire? La ricetta, chiamiamola così, è solo passare tutto il tempo a scrivere e poi leggere tanto, di tutto:  giornali, riviste, libri, poesie. E poi andare al cinema, a teatro e viaggiare. Ma, soprattutto, bisogna essere sempre consapevoli di se stessi, del momento in cui si vive e delle persone che si incontrano. Gli incontri sono fondamentali! Ascoltare le persone, ascoltare le loro storie: tutto ciò è materia prima per diventare uno scrittore. Certo, poi serve altro, una grande disciplina, la capacità di saper distinguere una storia carina, piacevole, da un’idea capolavoro e poi c’è bisogno di tanta determinazione, di talento e anche di fortuna. Bisogna trasformare la passione in business.

Esiste un momento preciso in cui un grande scrittore si rende conto che sta facendo davvero un buon lavoro, un attimo in cui capisce che sta davvero realizzando un capolavoro. Tu hai avuto questo momento? Hai avvertito ad un certo punto del tuo lavoro questa consapevolezza? È tutta questione di attimi, si, ci sono quasi delle folgorazioni: quando ti rendi conto che la scena descritta è particolarmente nitida e vivida, reale, quando un personaggio è così autentico da venir quasi fuori dalle pagine del libro oppure quando una determinata storia o situazione ti conduce in posti in cui non immaginavi di poter arrivare. Ma prima di arrivare a questo c’è tanta fatica e spesso frustrazione: la gioia che provi dopo, comunque, è un risultato che ti ripaga di tutta la fatica. 

Cosa ti ispira di più quando inizi a scrivere un nuovo romanzo? Dipende sempre dal libro, può essere la trama, un autore che ho letto e che mi ha influenzato o anche il posto in cui mi trovo. Varia da libro a libro. 

E in che modo resti affezionato ai tuoi romanzi? Voglio dire fra tutti quelli che hai scritto, esiste un libro a cui sei legato di più? Sono tutti un po’ come dei figli e sono legato a ciascuno di loro per un motivo o un altro: in fondo noi scrittori passiamo così tanto tempo con le nostre creature ed investiamo così tante energie che è difficile, se non addirittura impossibile averne uno preferito o uno a cui siamo legati più che agli altri. 

Tu sei l’autore di Sleepers, splendida storia che abbiamo amato prima come libro e poi  nella trasposizione cinematografica di Levinson. In che modo pensi che diventare sceneggiatori possa cambiare il destino di uno scrittore? È un passaggio obbligato o una questione di occasione? Scrivere sceneggiature mi rende uno scrittore migliore e fare lo scrittore mi migliora come sceneggiatore. È un rapporto osmotico, l’uno prende linfa vitale dall’altro.

Quanto di autobiografico c’è nei libri che hai scritto? E cosa vorresti che i tuoi fan trovassero in ciascuno dei tuoi lavori? Gli unici libri che sono legati alla mia vita sono A safe place (Un posto sicuro ndr.) e Sleepers. Dopo questi due lavori, mi sono dedicato  completamente a lavori di fiction, e probabilmente continuerò su questo sentiero. Avrei in verità l’intenzione di tornare su soggetti autobiografici ma non prima di due o tre anni. Ciò che spero sempre quando un lettore compra un mio libro è che sia in grado di trovarvi all’interno una bella storia raccontata bene. In fondo noi scrittori siamo tutti “racconta storie” e se con i miei romanzi riesco a trascinare i lettori in un viaggio in cui l’affezione fra loro e i personaggi è tale da generare una sorta di empatia e di preoccupazione per il destino dei protagonisti, allora direi che, come scrittore, non posso chiedere o sperare di meglio.

Sei di origini italiane ma il tuo è un vero e proprio amore per il nostro Paese, non solo un’eredità genetica. Cosa ti piace della nostra cultura, del nostro modo di vivere? Ripeto spesso che mi sento tanto italiano quanto americano. Mia madre si trasferì in America che era al nono mese di gravidanza, aspettava me, tutta la mia famiglia è ischitana e sin da quando avevo 14 anni sono stato abituato a tornare in Italia ogni anno,  anche più di una volta all’anno. Ho scritto dell’Italia per il National Geografic Traveller Magazine realizzando alcune storie di copertina, recensioni su Siena, Firenze, Venezia, Ischia e Napoli e sei dei miei nove romanzi, fra i quali l’ultimo, The Wolf, sono ambientati in Italia: il vostro Paese, la cultura, la gente, i modi di fare, sono ormai parte di me. Dalla prima volta che sono sceso all’aeroporto di Roma ho capito che vi appartenevo, che appartenevo al vostro Paese: amo tutto di voi, dal cibo al modo di vivere, dai colori alla gente. Siete scrittori nati, avete una capacità di fascino incredibile e più vado avanti con gli anni, più penso di ritornare in Italia, ho già in programma solo per quest’anno ben 3 viaggi, il primo fra maggio e giugno. Quando sono altrove, l’Italia mi manca terribilmente.

In che modo le tue radici italiane ti hanno influenzato nel modo di scrivere ? È un ingrediente fondamentale in tutto ciò che scrivo, dai film, il mio regista preferito è Vittorio De Sica, agli show televisivi, guardo tutti i polizieschi Italiani e adoro Don Matteo, che guardo di solito in DVD, vorrei tanto scrivere una sceneggiatura per questa fiction, un giorno! Leggo tutto ciò che è italiano, dalla fiction ai romanzi autobiografici: ecco perché mi definisco uno scrittore italiano che vive in America!

L’autore italiano che ti ha influenzato maggiormente? Non ho dubbi: Cesare Zavattini, a mio parere il più grande sceneggiatore italiano mai esistito: le sue storie, viste alla lente di ingrandimento del genio di De Sica, sono reali, intuitive, comiche o disperate, non ho mai visto o letto niente di più simile e vicino alla realtà.

Da autore di bestseller ritieni ci sia qualche autore Italiano che ha tutte le carte in regola per diventare davvero un grande? Intendo un giovane autore. Saviano, adoro il suo coraggio ed il suo stile, e poi Massimo Carlotto, geniale. E ancora Camilleri, sebbene non giovanissimo, che considero un narratore eccellente ed un maestro per chiunque si avvicini a questo mestiere, ma la lista è davvero lunga.

Se non ti fossi dedicato ai thriller, quale genere avresti scelto? In verità ho sperimentato anche altri generi: adesso sto scrivendo una storia d’amore per la tv e anche una commedia. Amo un po’ tutto, certo il thriller mette il lettore in una posizione diversa, di attesa, di suspence, ma in futuro vorrei scrivere per il teatro e poi chissà: una bella storia è sempre una bella storia e una volta che mi ha trovato, è fatta, ci provo.

Avrai conosciuto numerosi scrittori. Ma chi è stato il tuo primo modello? Il tuo primo esempio? Peter Hamill, un grande giornalista al cui lavoro mi sono dedicato sin da giovanissimo, ho studiato il suo stile: un testo scolastico. E poi Elmore Leonard, George  V. Higgins ed Ed Mc Bain. Ma Peter Hamill è colui che per primo ha fatto nascere in me il desiderio di scrivere e, soprattutto, di scrivere bene.

Ci hai detto che fra maggio e giugno sarai di nuovo in Italia. C’è un posto che vorresti visitare del nostro Paese e di cui hai solo sentito parlare? Adoro tutta l’Italia ma quest’anno, per la prima volta, visiterò la Sicilia. Le mie città preferite sono Roma e Firenze ed il Lago di Como, che considero un po’ il posto dove si avverano tutti i sogni. Ischia poi è nel mio cuore, là sono tutte le mie radici e quando torno in Italia, non posso fare a meno di tornarvi.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Sto per scrivere il sequel al mio romanzo The Wolf, più una breve storia per lettori Kindle /Nook e Tablets intitolata The Vulture’s game che si ricollega alla gioventù del protagonista di The Wolf. In più sto scrivendo una piccola serie di 4 ore per la Tv e sto lavorando su un romanzo a puntate che si chiama la “Maledizione di Monte Cristo”, ho in programma un film per il cinema di cui sto scrivendo la sceneggiatura ed un altro per la tv, più altri lavori per almeno quattro riviste. Insomma sarà un anno piuttosto pieno.

Tu parli con un accento italiano e meridionale. Secondo te qual è il segreto del sud che poi è anche il tema di quest’anno del nostro Ravello Festival. Il sud inteso come sud del mondo non solo dell’Italia: sei convinto che abbia un potere ammaliante? Qualcosa di magico e ancestrale? Io non credo si tratti di qualcosa in più ma di qualcosa che è connaturale alla sua essenza: ad esempio, il linguaggio! Così lirico, musicale, melodioso, già solo la lingua è un indizio di questo potere non artificioso, ma spontaneo: è un po’ come il canto delle sirene – sorride.

Ascolti musica quando scrivi? Si. In genere per ogni libro che scrivo c’è un cantante o un gruppo guida mentre lavoro. Per The Wolf era Bruce Springsteen.

Una domanda antipatica. Qualcuno dei tuoi lavori è mai stato respinto da una casa editrice? Devo confessare che in questo sono stato molto fortunato: mai. Ci sono stati degli articoli per alcune riviste che magari non erano adatti o delle sceneggiature che non rendevano perfettamente ciò che era richiesto, ma è normale. Qualsiasi carriera ha  alti e bassi, bisogna andare avanti, e fare meglio.

Cosa consigli ad un giovane che vuole diventare scrittore e per il quale le porte delle case editrici sembrano tutte irrimediabilmente sprangate? Di non arrendersi: le porte sono purtroppo fatte anche per essere chiuse. Ma se si ha determinazione, capacità e talento, allora si trova sempre un modo per scardinare anche quella più solida: poi dopo tocca a se stessi. Perché a quel punto è lo scrittore che deve trovare il modo per  diventare indimenticabile.

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Sleepers il trailer 

 

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