luglio 9, 2014 | by Emilia Filocamo
L’orologio e quegli ingranaggi che si baciano: svelti e coordinati ma non sempre rigorosi

Non mi capita spesso, ma quando succede ed ho la fortuna di entrare nel piccolo laboratorio di Giovanni, incastrato fra un bar e, poco oltre, un grande negozio di abbigliamento dalle vetrine ubriache di colori, resto affascinata come la prima volta. Giovanni è un orologiaio di Salerno, credo faccia questo mestiere da sempre, forse lasciatogli in eredità, forse frutto di passione autentica.
E’ un ometto riccio e con un paio di occhiali tondi ed il sorriso altrettanto tondo, uno di quei sorrisi aperti che ti dicono buongiorno ancora prima delle labbra. Solitamente accoglie i guasti “temporali” dei suoi clienti da un banchetto a cui fa da vigile sentinella la moglie; lui se ne sta dietro, si alza solo per dare la mano, se “l’intervento” non è di quelli gravissimi, e da lì, sala chirurgica en plein air, armeggia con fare sapiente, e reggendo gli strani strumenti di lavoro con la stessa abilità di un cinese che mangia cinese con le bacchette, dosa il respiro e le parole.
Con un pittoresco “terzo occhio” di ingrandimento esegue autopsie di ingranaggi, molle, batterie, rotelle tanto piccole da far venire la paura che all’improvviso schizzino dall’altro lato della sua bottega tutta cucù, pendoli, uccellini che sbucano dalla pancia dei quadranti, involucri di carta inventariati con nomi e trapianti di organi dai nomi astrusi. Una volta, anzi un pomeriggio, ho avuto l’occasione di trattenermi all’interno di quel posto alla Hugo Cabret un po’ più del solito e mi sono sorpresa della varietà dei componenti di un orologio e di come ognuno, ruotato, oleato, tenuto a giusto ritmo dall’altro, possa contribuire a rendere perfetti conta del tempo e meccanismo. Come fossero cuore, ossigeno, polmoni, cervello, sinapsi e nervi, tutto lì, ma solo fatto di metallo. Una sala operatoria in cui è il tempo il primo degente e Giovanni con i suoi bisturi puntuti e le sue lenti sta sopra ai suoi pazienti con la serietà di un chirurgo.
Ingranaggi che si baciano e poi a turno si staccano dal bacio perché tutto funzioni, perché il secondo sia secondo ed il minuto sia minuto. Appunto, meccanismo. Appunto, precisione.
Ho sempre questo maledetto vizio di partire da lontano per dire le cose che mi stanno a cuore, forse perché le cose che colpiscono, meritano un impiego di parole in più, perché le parole servono e non per fare male. O almeno, non solo per fare del male. Domenica, 6 luglio: caldo nella norma, sole a volontà. Era ora di estate, parlando di ore e di orologi.  Alle nove del mattino la piazza è ancora solo della domenica e di quella pace pre celebrazione liturgica, pre acquisto di dolci, e pre pranzo con la famiglia che appunto solo la domenica può avere.
Ma gli “ingranaggi” sono già tutti al loro posto con il dovere tra le mani. Chi avrà i tacchi o il compito di far accomodare gli ospiti o da curare gli artisti è già in attività con notevole anticipo, la biglietteria sgranocchia conteggi, le ultime telefonate da “ritenta, sarai più fortunato”, organizzazioni, controlli. In Villa gli uffici trafficano come fosse lunedì: c’è l’agitazione dei grandi eventi ma quella agitazione che non perde di vista la precisione, la costanza. Chi organizza schizza da un appuntamento all’altro, chi si sobbarca del lavoro pesante, lo fa già dal mattino e senza sosta: ci si anticipa, si prevede, si predispone, si suda e si controlla, si precisa, si scandaglia il minuto, la stanchezza accumulata dalla sera precedente, palcoscenico di un altro splendido evento, è stemperata dall’adrenalina che sale come il caffè all’ultimo gargarismo, come poco prima di sbucare, liquida lumachina nera, dal becco acciaio della moka.
E questa scena di ingranaggi svelti e coordinati, di gente che sorride e che si da pacche sulla spalle, si ripete, e senza sosta, ma con tanti andirivieni ed appuntamenti da seguire, fino alle 19,45, quando si sentono i vari “in bocca al lupo”, si coordinano gli ultimi dettagli, si stabilisce quando invitare il pubblico ad entrare e con notevole anticipo per evitare file stancanti di attesa o scomode resse. Il meccanismo, fatto di stare in piedi, su e giù, telefonate, di persone che forse non hanno nemmeno avuto il tempo di cambiarsi d’abito, darsi una rinfrescata, ricordarsi che era domenica, rifarsi il trucco o pettinarsi meglio, ha fatto quadrare l’orologio ed iniziare il tic tac dell’evento con la precisione, con quella precisione che mi ricordano le creature di Giovanni.
Ora mi chiedo perché se tutto è preciso per chi lavora, non possa essere altrettanto per chi da quel lavoro trae una serata diversa e di grande musica, di piacevole compagnia e di divertimento. Leggevo un bel po’ di tempo fa che in America, per alcuni colloqui di lavoro, fra i requisiti richiesti e fondamentali c’è la puntualità estrema. E’ chissà quanti sanno quanto sia noioso, irritante, aspettare una persona che è in ritardo, con quella specie di molla che ti rimbalza nello stomaco e ti fa fare avanti ed indietro. Chissà perché si ha sempre questa capacità di creare sbavature anche quando il tratto è preciso e ben delineato.
Senza andare troppo nel dettaglio, è stato rincuorante tuttavia sapere che più di uno spettatore, a cui è stata raccontata la vicenda accaduta all’esterno del cancello, poi sopraffatto con un ariete di “devo entrare per forza”, non si è accorto di nulla ed ha solo elogiato la precisione e la puntualità. Quando un orologio funziona, quello magari che si ha sul polso, quello regalato all’ultimo compleanno, quello di San Valentino, quello dei sogni, quello del papà, quello di uno zio, non serve guardarsi in giro e farsi incantare o magari trarre in inganno dagli orologi che ammaliano recando un altro orario. C’è un battito, un tic tac che è perfetto. E non va confuso e nemmeno denigrato. E mi viene da sorridere se penso che anche quello potrebbe essere passato sul lettino operatorio di Giovanni.

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