luglio 14, 2014 | by Emilia Filocamo
L’umiltà è l’arma vincente: a tu per tu con Vince Riotta, il Buscetta de “Il Capo dei Capi”

Questa intervista, a cui tengo particolarmente, è nata casualmente, come spesso accadono le cose più piacevoli della vita e cioè senza un disegno preciso, senza uno schema, un lavoro preparatorio o un’anticipazione che potesse darne già direzione e sviluppo. Ed è nata anche in una maniera simpatica. Avevo infatti inoltrato a Vince Riotta, attore di origini italiane, siciliane per la precisione e star riconosciuta della serie di successo “Il Capo dei Capi” con la magistrale interpretazione di Tommaso Buscetta, una serie di domande in inglese, speranzosa di una sua risposta. E la sua risposta, che non si è fatta attendere troppo, è arrivata in italiano. Un italiano quasi perfetto. E’ iniziata così la nostra “chiacchierata” su cinema, Italia e soprattutto sul Sud, leitmotiv del Ravello Festival 2014 e grandissimo amore di Vince Riotta.

Il tema del nostro Ravello Festival 2014 è il Sud, inteso non solo come riferimento geografico ma anche e soprattutto come modo di essere e di vivere: potresti darmi una tua definizione di Sud? «Uso soltanto tre parole: passione, autenticità e valori di famiglia».

Molto spesso hai interpretato ruoli difficili in film di mafia o legati comunque al tema della malavita: cosa ritieni ci sia in te e nel tuo modo di recitare che ha motivato questo tipo di scelta da parte dei registi? «Credo sia motivata soprattutto da una mia comprensione della mentalità del Sud che è legata all’integrità delle persone, quasi tutte particolarmente orgogliose, sia nelle scelte giuste che in quelle sbagliate».

Scorrere la tua filmografia è incredibile ed impressionante per la quantità di titoli e di lavori che hai realizzato: ma fra tutti potresti indicarne uno al quale sei particolarmente legato? «Grazie! Sono due: innanzitutto “Il Capo dei Capi”, per la qualità della serie e per il personaggio di Buscetta che è stato scritto in maniera complessa ed assolutamente verosimile. E poi sono molto affezionato al film “Sotto il sole della Toscana” con Diane Lane e Raoul Bova. Un po’ “un’americanata” ma ha un messaggio molto bello e nel ruolo mi sentivo assolutamente umano».

Come nasce la tua passione per il cinema? Ci racconti i tuoi esordi? «E’ iniziata quando ero soltanto un bambino, guardando i film in Tv ed andando spesso al cinema, divoravo di tutto. Poi a soli 8 anni ho ottenuto a scuola il mio primo ruolo interpretando “Ogisan”, un vecchio giapponese di 80 anni. In quel momento   ho capito che davvero con la recitazione si poteva arrivare a tutto».

Il tuo primo fan, la prima persona che ha creduto in te? «Ricordo con piacere che per il mio ruolo di Ogisan, interpretato quando avevo 8 anni, ho ricevuto critiche lusinghiere nel giornale locale. La mia vicina, un’anziana ottantenne, mi ha conservato tutte le prime recensioni, tutte quelle sulle mie prime performance scolastiche e lo ha fatto fino al giorno in cui è andata via per sempre».

Un buon attore è colui che? Un attore eccezionale invece? «Un buon attore è uno che non si accontenta di un lavoro superficiale e per questo comincia un viaggio di ricerca e di introspezione che lo conduce a rivelare con coraggio se stesso, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi.  Un attore eccezionale è colui che riesce a rivelare tutti gli aspetti umani con profondità, onestà e consapevolezza di quello che gli costerà».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Hugh Cruttwell, Il preside della Royal Academy of Dramatic Art, che mi ha dato la borsa di studio per l’Accademia».

Conosci il nostro cinema ed il mondo della tv italiana. Quale credi sia il più grande pregio del cinema italiano, soprattutto se confrontato con quello estero, e quale il suo più grande difetto? «Il cinema italiano offre sensazioni che non si possono scrivere o limitare in una sceneggiatura, sono emozioni che vengono dalla visione e dalla necessità del regista di esprimersi e rendere partecipe lo spettatore. Nel cinema Americano e Inglese, tutto è meno impulsivo, è più schematico, meno genuino se si può usare questo termine e tutto ciò non sempre è un vantaggio. Bisognerebbe calibrare, dosare l’emozione, che, se esagerata, nuoce ad un film ma se utilizzata nella maniera corretta, diventa la chiave per un successo come “La Grande Bellezza”. Alla tv italiana, purtroppo, manca quello che hanno scoperto gli americani; l’importanza d’investire sulle sceneggiature, su sceneggiature di qualità. Fortunatamente gli scrittori capaci e con una marcia in più, riescono ad emergere e a far sostenere i propri progetti da produttori coraggiosi, si spiegano solo così successi come, appunto, il Capo dei Capi o Gomorra».

Il giorno più bello sul set? «Ce ne sono tanti, ma fra tutti ricordo con grande emozione quello in cui, sul set de Il Capo dei Capi, sono riuscito a recitare una scena molto difficile abbastanza bene e ho ricevuto dei complimenti dalle persone sul set e dei colleghi. Era la prima volta che lavoravo su un progetto così importante in Italia e nessuno mi conosceva, devo ringraziare il regista Monteleone che mi ha dato questa opportunità basandosi solo sul suo istinto e sul suo coraggio».

C’è mai stato nella tua vita un momento in cui hai pensato di mollare tutto? «L’ho detto tante volte, ma mai veramente convinto. In fondo come si fa a lasciare una passione che, dopo 42 anni di amore e 35 anni di carriera ancora mi riempie di energia, di gioia, di rabbia e mi fa sentire speciale?».

Ci racconti una tua giornata tipo, quando non sei sul set? Quali sono le tue passioni, i tuoi hobby? «Vuoi conoscere davvero la giornata di un attore disoccupato? Semplice: aspetti che arrivi il prossimo ingaggio! C’è un lavoro spasmodico dietro questa attesa: studio, chiamo, scrivo e poi quando non arriva nulla, vado in cerca delle altre passioni della mia vita, la mia famiglia, il cinema, la tv, il calcio. Ho anche rivalutato internet che per me è diventato un modo meraviglioso per apprendere cose nuove, soprattutto per quanto riguarda la cucina. Poi amo molto andare in bici e negli ultimi 20 anni ho anche avuto il privilegio di insegnare recitazione agli studenti. Mi danno una carica incredibile e sono felice di aver conquistato la loro stima e la loro fiducia».

Il film, anche del passato, di cui avresti voluto essere protagonista? «Sicuramente Il Padrino, nel ruolo che fu di Al Pacino. E poi, Apocolypse Now , in quello di  Martin Sheen, o magari  Toro Scatenato. Non so perché ma sento che ogni ruolo è perfettamente connaturato alla mia fisiologia, è così da quando avevo 11 anni».

I tuoi prossimi progetti? «Sto lavorando su una serie inglese che si chiama ‘Spotless’ con due attori francesi bravissimi».

Vince, hai mai dei rimpianti? «Si, come tutti, purtroppo. Sono una persona che a volte si abbandona facilmente alla nostalgia, che tende a ripensare ad eventi che farei meglio a dimenticare, cose accadute che mi hanno lasciato un segno profondo. Fortunatamente sono solo momenti, poi vado avanti: bastano due chiacchiere fatte con gli amici giusti e si torna a sorridere, e a sperare».

Tu che hai interpretato tanti ruoli italiani ed in italiano, cosa ami dell’essere italiani e cosa detesti? «Io dico sempre che l’italianità mi scorre nelle vene, è mescolata al mio sangue. Nonostante sia nato in Inghilterra, la sicilianità ereditata dai miei, mi consente di sentirmi speciale. E credo di possedere anche la furbizia tipica degli italiani, quella sorta di sesto senso che non permette a nessuno di fregarci. Provenendo da una cultura tipicamente italiana ma essendo cresciuto in Inghilterra, ho sempre avuto il vantaggio di vedere, grazie a tutti i viaggi e alle vacanze in cui tornavamo in Italia, a Roma, a Napoli o in Sicilia, la cultura Italiana con occhi obiettivi. E così avevo modo di notare che qualsiasi italiano in una posizione di potere tendeva a rimarcare questa sua superiorità, forse per la paura di perdere quella posizione. E’ un po’ tipico forse degli italiani, la paura di perdere ciò che si possiede e dunque la tendenza a ribadire il proprio status o la propria bravura. Forse perché in Italia non ci sono garanzie di nulla per nessuno. Mio padre, ad esempio, quando è emigrato in Inghilterra, non credeva ai suoi occhi quando sul lavoro veniva pagato con precisione e puntualità. Lui ha sempre creduto fermamente nella giustizia e nell’onestà, lui che proveniva dalla Sicilia degli anni Cinquanta. Ma purtroppo non si può non amare una famiglia che ha tante belle cose da offrire e questo è quello che sento per l’Italia: è una famiglia meravigliosa con tanti doni e tanti problemi. Ecco, quello che mi addolora, è vedere che all’estero molto spesso non c’è fiducia nei confronti degli Italiani e questo, purtroppo. ci penalizza».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Oggi ringrazierei i miei, la mia famiglia e tutte le persone che mi vogliono bene».

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? «Sicuramente un filantropo, uno dei miei pensieri fissi è poter rendere felice il prossimo».

L’ultimo pensiero prima di dormire? «Il prossimo lavoro? L’intervista sembrava finita così, ma Vince Riotta mi sorprende e mi emoziona con un’ultima affermazione: Scusami se ho parlato tanto, ma mi sentivo di dover raccontare un po’ di me».

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