aprile 10, 2014 | by Emilia Filocamo
L’undici settembre ispira John Bosley per una serie tv

L’Italia è sulla lista dei viaggi da fare di John Bosley, regista americano di film di fantascienza, ma al di là dei progetti, il giovane regista ha un’idea ben precisa di ciò che il cinema americano non potrà mai avere e forse, nemmeno mutuare, dal cinema italiano. La vostra eredità culturale, il vostro patrimonio storico costituiscono la cifra distintiva fra la produzione cinematografica italiana e quella americana. I registi italiani possono letteralmente aggredire gli schermi con qualcosa che noi non avremo mai. L’America è un calderone in cui si sono fuse esperienze e culture diversissime e questo è davvero importante quando si vuole raccontare la diversità ma poi, nel processo di quello che io definirei un vero e proprio impasto, la cultura va perduta e tutto sembra essere uguale e perdere di interesse. Guardate le nostre città, le città americane: tutto sembra essere stato come montato un pezzo sull’altro, letteralmente assemblato. In Europa non è così: l’Europa ha la sua storia, la sua eredità e questo unicum è qualcosa che i registi italiani possono raccontare senza difficoltà e che i registi americani non potranno mai imitare o apprezzare totalmente.

Quando hai iniziato a dedicarti a questo lavoro? Avevo sette anni quando ho cominciato a scrivere. Mi piaceva inventare storie ed immaginarle come piccoli film, a dodici anni ho scritto la mia prima storia, The Knight Story, che considero ancora adesso la mia migliore sceneggiatura, un giorno la trasformerò in un film, ma ci vorrà ancora del tempo. Non appena ho cominciato a scrivere sceneggiature, mi sono reso conto che avevo la necessità di immaginarle da un’altra angolazione, quella che mi portava dietro la macchina da presa, così ho capito che avrei fatto il regista.

E poi? Come hai capito che potevi farcela? La fiducia di chi ci sta intorno è fondamentale quando si vuole seguire un sogno, un progetto. La prima persona che ha creduto in me è stata la mia insegnante di video produzioni al liceo, poi diventata membro della Maine Film Commission. Ricordo ancora quando mi disse che di tutti gli studenti che aveva avuto, io ero l’unico che aveva tutte le carte in regola per sfondare nel cinema, aveva notato la mia capacità di realizzare in poco tempo una sceneggiatura, di condensare ed assemblare le idee e la trama in una sinossi convincente e di piazzare la telecamera per ottenere il risultato migliore in termini di efficacia e di effetti. L’altra cosa su cui si complimentava spesso con me era la mia tenacia, la mia ostinazione.

Parlaci del tuo lavoro, Amnesia, una serie tv di fantascienza. Come è nata la storia? L’idea di Amnesia mi è venuta in mente quattro mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Mi chiedevo come mi sarei comportato se mi fosse capitato qualcosa di orribile, così ho immaginato un uomo che si risveglia in uno stato di totale amnesia dopo un evento tragico, apocalittico e che è costretto a rimettere insieme tutti i pezzi mentre cerca di sopravvivere. Poi ho inserito nella trama una storia d’amore perché qualsiasi film o show televisivo ha bisogno di uno scopo grazie al quale il protagonista non si arrende. Mi piace inserire in tutti i miei film una bella storia d’amore. Così il protagonista non solo deve fronteggiare un disastro apocalittico ed un’amnesia, ma ha continui flash di una vita precedente e di una donna di cui capisce di essere innamorato e questo lo porterà a cercare le risposte a tutte le sue domande. Attualmente stiamo girando una breve serie di 6 episodi, un lancio di Amnesia, che speriamo poi possa trasformarsi in una serie con un maggior numero di episodi. All’inizio sarà diffusa su tutti i canali via cavo degli USA, ma puntiamo a raggiungere anche paesi non americani.

Tu sei sia sceneggiatore ed ideatore che regista di Amnesia. Ma quale dei due ruoli prevale di più in te? Scrivere mi soddisfa più velocemente. Come regista il lavoro non termina mai con l’ultimo giorno sul set ma è davvero concluso dopo l’editing. Quindi come regista non sono mai totalmente soddisfatto, come scrittore, invece, mi basta arrivare all’ultimo capitolo della prima stesura. I vantaggi sono tanti quando scrivi: non devi preoccuparti del budget o degli attori che possono essere o meno adatti. Tu ti siedi e ti godi la tua opera e vedi come la storia fila dall’inizio alla fine. Invece da regista devi valutare tantissime cose, dal cast alle risorse finanziarie che non sono mai sufficienti alla location giusta: quindi alla fine il lavoro di un regista non è tanto vedere realizzata la propria idea quanto piuttosto cercare di stare nelle spese, far apparire costosissimo cosa non lo è  e far funzionare il prodotto.

Hai un genere di film preferito? Il genere per me più congeniale è quello fantascientifico, ma attenzione, non la fantascienza complicata, preferisco una bella storia inserita in un contesto fantascientifico in cui gli spettatori possono facilmente rendersi conto della situazione e vedere in che modo i personaggi si comportano e reagiscono agli eventi.

Quali sono le caratteristiche di un buon regista? C’è forse una sorta di “shining” miracoloso che decreta il successo di un regista rispetto ad un altro? Buono è un concetto relativo: ciò che per me è valido, buono, per te potrebbe essere orrendo. Nel caso di un regista, ciò che può portare ad un livello diverso è avere una voce diversa, essere appunto una voce fuori dal coro. Quando mi capita di guardare dei film in cui il regista sembra aver fatto un assemblaggio di scene riprese da più angolazioni, mi sento frustrato. Il problema di tanti registi è che non hanno coraggio, non hanno il coraggio di assumersi responsabilità, di rischiare. Quando un personaggio piange o prova un’emozione forte dovrei avvertirla anche io, se dopo un film non avverto nulla, significa che c’è qualcosa di sbagliato in quel film. Quando uno spettatore mi comunica che durante una scena di un mio film ha provato tensione o rabbia o tristezza, ecco, io sono felice perché do un senso a tutti i miei sforzi ed ai miei sacrifici.

Anche il mondo del cinema sta attraversando un periodo di crisi. Come pensi si possa fronteggiare tutto questo? Valuto il problema come scrittore e come regista. Innanzitutto  dovremmo pensare a come raggiungere il maggior numero possibile di spettatori mantenendo il budget limitato, molte produzioni stanno utilizzando nuovamente gli incentivi statali per limitare i costi. Poi bisogna valutare con attenzione ogni sceneggiatura perché in giro ci sono troppi film mediocri e questo non aiuta il business. Basarsi insomma solo sui lavori che possono renderci  davvero indimenticabili.

Perché il cinema indipendente ha così tanto successo? Ci sono troppi film e come ho già detto, il 90 per cento di questi è piuttosto mediocre. Le compagnie di produzione dovrebbero limitare la realizzazione di tanti film di scarso livello e cominciare a fare una cernita seria.

Tanti giovani sono affascinati dal mondo del cinema. Cosa consiglieresti a chi si accinge a fare questo mestiere? Innanzitutto di scrivere una sceneggiatura e di leggere le sceneggiature degli altri. Poi di cercare qualche attore e di provare a realizzare un cortometraggio da mostrare ad un piccolo pubblico per raccogliere dei pareri, delle impressioni. L’inizio di un regista è valutare la propria capacità di raccontare una storia e, successivamente, di migliorare la propria arte. E poi comunicare, comunicare e comunicare, stabilire delle relazioni solide, questo è fondamentale nel nostro lavoro. È quello che consiglia anche Robert Rodriguez. Qualsiasi regista ha cominciato così, che si chiami Spielberg o Tarantino. I registi di successo sono persone che hanno preso l’iniziativa, magari non hanno frequentato una scuola di regia, ma hanno avuto il coraggio di proporsi, e di  rischiare.

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AMNESIA – demo (la serie è in produzione)

 

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