marzo 30, 2015 | by Emilia Filocamo
“Lunga vita al Ravello Festival!” Questo l’augurio dell’attore Rocco Papaleo mentre si racconta fra esordi, passioni e qualche piccolo rimpianto

Il pomeriggio è appena cominciato quando raggiungo al telefono l’attore Rocco Papaleo. Ho un pensiero che mi accompagna sin dal primo istante della nostra conversazione ed al quale vorrei trovare la giusta collocazione nell’ambito dell’intervista senza risultare invadente. L’unica certezza che ho è che l’attore mi risponde dalla Campania, complice una tournee teatrale: seppure separati dal filtro del mezzo telefonico, condividiamo lo stesso cielo, gli stessi odori e lo stesso scenario climatico. La prima domanda che gli rivolgo è sul suo ultimo film: Il Nome del figlio.

Signor Papaleo, può parlarci del suo nuovo film, del suo ruolo e di come è nata questa esperienza? È stata un’esperienza un po’ particolare con una genesi assolutamente speciale e unica, essendo un film tratto da una commedia francese, è stata prima trasposta dal teatro al cinema francese ed adesso arriva qui in Italia, con un adattamento di Francesca Archibugi che passa direttamente dal teatro al cinema. Infatti anche le prove si sono svolte come se fossimo a teatro e questo ci ha permesso di arrivare sul set molto preparati. Del mio personaggio mi è piaciuto che è un po’ in bilico e che se in un primo momento interviene quasi come una sorta di  ago della bilancia, come paciere e deus ex machina della situazione, nella seconda parte diventa centro della polemica e quasi bersaglio. Ecco è stato molto bello recitare ed interpretare la parte di un uomo che porta dentro un segreto e che si assume delle responsabilità.

Cosa preferisce fra teatro, tv e cinema: dove si sente a casa? Sinceramente preferisco il teatro, le esperienze sono sicuramente diverse tra loro, ma sono anche complementari e quindi questo mi permette di essere congeniale anche rispetto al cinema.

Perché Rocco Papaleo ha scelto di diventare un attore? Come nasce la sua passione? È stato un caso, avevo avuto un approccio con la musica, suono infatti la chitarra, poi una mia amica mi iscrisse ad un corso di recitazione. Ad essere sincero io non avvertivo questa vocazione, forse era più lei ad individuarla e a credere in me.

Immagino che sul lavoro abbia avuto diversi complimenti, ma ce n’è stato uno che le è rimasto nel cuore? È difficile darti una risposta, più che altro perché, per indole, tendo a dimenticare i complimenti. Ciò che mi appaga è sapere di aver trovato una strada professionale, un posto nel mondo che, al di là degli eccessi, o della fortuna degli ultimi tempi, era già una mia consapevolezza, una certezza, nel senso che ero già felice così.

Che rapporto ha con la sua terra di origine? La mia terra è la mia formazione, sono i luoghi a cui attingo e a cui faccio riferimento, così ho uno sguardo più autentico. La considero una sorta di filtro necessario proprio per essere sincero con me stesso.

I suoi prossimi progetti? Al momento sto lavorando ad un film mio come regista, ed è il terzo. E non ho spazio per altro, perché fare un film impegna tantissimo.

Ha dei rimpianti professionali? No, professionalmente non direi. Nella vita si, qualcuno ce l’ho, ma sono cose private.

Un suo difetto ed un suo pregio? Forse essere un po’ distaccato, chi mi conosce bene lo sa. Dico sempre che nell’intimità do il mio peggio. Il pregio è che sono generoso, nel mio ambiente sono anche molto disponibile.

Come è Rocco Papaleo fuori dal set? Hobby, passioni, cose che la fanno innervosire? Il mio lavoro sconfina anche nel tempo libero, sono un amante della musica, mi piace suonarla, mi piace ascoltarla, mi piace fermarmi per strada a sentire chi suona. Ogni volta che sento qualcuno che suona, sono attratto irrimediabilmente. E poi mi piacciono lo sport e le belle ragazze! Una cosa che mi fa innervosire è la presunzione, mi irrita e mi infastidisce molto.

Lei conosce bene Ravello, e ovviamente il Ravello Festival: potrebbe fare un augurio al Festival? Quello che posso augurare è lunga vita, è un evento che emana emozioni, prestigio e raffinatezza, e questo è il minimo che posso augurargli.

Ringrazio Rocco Papaleo per l’intervista e proprio in quell’istante, un attimo prima di terminare la conversazione, faccio diventare parola il pensiero che mi ha accompagnato fin dall’inizio della nostra chiacchierata. Signor Papaleo – gli dico all’improvviso – ho una cosa da dirle, circa 10 anni fa, mi è capitato di incontrarla in un Autogrill sulla Salerno-Reggio Calabria, nei pressi di Rosarno. Lei prendeva il caffè con un amico. “E abbiamo parlato?” mi chiede lui “No, assolutamente, non l’ho certo disturbata, ma l’ho riconosciuta ovviamente”. “Eh, non si offenda, ma non lo ricordo” replica. Non potrei offendermi, il ricordo è di chi è dell’altra parte di un grande schermo: questo fa la differenza fra un attore ed uno spettatore, soprattutto quando il ricordo si converte in ammirazione.

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