ottobre 29, 2014 | by Emilia Filocamo
«Mai fare progetti a lunga scadenza». Il regista Giovanni Piperno racconta il suo film “Le cose belle”

Il cinema forse  non copia la vita, il cinema diventa la  vita stessa, la vita che è fatta di tempo, di tappe fondamentali, di ore e mesi che non tornano, di giorni, di ossa che si allungano ed irrobustiscono, di lineamenti che cambiano, si ispessiscono o maturano,  di corpi che imbolsiscono, di destini che si perdono o si ritrovano. In questi giorni, Boyhood, film straordinario ed unico nel suo genere, scritto e diretto da Richard Linklater, ne è un esempio chiaro. Un film che è stato girato nell’arco di 12 anni per seguire appunto lo sviluppo del suo protagonista e la sua reazione davanti ai cambiamenti della vita. Un modo nuovo di fare cinema di cui esiste un esempio anche qui in Italia. Quando ho raggiunto al telefono il regista e documentarista Giovanni Piperno, è stato lui per primo a farmi una domanda e mi ha chiesto senza mezzi termini se avessi visto il suo ultimo film “Le Cose belle” prodotto da lui stesso, da Antonella Di Nocera, Donatella Francucci e coodiretto con Agostino Ferrente. Di primo acchito non ho capito il senso di quella domanda, o meglio, mi sono trovata spiazzata e giustamente “mancante” di un dato importante. Ho recuperato qualche giorno dopo, proprio grazie a Giovanni Piperno che con questo film, dai colori mediterranei, bello quanto il testo di una canzone di Pino Daniele, quanto uno dei vicoli di Napoli passati dalla pioggia o malinconicamente evaporanti se dal sole, mi ha insegnato che il cinema è la vita. E come una creatura cresce, si arrabbia, cambia opinione ed il modo di guardare alle cose. Una storia di quattro ragazzi al Sud, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, raccontati nella fase dei sogni, della prima giovinezza, dell’adolescenza, nel 1999, e poi dieci anni dopo, quando ognuno ha affrontato quel disincanto, quella strana, congenita rassegnazione, insita come un morbo, in maniera diversa. I sogni non esistono, o meglio non bastano, e bisogna affrontare giorno per giorno la realtà. Su tutto, prevale l’occhio discreto e “insolente” del documentarista che scandaglia ogni cosa, permea e penetra senza lasciare nulla di insoluto alla vista. Comincio quindi ad immergermi nel mondo di Giovanni Piperno, un mondo fatto di immagini soprattutto, ma non solo, perché il suono è l’altro alleato fondamentale.

Signor Piperno, come è avvenuto il suo passaggio dal mondo dei documentari al cinema? «In realtà il passaggio è stato inverso: ho fatto prima l’assistente operatore e poi il documentarista, anzi ho realizzato dei documentari cinematografici, dunque più spettacolari, si tratta di   veri e propri lungometraggi: ne sono un esempio i miei due lavori, L’Esplosione e Cento Matti Italiani a Pechino che ha ottenuto un ottimo riscontro al Festival di Locarno ed è rimasto al cinema una settimana. E’ un lungometraggio che racconta la storia di un gruppo di malati mentali in viaggio da Venezia a Pechino. Poi sono arrivati il Pezzo mancante, sulla famiglia Agnelli e Le Cose Belle, di cui siamo molto orgogliosi. Le Cose Belle è nato in collaborazione con Agostino Ferrente, Antonella Di Nocera, Donatella Francucci ed è stato piacevolmente accolto e sostenuto dall’Istituto Luce».

Come nascono appunto Il Pezzo mancante e Le Cose Belle? «A partire dall’Esplosione, dunque dal 2003 e fino ad Il Pezzo Mancante incluso, ho sempre lavorato su commissione, ho reso mie le idee altrui e mi sono sempre sforzato di farlo nel modo migliore. Nel caso specifico de Il Pezzo mancante, l’idea di partenza era basata su un libro dedicato alla famiglia Agnelli.  Le Cose Belle, invece, è una creatura tutta mia, che ho prodotto».

Questa sua passione per il cinema da dove deriva? «Io volevo fare il fotografo, ho studiato infatti fotografia subito dopo il liceo ma non ho avuto il coraggio di andare all’Estero per fare reportage. Casualmente avevo come amica la figlia di Giuseppe Rotunno che, un giorno, mi ha portato sul set. In quel momento ho avuto una vera e propria folgorazione e per dieci anni sono rimasto a lavorare sui set. Poi, successivamente, ho accompagnato una mia amica in Sud Africa per un reportage e così è nato il mio primo documentario. In fondo il documentario unisce la fotografia al suono che sono equivalenti non solo tecnicamente, per importanza, ma soprattutto per suscitare emozioni nello spettatore».

A proposito   di documentari, come è nata una delle sue tante esperienze televisive, quella a Geo & Geo? «Di documentari davvero belli ce ne sono tanti in giro ma non viene data loro la giusta importanza e la giusta visibilità. All’epoca lavoravo con Carlo Cresto – Dina, produttore de Le Meraviglie, mi fece una proposta e cioè di aggirare l’ostacolo della visibilità girando un documentario sulla natura. Nacque così un ciclo di mini documentari, erano 20 corti da 5 minuti realizzati da me e da Fibi Kraus e mostravano l’uomo, la sua evoluzione, attraverso l’occhio di un etologo. Andavano in onda durante Geo& Geo ma era forse un prodotto così particolare ed innovativo che non è stato accolto così come meritava nel palinsesto della trasmissione».

C’è stato un incontro che professionalmente l’ha segnata? «Sicuramente quello con Rotunno, sia lui che tutti i suoi assistenti operatori sul set mi hanno dato ed insegnato tantissimo e poi con Laura Muscardin, che è stata anche regista di Tutti Pazzi per Amore. E poi con Agostino Ferrente che ho incontrato una prima volta nel 1997 e con il quale il rapporto si è rafforzato per Le Cose belle».

A chi vuole dire grazie oggi? «Ai miei genitori e a tutti quelli che mi hanno aiutato a migliorare e a crescere e i ringraziamenti non potrei mai concentrarli in una sola persona. Ovviamente ringrazio anche Agostino Ferrente, mia moglie che mi ha sempre supportato, e tutti i miei amici, che sono sempre gli stessi da tantissimi anni».

Ha mai avuto un piano B, se non avesse fatto questo lavoro? «Avrei fatto il fotografo, era quello il mio piano B, ho studiato per quello. E non mi potrei vedere in una veste diversa, non ho frequentato l’Università, ho solo seguito un corso, ma come uditore, di psicologia della percezione».

I suoi prossimi progetti? «Vedi, nel film Le Cose Belle, quando ad una delle protagoniste, Silvana, a 14 anni, abbiamo chiesto quali fossero i suoi progetti, ci ha risposto in maniera molto disincantata che lei non ne aveva perché era  inutile farne, visto che poi non si sarebbero realizzati. Ecco, io ti rispondo proprio come Silvana».

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