aprile 6, 2015 | by Emilia Filocamo
Marco Di Stefano e il teatro, storia di un grande amore “Il teatro è come un vizio, una malattia: c’è chi fuma, io recito”

Alcune interviste non hanno regole, ammesso che possano esserci delle regole capaci di imbrigliare “il flusso di coscienza” di una sorta di confessione laica, quella che solitamente avviene, ed in maniera del tutto spontanea, quando rivolgo una serie di  domande agli artisti. Alcune interviste nascono come creature ribelli che non amano gli si additino una via, una metodologia di esecuzione, addirittura neppure un tempo ed una durata; vanno oltre, valicano i confini, e per confini intendo quelli delle mie domande o dei minuti che abbiamo a disposizione al telefono. Vanno oltre perché c’è tanto, troppo da dire e allora si dipanano generose e mi mettono nella condizione di imparare e di capire che l’amore, amore per il teatro, per il cinema, per il proprio mestiere, quando è sincero fino all’ultima molecola, non ha confini, appunto non ha regole e, nonostante tutto, riesce ad emergere, a farsi notare, a prevalere su qualsiasi ostacolo. È amore allo stato più genuino, quasi con dei picchi di entusiasmo fanciullesco, una sorta di miracolo che avviene tuttavia miscelando gli ingredienti giusti con il q.b. necessario. Nel caso di questa intervista appunto senza regole, gli ingredienti principali sono l’attore Marco Di Stefano, sostenuto nel progetto dalla moglie, la ballerina ed attrice russa Tanya Khabarova, il teatro, ma un teatro che è simultaneamente antico e contemporaneo, sociale, che è fatto di comunità, di gente  che si improvvisa sul palcoscenico e che, come su quello della vita, interpreta se stessa, gli ingredienti ancora sono gli artisti, tanti, anche di calibro internazionale, fatti convergere in una cittadina delle Marche, Amandola, dove si svolgeva il Festival omonimo di cui Di Stefano è stato direttore artistico ed anima. Tutti mescolati, questi ingredienti, danno vita ad un sapore nuovo che è insieme arte e vita, rischio e coraggio, ostinazione, ma non cieca, e passione, tanta. Inarrestabile.

Perché Marco Di Stefano è diventato un attore? L’amore per questo mestiere parte da lontano, mio padre, Ugo Di Stefano, era giudice a Pisa ma faceva teatro a Roma negli anni ’30. Faceva il capocomico, ma fra il 1941 ed il 1946 fu tradotto da Suez in India e nei campi di prigionia mise su una compagnia teatrale che recitava ed allestiva spettacoli per le truppe sia inglesi che italiane. Non c’era un testo da seguire o da imparare a memoria, venivano recitati frammenti di testi o di poesie e tutto si basava molto sull’improvvisazione. E questa esperienza io l’ho ripresa nel mio progetto di Teatro della Comunità, il cui battesimo di fuoco è avvenuto nel 1983.

Ci spiega cos’è il Teatro Comunità? Con mia moglie, la ballerina russa Tanya Khabarova, andiamo in un luogo, lo studiamo, lo giriamo, incontriamo la popolazione in uno spazio cittadino apposito e lì lavoriamo due settimane per costruire uno spettacolo ma fatto esclusivamente con le persone del luogo e con le loro storie. È un’operazione squisitamente sociale in cui io faccio esclusivamente la regia e che ci permette di scoprire la capacità e la potenza comunicativa del teatro, mettiamo insieme ricchi e poveri, cittadini comuni ed extracomunitari o diversamente abili. Tutta la città interviene e si guarda allo specchio: direi che questo è il modo più alto di fare teatro; è importante precisare che non andiamo in questi paesi a promettere carriere ma solo ad educare, lasciando tracce indelebili. Da 12 anni portiamo questa esperienza del Teatro della Comunità a Macerata, adesso faremo lo stesso a Seravezza, per il primo anno. È sorprendente e commovente assistere alla genesi del tutto, al work in progress dello spettacolo, non è esaltante la messa in scena in se e per sé, ma la creazione, anche perché sul palco vengono portati i talenti di ognuno, senza maschere, se ad esempio c’è un pescatore, sulla scena vengono portate le reti e da quell’aspetto, si dipanano la storia e le dinamiche dello spettacolo. È un modo di intendere il teatro come nell’antica Grecia, in cui si lavorava su coro, epilogo, prologo. È un po’ come nella vita, tutti i giorni vediamo quali sono i protagonisti, quelli che assistono costituiscono invece il coro.

Quindi, sostanzialmente, il tuo mestiere ha una radice familiare, sei un po’ figlio d’arte. Io sono nato a Lucca, ma la mia famiglia ha origini siracusane, mio padre ha vissuto situazioni di terrorismo e massoneria in Sicilia, mia madre, invece, è di Benevento, quindi ho anche sangue campano. Nella mia famiglia, siamo sei figli, rappresento un po’ la pecora nera, sono cugino di Luigi Abete, presidente della BNL, mio padre era un uomo di legge, ho fratelli laureati o musicisti, di musica classica, io, invece, a 17 anni ero già un ribelle che andava in giro sui trampoli e voleva fare l’attore. Ma ho sempre avuto la dignità di vivere dei miei mezzi, senza chiedere aiuti, dico sempre che il teatro è come un vizio, una malattia: c’è chi fuma, io recito.

Confrontandoti, artisticamente, grazie al teatro, anche con tanti giovani, quali consigli senti di dover dare a chi decide di intraprendere questo percorso? Dico sempre ai miei ragazzi che un conto è farlo per passione o per hobby, un conto è farlo per mestiere. E comunque bisogna sempre andare oltre la speranza di avere o meno successo, devi sorridere anche quando le cose vanno male, sentirti ricco anche se non hai un soldo. Per me, da attore, l’impegno che metto quando recito è lo stesso sia che sono in un grande teatro di Parigi o Francoforte, sia che mi trovi in un paesino davanti ad uno sparuto numero di anziani. Mi muove l’amore, solo quello, e ai ragazzi dico, mettete prima a fuoco l’amore, perché solo l’amore, quello autentico, può aiutarvi e sostenervi anche nei momenti peggiori. Questo è un mestiere in cui ci sono alti e bassi, molti ti conoscono solo quando hai successo, dimenticandoti poi dopo, ricordo ancora quando nel 1991 ero su tutti i giornali perché avevo interpretato Gesù a 33 anni nel film Il Ritorno. Ero su quotidiani importanti, da La Repubblica a Il Corriere, poi la Chiesa lo vietò, lo censurò. In quei momenti di fama, avverti che le persone ti cercano, poi all’improvviso, con la stessa velocità, scompaiono. Questa è la fragilità del nostro mestiere.

Ci racconti il tuo Festival di Amandola, quello di cui eri direttore artistico? Sono stato il fondatore e direttore artistico del Festival di Amandola, piccola cittadina delle Marche. Tutto è nato con un lavoro molto complesso che voleva portare in un paesino artisti di respiro internazionale come Bellocchio o Placido e ci siamo riusciti perché questo progetto, non ci ha mai fatto perdere di vista il territorio e le persone che lo compongono. La parte più bella è che anche lì si sviluppava il senso della comunità e dopo lo spettacolo, molti artisti venivano ospitati a cena nelle case dei cittadini creando una sorta di palcoscenico domestico in cui venivano anche improvvisati spettacoli e i vicini della famiglia che ospitava l’artista, venivano a vederlo, facendo diventare il tutto un momento di aggregazione. Avevamo anche creato delle partnership fra Amandola ed altri Festival, come quello di Edimburgo, in modo che potevano arrivare non solo cineasti italiani, ma anche artisti di teatro di fama mondiale. Sai, molte volte i cineasti non guardano al teatro, vivono da separati in casa, e questo è un dramma.

Hai mai qualche rimpianto? Forse uno si. Ero a New York, mi aveva preso l’agenzia che era guidata dall’avvocato di Madonna, erano gli anni 89/90 e volevano che mi trasferissi lì. Ma io avevo la mia vita in Italia, avevo vissuto un po’ di tempo a NY, ma non ne ero felice perché è un Paese dove ti senti molto controllato, pieno di polizia e noi italiani abbiamo bisogno di maggiore serenità per vivere bene.

Ultimi lavori fatti e prossimi progetti? Tengo molto al film che stiamo preparando con mia moglie in Russia, con Vito Bruschini come sceneggiatore, una produzione russo svizzera che è la storia di tre scienziati che vivono un’avventura particolare in Russia, sul mistero degli OGM. Poi ho avuto l’onore di recitare accanto a Gerard Depardieu in Le Voyage, storia di un’amicizia particolare fra un uomo, appunto Depardieu, ed un maiale, in cui Depardieu scappa per tutta la Bulgaria con questo maiale per evitare che venga ucciso. E poi continuo a recitare in Alone Together, spettacolo che fa leva sull’importanza dei sogni. L’abbiamo portato in giro per il mondo, dalla Danimarca alla Norvegia, dall’Uruguay al Portogallo, insomma in ben 18 Paesi del mondo e la soddisfazione più grande è stata che a Rosario, abbiamo salvato in questo modo un teatro destinato a diventare un supermercato. Sono uno dei protagonisti di “The Darkside Witches” di Gerard Difenthal, allievo di Lucas e Besson. Il film è uscito in tutto il mondo e andrò a Cannes per presentare il sequel che avrà a disposizione un budget di 8 milioni di dollari e verrà girato tra Italia e Canada.

C’è un set a cui sei particolarmente affezionato, o di cui hai un buon ricordo? Ti dirò, quello di Un Posto al sole, e nel quale probabilmente ritornerò. In quel set la precisione è assolutamente anglosassone, svizzera, sembra quasi paradossale trattandosi di una soap napoletana, ma è così. Sono dei professionisti incredibili.

L’intervista a Marco Di Stefano sembra chiudersi qui, ma l’attore accenna ad altri titoli e ad altri progetti in cui è stato coinvolto. Su tutto, sin dall’inizio, è prevalso il suo entusiasmo spontaneo, quasi fanciullesco, quell’entusiasmo che guarda alla vita in maniera positiva, nonostante i contraccolpi delle difficoltà e degli imprevisti. Quello con cui lo immagino, una volta chiusa la comunicazione, costruire il suo nuovo spettacolo fatto di gente comune, di una piazza e di mestieri. Non è forse questo il senso del teatro?

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