novembre 29, 2016 | by Emilia Filocamo
Mariantonia, quando il lunedì ci vedevamo per pregare

In ricordo della signora che ora tutti ricordano per essere stata la governante di Totò  

Di Mariantonia Di Biase, della quale si ricorda l’esperienza unica come governante a casa di un genio della risata, quale fu il grandissimo Totò, particolare di cui ho sentito vociferare più volte, ma del quale non posseggo dettagli, se non la sorpresa per una circostanza così fortuita e preziosa, ho un mio ricordo personalissimo, che affiora ed innesta le proprie radici nella mia adolescenza, quando spesso, questa signora dai lineamenti gentili e dall’eleganza sobria ma sostenuta, di quelle che si fanno notare con discrezione, rispettava un appuntamento di preghiera al quale partecipavo anche io, il lunedì pomeriggio. Un appuntamento semplice, fatto di cose semplici: forse l’antesignano “casalingo” ed “artigianale” di tanti gruppi ed incontri di preghiera che oggi, fortunatamente, proliferano un po’ ovunque. Il mio ricordo è questo. E vista l’assenza della signora per motivi di salute, dai pomeriggi estivi della Piazza, tradizionalmente trascorsi sui poggi, parterre esclusivo, una fila di autorità di gran pregio, perché testimoni dell’avvicendarsi delle stagioni e degli accadimenti, vista la sua assenza dal percorso solito che la accompagnava dalla sua casa al ventre di Ravello, dalle solitarie mattine autunnali a quelle tutte vibrazioni ed arrivi del mese di giugno, posso solo riferirmi a questo cassetto della mia memoria che, insieme alla sua figura, contempla anche quella di un’altra cara amica, che ha anticipato la sua partenza, in maniera ingiusta, e che magari sarà là ad attenderla che so, guardando un orologio “ metafisico” sul quale stanno annotate partenze e rientri di tutti noi. Di Mariantonia Di Biase ricordo l’assiduità ad un appuntamento che non era divertimento per come lo si intende, che non era di “facciata”, che non attirava grossi seguiti, e che del mondano non riportava alcun connotato. Ricordo la sua puntualità e come si infilava sulla prima sedia della stanza, a sinistra guardandola dall’interno, di come piegava lo sguardo per pregare. Ogni lunedì, ripeto, alla stessa ora. E quindi, se mi si chiede di raccontarla, posso solo farlo, umilmente, in questo modo: con un ritratto di diversi anni fa, tuttavia inciso, quasi scavato, più che delineato o tratteggiato. I colori ce li metteva e ce li mette Ravello: con queste figure che ci sono passate intorno e davanti, e che, come metronomi dotati di gambe e braccia, ci ammoniscono e ricordano il tempo che dobbiamo rispettare. Si, il tempo che va. E che non aspetta.

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