aprile 2, 2014 | by Emilia Filocamo
Mario Ferrante a Ravello. “L’Arte è un atto di amore: il vero artista non è geloso”

Di Mario Ferrante non racconterò quanto è stato già detto e sicuramente con maggiore proprietà in termini di tecnica pittorica e di competenza artistica, non mi soffermerò sui modelli presi ad esempio o sulle motivazioni che hanno portato a determinate scelte stilistiche. Di Mario Ferrante dirò ciò che dice lui stesso quando parla o meglio, quando non parla e crea: l’opera che diventa ventriloqua di un’emozione genuina, perfetta. Di Mario Ferrante dirò ciò che è così straripante da diventare incontenibile: poche, semplici domande sono sufficienti a rendere perfettamente questo suo bisogno di dare e di darsi. Quindi solo mi “presto” ad un ascolto attento, ricevendone informazioni, dettagli che passano come globuli rossi nel flusso entusiasta del discorso. Aiutano in questo due elementi fondamentali: la disponibilità dell’artista a raccontarsi e, soprattutto a raccontare il suo percorso, e lo scenario in cui la sua mostra ha trovato un habitat più che congeniale: quello di Villa Rufolo. Tutto ciò che caratterizza Mario Ferrante, dal suo sentire al luogo da cui proviene, dalla sala in cui espone al modo in cui apre i suoi pensieri fanno rima con una sola parola, piccola e gigantesca, semplice e terribilmente complessa, generosa e delicata come una cella di ape, come il bozzolo di una farfalla: la parola sud.

Maestro Ferrante, potrebbe darci una definizione di Sud? Cosa rappresenta per lei il sud, visto che le sue opere sono permeate da questa sorta di “categoria dello spirito”. La mia formazione non solo artistica, ma soprattutto spirituale e filosofica, sacra, è avvenuta in Brasile. Contrariamente al resto del mondo, in Brasile, il Sud è la parte ricca del Paese e questa differenza è stata per me una folgorazione. Io credo che tutti i meridioni del mondo sono aree più ricche in termini di spiritualità umana e di filosofia, ed è questa la grande forza del sud.

Lei espone a Ravello. Nella scelta delle opere ha seguito una linea logica o emotiva? Tengo a precisare che questa mostra a Ravello costituisce un’anteprima internazionale di un duplice percorso prima spirituale poi materico. Il viaggio iniziato qui, continuerà poi a Lecce a giugno, ad Istanbul, a Rio, a Parigi, a New York e poi in Qatar. Ho trovato una notevole consonanza con Ravello e soprattutto con lo scenario della mostra, questa Villa, dove c’è una commistione di antico e moderno assolutamente armoniosa, una sinergia equilibrata fra un evento concomitante, quello delle proiezioni mappate ed ologrammatiche e l’ossatura così squisitamente classica della Villa. Un contrasto armonico interiore che c’è anche nelle mie opere: in me si sposano il classicismo ed il modernismo. 

Conosceva già Ravello? E quali sensazioni le ha dato questo paese e ancora di più il luogo in cui espone? Confesso, e questa è una mia pecca, di non essere mai stato prima a Ravello, sono stato letteralmente abbagliato dall’atmosfera di questo luogo, dalla sua permeante spiritualità e per quanto riguarda la Villa, appunto, dall’armonizzazione di elementi così contrastanti.

Le sue opere “dividono casa” con quelle di Ambrosino. (CLICCA QUI per leggere l’intervista a Ferdinando Ambrosino) Cosa ne pensa di questa convivenza? Non conosco personalmente Ambrosino ma non posso che provare ammirazione per una persona che ha votato tutta la sua vita all’arte. Non posso che essere onorato di essere suo coinquilino.

Le sue opere sono presenti nell’ultimo film di Ozpetek, “Allacciate le Cinture”. Come è nato questo connubio? Non è la prima volta che le mie opere sono associate al mondo del cinema: è una sorta di segno del destino. Anzi, dico spesso che se non avessi fatto l’artista, il pittore, probabilmente avrei lavorato nel cinema. Già in passato avevo realizzato dei videoclip delle mie opere presentati all’Ambasciata del Brasile a Piazza Navona. Ozpetek ha scelto per ben due volte le mie opere, 5 in tutto e poi i miei quadri fanno da sfondo anche ad una scena di Manuale d’Amore 3, quella con De Niro e la Bellucci.

In genere tutti gli artisti nutrono una sana gelosia per il proprio lavoro o comunque per i segreti del mestiere. In lei, invece, prevale la voglia di comunicare e la sua Officina Italiana delle Arti ha proprio questa funzione, è un po’ la longa manus del suo talento. Ci parla di questo progetto? Un artista chiuso in se stesso non è un artista e ci tengo a sottolinearlo. L’arte è amore e l’amore è dilatante, è espansivo, comunicativo. Io sono orgoglioso quando i miei allievi riescono a carpire i miei segreti, è la prova tangibile che sto andando nella direzione giusta. Di qui il progetto dell’Officina Italiana delle Arti, una sorta di positivo, propositivo amarcord delle botteghe fiorentine del ‘500 che pullulavano di giovani e talentuosi artisti, vere fucine di cultura. E a proposito di comunicabilità dell’artista, condivido pienamente questo pensiero: un leader che non crea altri leader è un assassino.

In genere cosa la ispira? Sono affascinato da ciò che ho intorno, soprattutto dalla gente, dalle persone: persone intese non solo come incontri casuali della vita ma anche quelle che restano emblematicamente nei ricordi. Credo siano la forma di ispirazione più potente. E poi voglio sottolineare un’altra cosa: le mie opere sono sempre munite non solo di firma ma anche di un titolo, e non è mai un titolo casuale. Considero il titolo una sorta di vademecum per chi guarda le mie opere, una specie di didascalia. Non riesco a concepire le opere senza titolo: chi comprerebbe mai un libro senza titolo?

In che modo il colore e la cultura del Brasile hanno influenzato le sue opere? Il Maestro Ferrante sorride. Il Brasile è la luce che inonda i miei quadri. Una luce comune a Rio e a Napoli. Una volta una giornalista mi chiese perché amassi tanto anche Berlino. E io risposi che Berlino era agli antipodi di Rio e di Napoli: Berlino è così contenuta, signorile, in sordina, mentre Rio e Napoli sono sfacciate, rumorose, vitali. Amo i contrasti, insomma, e detesto la mediocrità.

Perché i suoi volti hanno questo carattere di incompiutezza, di indefinito? Si può collegare al concetto della variabilità e mutabilità delle sorti umane o c’è un altro significato? Le persone non si possono definire, la natura umana non è definibile: si possono condannare in un uomo un gesto, un errore, una colpa o un misfatto, ma nessuno può penetrare a fondo la natura umana, penetrarla in un certo senso limitarla e questo non è certo possibile.

Maestro cosa c’è dopo Ravello? Quali sono i suoi progetti? Sto preparando la mostra al Museo della Stampa di Lecce a cura de Il Grifone di Lecce, nello stesso contesto si terrà il Festival Europeo del Cinema.

Sto per farglielo notare, ma il Maestro Ferrante mi precede: Si, lo so cosa sta per dire: ancora una volta le mie opere sono associate al cinema. È un segno del destino, credo di averlo già detto, lo sento. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Luci ed ombre di Mario Ferrante. Napoli come Rio
a cura di Angelo Criscuoli

Sale Superiori di Villa Rufolo, fino al 4 maggio 2014
Tutti i giorni ore: 11.00 – 13.30 / 19.30 – 24.00.
Biglietto di ingresso alla Villa
Info: www.villarufolo.it – tel./fax 089 857621

>>> PROROGATA FINO AL 18 MAGGIO (dal 5 maggio aperta al pubblico dalle ore 11 alle ore 17)

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654