settembre 16, 2014 | by redazione
Martha Argerich: piano solo

Strade diverse per schizzare l’universo cajkovskiano per la grande pianista argentina e per Ricardo Castro alla guida della Orchestra Giovanile dello stato di Bahia, composta da giovani strumentisti brasiliani

di Olga Chieffi*

Belvedere di Villa Rufolo esaurito in ogni ordine di posti per l’addio all’estate del Ravello Festival, che si trasferirà dal prossimo week-end, tra i legni dell’auditorium Oscar Niemeyer. Un saluto in grande stile, quello di quest’estate, affidato alla tastiera di Martha Argerich, la quale ha inteso dedicare alla memoria di Claudio Abbado, il Concerto per pianoforte e orchestra n°1 op.23 in Si bemolle minore di Petr Il’ic Cajkovskij. È questa una partitura popolarissima, un mondo musicale così generosamente estroverso, descritto con un’accuratezza che non sembra lasciare margini all’interpretazione, ma che, allo stesso tempo, pone problemi nuovi per quell’epoca, richiede doti di coraggio e atletismo, ma anche una stretta collaborazione tra solista e direttore. I tre grandi passi di ottave martellate sottolineano questa necessità: arrivano al culmine di tre perorazioni dell’orchestra e lasciano completamente scoperto il pianista, il quale deve subentrare alla massa e reggere la tensione dinamica che la formazione ha progressivamente accumulato. La Argerich, la quale meritoriamente si è presentata all’esigente platea del Ravello Festival con l’Orchestra Giovanile di Bahia che fa parte del programma educativo Neojiba (Nuclei Statali di Orchestre Giovanili e Infantili di Bahia) fondato dal pianista e direttore Ricardo Castro, sulla falsariga di “El Sistema” venezuelano di educazione musicale pubblica, ideato da José Antonio Abreu, ha dovuto fare tutto da sola, volteggiando su di una lama di rasoio, per la difficoltà della sua parte, per la mancanza di sostegno da parte della formazione, non ancora all’altezza delle richieste del genio russo, che pretende un’orchestra che comincia ad articolarsi in modo sfaccettato e  non ultima, per la brezza di metà settembre che si è fatta  sentire raggelando fisico e anima. Nel primo tempo Martha Argerich e Ricardo Castro hanno percorso strade che non si sono incrociate neppure per un momento, il mai eccessivo turgore magniloquente e la brillantezza di un virtuosismo esibito alla ricerca di un’intimità espressiva non considerando però l’integrazione sistematica della parte solistica nel tessuto sinfonico è risultata, purtroppo la caratteristica del binomio Argerich-Castro. Orchestra tecnicamente non perfetta, guidata da un direttore poco attento agli equilibri timbrici e alla nitidezza degli attacchi, né molto fantasioso, né scattante, che rischia battuta dopo battuta il baratro dell’anonimato, ha lasciato tutto nelle mani della pianista, che ha stregato il pubblico per la sua lucentezza di suono, la precisione assoluta degli accenti e della dizione, risolvendo il fuoco d’artificio finale con una sottigliezza addirittura diabolica. Applausi scroscianti, tre chiamate al proscenio per la Argerich con il pubblico in visibilio che è riuscita a strapparle il Traumes Wirren dai Fantasiestucke op.12 di Robert Schumann, in cui l’ossessione per l’iterazione ritmica, lontana eco della scrittura barocca si colora di tonalità drammatiche e quasi sinistre. Ancora applausi per Martha e secondo tempo affidato all’orchestra che si è dedicata al proprio compositore Heitor  Villa-Lobos con la Bachianas Brasieliras n°4 e le danze sinfoniche da West Side Story di Leonard Bernstein, in cui gli episodi sono stati sagomati con vivacità, vivificate da una sottile ironia, per pagine che sono diventate l’abbeccedario di queste orchestre giovanili che si pongono sulle orme di “El sistema” venezuelano, che raggiunge ben altri vertici. Abbraccio caloroso del pubblico e finale con il samba ancora di Lennie e un funambolico Tico-Tico, in una ridda infernale finale, in cui il suono si è fatta sfida e danza.

*Giornalista e critico musicale

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