novembre 16, 2014 | by Emilia Filocamo
Massimo Coglitore “Fare il regista è un lavoro a senso unico senza ritorno e senza paracadute”

La prima cosa che ho notato del regista Massimo Coglitore, anche se a lui non l’ho confidato, è la frase di Kubrick che apre la home del suo sito “Se può essere scritto, o pensato, può essere anche filmato” e non l’ho notata solo per il mio amore per i lavori di Kubrick ma perché credo riassuma, in quelle poche parole, una precisa volontà di comunicazione, indagine e di innovazione che sono palpabili nel suo essere, professionalmente parlando, insolito. Poiché non credo sia solo una sequela di titoli a fare una carriera o a rendere meritevoli di essere apostrofati come detentori di un’affinata capacità artistica, e per Coglitore i titoli vanno da L’Uomo di Carta a Deadline fino a The Elevator e a The Straight Path, preferisco soffermarmi a lungo sulle sue parole, giunte nel tardo pomeriggio, giunte dirette e precise e con un solo fulcro che agita la sua leva di passione e che lo spinge, ma naturalmente, senza alcun artificio o forzatura, ad essere una voce fuori dal coro. E poi Massimo Coglitore è davvero come si descrive, almeno così me lo compongono le sue parole: è gentile, garbato, puntuale senza essere invadente, ed è un uomo del Sud, il Sud che, in un modo o nell’altro, se anche ci si allontana dal suo fuoco per diversi motivi, per vicissitudini e destino, continua a “fermentare” con il suo mosto genetico di sensibilità, intuizione e  talento.

Chi è Massimo Coglitore? Puoi descriverti in poche parole? Una persona semplice, onesta, determinata, generosa e meticolosa.

Perché diventare regista? Cosa significa essere regista oggi? Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nel tuo mestiere e quali le più grandi soddisfazioni? Il mio percorso è stato graduale, ho metabolizzato tutte le difficoltà incontrate e le ho ampiamente digerite. Lo scoglio maggiore è stato, ed è, sicuramente quello di volere raccontare delle storie estreme, insolite, e la soddisfazione maggiore è proprio riuscire a farlo con il mio stile e gusto narrativo. Essere un regista così è molto difficile, ma io sto bene se faccio quello che amo.

Perché il cinema? Sei figlio d’arte oppure è nato tutto con te? Perché il cinema? Sto ancora cercando la risposta. Forse è l’unico modo che ho per raccontare ed esorcizzare le mie angosce. Non sono figlio d’arte, da piccolo però andavo spesso al cinema con i miei genitori. Mio padre aveva un proiettore e una cinepresa Super 8 con la quale girava filmini familiari e noleggiava parecchi film. Credo che in quella fase sia scattato qualcosa di magico in me.

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha cambiato la vita? Diverse persone hanno contribuito alla mia crescita umana e professionale. Sul cambiare la vita, se dovessi fare dei nomi, senza dubbio Riccardo Neri, il mio attuale produttore, col quale sono legato da un profonda stima e amicizia. Riccardo ha creduto in me e abbiamo diversi progetti in cantiere, è una persona che ama il cinema, conoscendolo nei dettagli, è il produttore con il quale ogni regista vorrebbe lavorare e poi Agostino Saccà, ex direttore di Rai Fiction, che mi affidò la regia di un film tv dopo aver visto un mio corto, cosa rarissima al giorno d’oggi.

Ci racconti The Elevator? Come è nato il progetto e ci parli dei cambiamenti che ha apportato nella tua carriera e nella tua vita? Riccardo Neri mi fece leggere lo script di “The Elevator” scritto da Riccardo Irrera e Mauro Graiani. L’ho trovato affascinante, con contenuti forti e un’ottima suspense. Ho accettato subito, anche perché mi piace lavorare su script di altri. È stata una bella scommessa perché girare un film il cui 80% si svolge dentro un ascensore, con due soli attori, è un’impresa ardua. È il confronto drammatico tra Jack, famoso showman americano, uomo di successo, cinico, e una donna in cerca di verità e vendetta. Una sera, la donna blocca l’uomo dentro un ascensore ed inizia il suo personale sadico quiz. In attesa che il film esca anche in Italia, all’estero è distribuito da Archstone, stiamo lavorando su “The Straight Path” il mio nuovo film.

Sei un uomo del Sud, in che modo questa tua componente meridionale ti ha influenzato sul lavoro, in senso magari positivo o anche negativo? Sono nato, e vissuto fino a 35 anni, a Messina, una città lontana dal cinema, non solo come strutture ma anche come fermento culturale. Per me è stato come salire una scala mobile contromano. Difficoltà che in qualche modo hanno rafforzato il mio carattere. Di contro, credo di avere una sensibilità e un occhio verso la vita e quello che mi circonda che è frutto del mio essere proprio siciliano, quindi una bella arma creativa.

Qual è il tratto distintivo della tua regia? Se dovessi farti un complimento ed un appunto, quali sarebbero e perché? Cerco sempre di stare al servizio della storia che racconto. Prediligo il racconto classico, giro con carrelli e lenti movimenti di macchina, non sono per un uso indiscriminato della macchina da presa. Metto sullo stesso piano, storia, recitazione e aspetto tecnico, tutti elementi che controllo accuratamente, facendo attenzione ai dettagli e al “se tutto torna”. Amo il cinema di contenuti con un forte senso estetico, ed è a questo che punto sempre. Un complimento? Una grande pazienza, che in questo lavoro è fondamentale. Un appunto? Ci penso e ti faccio sapere…

Cosa consiglieresti ad un ragazzo che vuole intraprendere, seppure fra mille difficoltà, la tua stessa carriera? Quali sono le cose da fare e quelle da evitare assolutamente? Bisogna farsi tante domande, capire realmente se quella di fare film sia una necessità oltre che una passione. Vedere più film possibili, studiare la tecnica cinematografica, avere tanta pazienza, curiosità e umiltà, scrivere una storia di cui si sente l’esigenza di raccontare e farne un corto. Oggi i mezzi a disposizione facilitano tutto questo. Consiglio di liberarsi dall’idea che si cambierà il cinema e che tutti si accorgeranno di noi, non è così.

Con chi vorresti lavorare in futuro? Massimo Coglitore ha un sogno nel cassetto? Adoro lavorare con persone che hanno un amore viscerale per il cinema, così come lo ho io, senza troppi se e troppi ma, con le quali instaurare un ottimo rapporto umano, che per me è la base di ogni relazione. Sogno di fare film che amo e che vorrei vedere al cinema.

Hai mai dei rimpianti? Credo che la serenità interiore e la sicurezza nei miei mezzi, che oggi ho acquisito, siano frutto di tutte le mie scelte, giuste e sbagliate che siano.

A chi vuoi dire grazie oggi ? Alla mia famiglia, alla mia compagna, e a tutte quelle persone che mi stanno vicino nei momenti belli e in quelli brutti, ovvio che tra loro c’è anche Riccardo Neri.

Come ti vedi fra venti anni? Ancora alla regia o in un’altra veste? Hai mai avuto un piano B? Ho una passione atavica verso il cinema, maturata in età adolescenziale, avevo dodici anni quando in un tema scrissi di voler fare il regista. Ho investito tutto me stesso, nel senso pieno del termine, in questo lavoro, non c’è un piano b, non l’ho mai voluto, è un viaggio a senso unico, senza ritorno e senza paracadute.

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