dicembre 23, 2015 | by Emilia Filocamo
Massimo Wertmuller fra ricordi, il suo ruolo nella fiction di Rai 1 “E’ arrivata la felicità” e il “peso” del suo cognome

Il talento è seme, non importa che nome, o meglio che cognome abbia, visto che di questo elemento identificativo si parlerà più di una volta in questa intervista. Il talento è, come ho spesso sottolineato, una tasca cucita sotto pelle pronta a svuotare il proprio contenuto nel momento opportuno, o con costanza, lungo l’arco di tutta una vita. E talento è la prima parola che associo a Massimo Wertmuller, tenendomi a giusta distanza appunto dal suo cognome, dall’albero di genealogica, grande attitudine da cui è venuto naturalmente il suo destino di artista, e con una certa soggezione che incutono certi cognomi, almeno nel mio caso e che mi portano a calibrare le domande che rivolgerò e a sperare che siano di livello e di interesse, ho cercato di indagare, per quello che mi era possibile, nella radice prima del suo mestiere, e chiamarlo mestiere, nel suo caso, quasi  mi infastidisce. Ma quello che poi ne ho ricavato, che mi ha confortata e messa a mio agio, è stato l’incontrare; seppure solo telefonicamente, un artista di grande garbo e consapevolezza, che ha intessuto il racconto attuale della sua carriera a quello dei suoi ricordi più cari, dalla prima compagnia di teatro da adolescente a quella comica della Zavorra alla quale è rimasto ancorato qualche rimpianto.

Signor Wertmuller, lei è nipote d’arte ma non credo che questo sia sufficiente a motivare una scelta artistica: cosa per lei è stato determinante nel seguire questa strada? Sono state essenzialmente due cose, la prima compagnia che fondammo alla fine del liceo classico, la Pochade e proprio l’altro ieri ricordavo con affetto quel periodo. Andavamo in un garage e invece magari di fare l’alba in discoteca, facevamo Sartre. Ci credevamo fermamente e facevamo tutto noi, dai costumi alle luci, fino alla scenografia. Ecco, quello è stato davvero il seme di tutto quello che è venuto dopo. Il secondo momento è stato quando ho visto il Masaniello di Armando Pugliese al Teatro Tenda, con Mariano Rigillo e Lina Sastri e per terra c’erano truciolato e sabbia. Lì c’è stata una vera e propria folgorazione e ricordo di aver pensato quanto sarebbe stato bello fare quel lavoro. Adesso, ad essere sincero, si è perso un po’ di smalto, c’è stato un momento di disincanto: quello era il periodo d’oro, delle illusioni, delle emozioni ancora vergini.

Lei è stato su tanti set importanti, qual è stato il momento per lei più difficile? Sai talvolta si dice che la stella perde brillantezza, forse perché questo lavoro troppo spesso non tiene conto del percorso che hai fatto ma solo se sei capace di venderti bene, di entrare nei salotti giusti e di utilizzare la furbizia necessaria a farlo. Il talento viene per ultimo e, nel mio caso, il momento più faticoso è stato quando ho capito di non aver costruito niente se confrontato a ciò e a chi può e poteva tornarmi utile. Fortunatamente il pubblico non ti tradisce mai. Ecco il momento più difficile è stato capire e metabolizzare che tutto ciò che ho fatto, e che è tanto, non basta mai, forse anche per colpa del mio cognome. E poi, riflettendoci, una cosa che accade solo in questo lavoro, è che magari a 59 anni devi reinventarti, riproporti. In altri mestieri ci sono alti e bassi, momenti di difficoltà, di crisi ma non è richiesto reinventarsi.

Parliamo di ‘È arrivata la felicità’: cosa le piace di questa fiction sopra le righe e cosa del suo personaggio? Mi piace molto come è scritta e la grazia e l’eleganza che la caratterizzano. Del mio personaggio mi piace poco il fatto che sia nonno mentre adoro che sia in linea con questa eleganza.

Quali progetti la aspettano? Mi aspettano nuovamente ‘Il Pellegrino’ di Pierpaolo Palladino che, come ‘Semo o nun Semo’ di Nicola Piovani, faccio da 15 anni e non ho intenzione di mollare. Interpreto ben 26 personaggi nella Roma papalina, è una bellissima sfida che non mi stanca mai.

Massimo Wertmuller ha qualche rimpianto? C’è qualcosa che, potendo tornare indietro, non rifarebbe? Per questa domanda ci vorrebbero 3 giorni di pensiero ma direi che forse avrei tenuto unita la Zavorra fino a quando era possibile. Abbiamo purtroppo fatto troppi errori eppure allora ci divertivamo tanto: ecco, potendo tornare indietro, avrei fatto di tutto per salvarla, rimpiango il fatto che sia finita.

Qual è il consiglio che sua zia Lina Wertmuller le ha dato più spesso? Di leggere tanto, di usare la lettura come strumento per vivere meglio e per essere protagonista e conduttore della mia vita.

Le va di provare a suggerire il tema per il prossimo Ravello Festival? Sai in questo caso non so se pago ancora lo scotto del mio cognome, perché al Ravello Festival sono sempre intervenuto come spettatore e non sono ancora riuscito a portare un mio lavoro. Come tema vi suggerirei ‘L’Empatia’ perché manca a questo mondo, totalmente, anzi non sappiamo nemmeno più cosa voglia dire.

Qualche ora dopo la nostra intervista, di sera, Massimo Wertmuller è là, sul divano di scena accanto ad Edwige Fenech nel suo ruolo di humor contenuto ed elegante in ‘È arrivata la felicità’. E ha indossato nuovamente quel sorriso pacato che hanno solo i grandi: in fondo non importa quanta capacità abbia nel sapersi “vendere” e quanto lungo e di peso sia il suo cognome. Quello è il sorriso di chi avrà per sempre il talento dalla propria parte. (la foto in evidenza è di Stefano Cioffi)

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