ottobre 22, 2014 | by Emilia Filocamo
«Mi fanno perdere la pazienza quelli che dicono che il cinema è morto». A tu per tu col grande Luis Molteni

Il talento è forse semplicità, il talento, quello vero, la “luccicanza” che non può essere nascosta o taciuta, il dono segreto ed elargito con parsimonia ed a pochi eletti, credo sia innanzitutto umiltà. E poi è comunicazione, voglia di raccontarsi indipendentemente dall’importanza di chi ascolta. Il talento è una risposta che arriva diretta, che non fa attendere troppo e che sorprende per immediatezza e disponibilità. Luis Molteni, attore che non ha certo bisogno di presentazioni, attivo dal teatro al cinema, dove ha lavorato con i maggiori registi, è l’espressione concreta di questa faccia bella del talento. Il mio primo tentativo di intervistarlo, coincide anche con l’unico perché Luis si concede senza problemi; vinta una breve attesa dovuta a problemi tecnici e ad una imminente partenza per Praga, tutto il suo mondo fatto di registi straordinari, di una carriera fondata come è giusto che sia, come regola vorrebbe su studio e fatica, me lo ritrovo in un pomeriggio qualsiasi nella casella di posta elettronica. Luccicante, straordinario e pieno di voglia di raccontarsi.

Signor Molteni, il suo curriculum è piuttosto impressionante, nel senso che conta una sequela di titoli e lavori assolutamente folgorante. So che non si fanno preferenze ma c’è stato un giorno sul set o sul palcoscenico più bello, emozionante ed indimenticabile di tutti gli altri? «Grazie intanto per aver usato due aggettivi a me cari come “impressionante” e “folgorante” riguardo al mio curriculum. Preferenze è vero non se ne fanno tante ma la cosa che non scorderò mai nella vita riguarda un episodio accaduto mentre giravo a Lucca il film di Claire Peploe “Il trionfo dell’amore” prodotto dal marito Bernardo Bertolucci. Ad un certo punto sento bussare alla porta del mio camper-camerino e mi trovo difronte Ben Kingsley (col quale stavo recitando nel film), attore premio Oscar per Gandhi, che mi dice che dovevamo provare la scena del nostro dialogo per le riprese del giorno dopo. La cosa mi stupì tantissimo non per la prova ma perché non mi era mai capitato con nessun collega italiano, ci addentrammo nel bosco poco distante e camminando insieme da soli ripetevamo le battute, per me è stata una grande emozione: unforgettable».

Ha lavorato con grandi registi, spaziando dalla commedia a film più impegnativi. Qual è la difficoltà maggiore che si incontra in questo passare attraverso ruoli così diversi, voglio dire per un attore quali sono gli step necessari per incarnare perfettamente la molteplicità di personaggi che si interpretano? «Diciamo che la particolarità di un attore sta nell’appunto di immedesimarsi sempre attraverso ruoli diversi. E non esistono step particolari! Ogni ruolo ha il suo talento nel bene e nel male».

Ha esordito a teatro. Da addetto ai lavori, il teatro è una fase propedeutica necessariamente formativa per un attore, oppure, data la differenza sostanziale fra cinema, tv e teatro, è un punto di passaggio ma non obbligato? «Si, ho esordito a teatro quando ancora il teatro aveva questa magia propedeutica. Ora con l’ingresso prepotente della televisione anche la recitazione ha subito un trauma non indifferente diseducando il pubblico e lo ha portato per certi versi ad un dilettantismo al quale la mia generazione non era preparata, e quindi si è semplicemente adattata ed è per questo che diventa un punto di passaggio non obbligato!».

Dove si sente più a suo agio Luis Molteni: a teatro, in tv o al cinema? «Questa domanda la cambierei in questo modo: “Dove ti senti più a disagio?” E qui lascio a voi indovinare la risposta. Se il cinema è magia, il Teatro è la vita, e per dirla come Califano “il resto è noia”».

L’incontro che, professionalmente parlando, le ha cambiato la vita? «Direi gli incontri che mi hanno cambiato la vita sono stati appunto due. Il primo sul set de “Il trionfo dell’amore” dove ho condiviso serate, scambiato opinioni ed emozioni con Bernardo Bertolucci e sua moglie Claire. L’altro con Roberto Benigni sul set del film “Pinocchio” dove la stanchezza e la fatica erano supportate dal suo genio che non mancava di incoraggiarci e di farci sentire importanti e sempre vivi nei costumi così severi e pesanti da sopportare nella calura estiva».

C’è stata una volta in cui si è detto ” Peccato, avrei potuto farlo e non l’ho fatto?” intendo sempre in termini lavorativi. Ha mai dei rimpianti? «Beh nel nostro mestiere ne capita sempre più di uno di rimpianto. Uno per esempio è che sono stato in ballo a lungo per il ruolo dell’Imbalsamatore nel film di Matteo Garrone e poi scelse un altro».

Perché diventare un attore? Come nasce questa sua passione? Figlio d’arte o primo in famiglia a tentare la carriera artistica? «Sono stato buttato sulla scena all’età di 7 anni in una commedia buffa, ma non mi potevo rendere conto di cosa significasse. Poi a 17 ho ripreso con compagnie dilettantesche per approdare poi a 25 al professionismo, ma il “perché diventare attore” me lo chiedo ancora adesso. E comunque no, nella mia famiglia non ci sono precedenti».

Come guarda ai giovani talenti, alle persone, attori e registi, che stanno esplodendo specie negli ultimi anni e quale consiglio darebbe loro dall’alto della sua luminosa carriera? Cosa fare e, soprattutto, cosa non fare? «Difficile dare consigli oggi, in un momento in cui il cinema ed il teatro sono strozzati dalla crisi e i giovani faticano a mostrare il talento, a scapito di una generazione che non vuole mollare lo “scranno” e che oltretutto non ha nulla da insegnare. Invece ai giovani registi dico di cercare belle storie per tornare a far appassionare il pubblico che si sta troppo adagiando su di una commedia becera dalla facile battuta».

Progetti futuri? «Questa domanda “trappola” viene in un momento in cui sto girando uno di questi film “dalla battuta facile” che uscirà a Natale. Perché la prima regola è non sputare nel piatto dove si mangia, ma semmai cercare del cibo più buono. E con i tempi che corrono il cibo buono è per i soliti noti».

Un ruolo che non le hanno ancora offerto, ammesso che ci sia, e che le piacerebbe interpretare? «Un ruolo che non mi hanno mai offerto e che non mi offrirà mai nessuno ma che resta nel mio animo è quello di Rod Steiger in un film del 1964 di Sidney Lumet “L’uomo del banco dei pegni”. Film che peraltro consiglio a chi fa il regista e a chi fa l’attore di vedere».

Cosa la fa ridere? E cosa, specie in ambito lavorativo, proprio la indispettisce? «Mi fa ridere la commedia di Peter Sellers. Mi indispettisce invece quando si continua dire che il cinema è morto: vorrei trovare i Killers».

Una curiosità mia: ha lavorato con De Sica in Colpi di Fulmine. Com’è lavorare con De Sica, come è stata la sua esperienza in quel frangente? «Avevo già lavorato con Christian De Sica, un grandissimo professionista col quale mi piace molto lavorare e spero di poterlo fare ancora in futuro».

L’augurio che fa al cinema italiano? «L’augurio che faccio al cinema italiano è di uscire da questo ghetto-trappola in cui si è ficcato dove l’incasso conta più dell’opera, scrivere storie importanti e di respiro internazionale così che si possa tornare a far parlare del nostro cinema nel mondo, perché a quanto pare siamo ancora fermi a Fellini ed Antonioni e ciò ci inorgoglisce ma non ci fa crescere».

A chi vuole dire grazie oggi? «Ringrazio sostenitori ed amici che mi danno la forza di continuare».

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