gennaio 17, 2015 | by Emilia Filocamo
“Mi sarebbe piaciuto capire prima come stava cambiando il mondo dello spettacolo per non sentirmi inadeguato” Roberto Ciufoli svela i segreti de La Premiata Ditta

Come ho spesso già sottolineato, le interviste sono spesso fatte di variabili dovute ad orari, contrattempi, imprevisti, casualità, coincidenze e segni. L’intervista a Roberto Ciufoli, comico,  attore e doppiatore, è stata “punzecchiata” da più di una variabile che, tuttavia, non ha reso difficoltosa la sua realizzazione, anzi. Grazie alla grande simpatia e disponibilità del protagonista è diventata addirittura più piacevole, così bistrattata tra i rumori metallici di un treno, quello su cui viaggiava Ciufoli, una comunicazione disturbata da un segnale ballerino e la batteria completamente scarica del telefono dell’attore. Pertanto, come introduzione, utilizzerò la divertente definizione con cui Roberto Ciufoli ha sintetizzato la nostra chiacchierata piena di peripezie, chiamandola “un’intervista a fascicoli”, un po’  come le pubblicazioni di Fabbri editore. Le prime due risposte sono arrivate grazie alla generosità del treno che ci ha permesso di comunicare, le altre ad un paio di giorni di distanza.

Signor Ciufoli, come è cambiata la comicità di oggi e cosa le piace e cosa no di quello che vede? Sicuramente ci sono tanti aspetti della comicità che sono cambiati, e sono quelli legati ovviamente all’attualità e questa è una variabile necessaria, perché anche la comicità si aggiorna e cambia il modo di ridere e di approcciarsi alle cose. Certo adesso non si può ridere come si rideva negli anni ’20, anche se poi ci sono dei meccanismi universali della comicità che sono immutabili: la caduta sulla buccia di banana, ad esempio, rientra in questi meccanismi universali e farà sempre ridere. La comicità reinterpreta poi gli aspetti generali della realtà che sono legati ad un momento preciso. Quello che sinceramente non mi piace è che non si fatichi per trovare un gusto della battuta più ricercato, che non si utilizzi maggiore attenzione; adesso la maggior parte della comicità è gridata ed ordinaria. Ci sono stati dei momenti importanti, Zelig ad esempio, ha sfornato tanti talenti, poi però sono seguiti anche tanti cloni di Zelig che non propongono nulla di nuovo. Io vengo da un’altra scuola e forse sono rimasto fermo a quella lì e ne sono felice.

Quale è stato il successo della vostra comicità, della comicità della Premiata Ditta? C’era una formula, una ricetta secondo lei? Effettivamente posso dire che forse noi avevamo un segreto, che poi è quello che manca oggi, il nostro segreto è stato il fatto di essere una novità. Oggi, senza nessuna superbia, a distanza di 30 anni, posso davvero dire che noi abbiamo offerto un prodotto nuovo, eravamo un miscuglio di sapori e di dosi, un po’ come avviene per uno chef che miscela gli ingredienti, abbiamo portato in teatro la scuola della strada, eravamo un misto di cinema, fumetti e tv e tutto questo ha creato curiosità, generato novità e successo, cosa che ci ha fatto lavorare davvero tanto e mantenere il nostro successo per più di venti anni.

Fra cinema, teatro e tv, dove si sente davvero a casa? Sicuramente sono a casa in teatro, sul palco mi sento bene, mi sento vivo, è un posto familiare ed amato, anche se ovvio, si tratta di tre mezzi completamente diversi e, a proposito di cinema, confesso che ne vorrei fare molto di più. Lì, ovviamente, c’è un approccio completamente diverso. Ma questa domanda è un po’ come quella,  difficilissima, in cui si chiede se si voglia più bene a mamma o a papà. In questo caso, io risponderò sempre che voglio più bene al teatro.

I suoi prossimi progetti? Questo è un periodo molto pieno, adesso sono a teatro con lo spettacolo Forbici e Follia, e sarò in tournee fino a marzo, poi sarà la volta di due monologhi, il 17 gennaio al Golden di Roma con l’Odissea che ho riscritto e che racconto con 2 musicisti, poi ci sarà di nuovo Forbici e Follia e poi ad aprile, a Roma, sarò al Teatro Ambra con La libertà è un colpo di tacco, un monologo sulla storia di Socrates, calciatore brasiliano degli anni ’80, che, con il suo modo democratico di gestire la squadra e gli allenamenti, costituì un modello per il proprio paese sotto regime di dittatura.

Conosce il Ravello Festival, c’è mai stato? Quale genere di musica accompagna le sue giornate e come trascorre il tempo libero? Conosco il Ravello Festival, anche se non ci sono mai stato come spettatore. Mi piacerebbe molto parteciparvi come artista. Conosco Ravello, che è un posto meraviglioso. Per quanto riguarda la musica che ascolto, dipende tutto dal momento e dagli stati d’animo, spesso anche da ciò a cui sto lavorando, ad esempio per uno spettacolo c’è stata come musica guida quella di Keith Jarrett e dei suoi concerti. Come hobby, essendo uno sportivo, faccio tanto nuoto, sci, tennis e amo molto andare a cavallo, non a caso da poco gioco anche a polo.

Roberto Ciufoli ha qualche rimpianto come artista? Si, ce ne sono diversi, ma forse quello più grande è stato non aver capito come cambiava il mondo dello spettacolo, mi sono sentito un po’ inadeguato ad un certo punto, come quando, facendo un paragone, nel mondo dei televisori è arrivato il decoder e quindi anche il televisore più nuovo o bello senza decoder era ormai sorpassato. Ecco, io mi sono sentito proprio così, come un televisore senza decoder. Ma poi, fortunatamente, si riesce comunque ad andare avanti.

C’è un momento della sua carriera che vorrebbe rivivere, se potesse per assurdo tornare indietro? Ce ne sono tanti, e fra questi anche molti momenti difficili che, analizzati con il senno di poi, erano difficili solo nel momento in cui li vivevi. Tuttavia, potendo tornare indietro, farei una scelta più oculata per capire come poter gestire tutto e, soprattutto, i cambiamenti, un po’ come nel film Sliding Doors quando ti accorgi che una determinata scelta cambia tutto. Anche se poi, molte scelte, le ho fatte per deontologia e per il mio modo di essere e quindi, probabilmente, tornando indietro, rifarei tutto nello stesso modo.

Se non avesse realizzato il suo sogno come artista, aveva un piano B? Essendo uno sportivo, ed avendo un diploma Isef, credo che il mio piano B sarebbe stato quello; all’inizio, durante i primi lavori in teatro, facevo anche l’istruttore di nuoto e in palestra ed insegnavo educazione fisica nelle scuole. Ma non credo che avrei continuato, mi piace essere sempre in movimento e forse non avrei resistito a lungo calato in un lavoro stanziale, avrei comunque voluto essere sempre in viaggio.

Saluto Roberto Ciufoli ringraziandolo per il tempo che mi ha dedicato nonostante gli impegni e gli imprevisti e, chiusa la comunicazione, rifletto proprio sulla parola che ha chiuso questa intervista: viaggio. Una costante anche della nostra chiacchierata, “spalancatasi” fra rumori di sottofondo e gallerie, proprio in un treno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654