giugno 20, 2014 | by Emilia Filocamo
Mike Marino, da New York ad Hollywood per rincorrere il cinema

Mike Marino, attore americano recentemente impegnato per la premiere di “Lazarus”, film del produttore Thomas J. Churchill, credo incarni perfettamente l’idea di fare cinema divertendosi o comunque, mostrando tutta la soddisfazione per il mestiere che si è scelto. Tutte le volte che “incrocio” il suo sguardo nelle foto tratte appunto dalle premiere, esibisce senza alcuna difficoltà la gioia e l’entusiasmo per ciò che ha realizzato. All’apparenza invincibile, granitico, Mike Marino rivela, accanto all’adrenalinica vitalità, anche una certa dose di riflessione disincantata quando deve descrivere la vita di un attore ad Hollywood, o le difficoltà che si incontrano inevitabilmente in un mestiere ad alto tasso di concorrenza. Ma ogni piccola ombreggiatura, viene subito spazzata via dalla sua energia spiazzante ed inossidabile. La prima curiosità è appunto chiedergli della sua esperienza sul set prima e poi sul red carpet di Lazarus.

Mike, come è cominciata l’avventura con il film “Lazarus”? Beh, sono stato scelto perché avevo già lavorato due volte con Thomas J. Churchill. Il set è stato estremamente curato e professionale e i SOTA studios hanno fatto un lavoro eccezionale: questo è uno dei motivi per cui adoro lavorare ad Hollywood, sebbene io sia generalmente di base a New York.

Il momento esatto in cui hai capito che saresti diventato un attore? Più o meno dieci anni fa. Facevo parte di alcune band ma quando tutto è svanito nel nulla, ho sentito e capito che avrei dovuto fare qualcosa in cui non potevo più contare sul gruppo, ma solo su me stesso. D’altra parte era mia intenzione già da tempo cimentarmi nella recitazione.

La prima persona che ha creduto in te? Non ho dubbi: Howard Nash che ha prodotto il mio primo film, “Sleepless Nights”. Fino a quel momento interpretavo sempre piccoli ruoli per lo più nei set a New York, poi feci l’audizione per quel film. Ricordo che restavano da assegnare due parti, quella di un poliziotto e quella di un vampiro, un cacciatore. Io desideravo più di ogni altra cosa fare il vampiro. Ricordo che Howard teneva le audizioni nella sua casa del Queens, a New York, così un giorno bussai alla sua porta e non potrò mai dimenticare cosa mi disse aprendo: “Caspita! Tu hai scritto vampiro dappertutto!” Così ottenni quel ruolo e incontrai un amico. È stata la prima persona in questo business a darmi  fiducia  e a darmi una possibilità: due cose fondamentali quando si comincia questo mestiere. Abbiamo anche lavorato insieme in una commedia, “The Meeting” e poi sono previsti altri due film con lui nel 2015.

Cosa secondo te rende un attore davvero eccezionale? Non c’è molto da dire: l’attore grandioso è quello in grado di catturare i momenti essenziali, le emozioni principali e trasmetterle sullo schermo in modo prodigioso. Non esistono altre regole, formule o possibilità. Il segreto sta tutto lì.

Tu reciti per lo più in film horror, almeno al momento, ma quali sono stati i tuoi precedenti lavori? Un po’ di tutto: dai film di gangster alle commedie, insomma qualsiasi cosa venga in mente, e parlo di generi, ecco io ci sono!

Ci racconti le tue emozioni al tuo primo film? Certo, non le ricordo! Ho un modo di rapportarmi alle cose in queste situazioni un po’ particolare. È  come se le vivessi soltanto dall’interno e non vi fossero telecamere intorno. E comunque i primi due film mi hanno aiutato a scoprire cose di me stesso, e non solo come attore, che non immaginavo. Non solo Sleepless Nights di Howard Nash ma anche Freedom Square, che poi non è mai uscito.

I tuoi modelli come attori, anche del passato? Nessuno. Credo che ognuno debba essere se stesso; forgiarsi su di un modello fa correre il rischio di non essere più in grado di liberarsene.

Avrai incontrato tantissime persone del mondo del cinema, ma chi ti ha trasmesso di più? Rob Halford, la voce solista della mia band preferita da quando avevo 12 anni, i Judas Priest. Era un signore, una persona estremamente cortese che ha apprezzato ogni parola che gli ho detto quando l’ho conosciuto. Grazie Rob!

C’è un film che ogni tanto guardi e che vorresti aver interpretato? Pulp Fiction! Assolutamente! È il mio preferito.

La parte più difficile e quella più dura del tuo lavoro? La parte più difficile è andare sul set a girare di notte con un freddo pazzesco e poi svegliarsi all’alba per fare il lavoro che ti paga le bollette. Si, questo è quello che mi è successo tantissime volte, soprattutto nei primi anni in cui recitavo. Ma poi tanti sacrifici sono stati ripagati dall’affetto dai fan,dalle emozioni che si provano quando, alla premiere, ti trovi circondato dagli amici, dalla famiglia e tutti si complimentano con te per il lavoro straordinario che hai fatto. Ecco, questo è impagabile.

Ci racconti come è la tua vita da attore? In genere in piedi sempre all’alba, si comincia presto. Arrivo sul set dopo aver studiato bene il mio personaggio, cosa che solitamente faccio la sera prima. Una volta lì ho bisogno di un po’ di tempo per entrare nel mio personaggio, a volte mi immedesimo talmente tanto che mi spaventato da solo! Insomma ci sono il trucco, la preparazione, poi le riprese. Ogni giorno è completamente diverso da un altro, il più delle volte non vedo l’ora di concedermi una birra ghiacciata, e di crollare a letto, sia pure nel letto di un hotel! Ride.

Il giorno in cui ti sei detto “Mike, hai fatto un lavoro straordinario!” Ah, mai! Ogni volta, alla fine, mi ripeto che avrei potuto fare e dare di meglio. Credo sia un sentimento comune a molti attori. E poi in fondo spetta sempre al regista la parola finale.

I tuoi prossimi progetti? Lavorerò ancora con Thomas J.Churchill sul set di “Marilyn Monroe – Zombie Hunter”. E poi ho accettato altre tre sceneggiature, ma non posso anticipare nulla.

Di tutti i film che hai interpretato, ne hai uno preferito? Senza dubbio “Emerging Past” di Thomas Churchill. Andate a vederlo, poi mi direte.

Il titolo del film che potrebbe descrivere pienamente la tua vita? One thousand Miles to First Base” oppure “Transitional Cleansing”

A chi vuoi dire grazie oggi? Alla persona che mi manca di più in assoluto, mia madre: Patricia Ellen Riley.

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