agosto 16, 2014 | by Emilia Filocamo
«Mio padre mi concepì mentre lavorava a Cinecittà». Nel destino di Ethan Marten c’era il cinema

Per cominciare nel modo più giusto questa intervista sull’attore, produttore americano Ethan Marten, potrei citare tutto il suo curriculum, impressionante: ideatore della Light Age Films nel 2010 che ora è in pre produzione per il film Eyes of the Roshi e che sarà girato ad Agosto, è apparso al fianco di star come Harry Dean Stanton, EVE Best, con i vincitori di premi Oscar Piper Laurie e Whoopy Goldberg, solo per citarne alcuni. E i suoi lavori si estendono su un arco di più di trenta anni. E’ stato vice presidente  marketing per la Atlantic Film Studios, fornitrice di servizi per tutta la Virginia ed ha lavorato dietro o davanti alla telecamera con la Lucas Films, la Hollywood Pictures, Discovery Channel e Family Channel, con la Nasa e la New Dominion Pictures. Ma preferisco iniziare da un episodio bellissimo, e devo a questo punto fare un piccolo, anzi un lunghissimo passo indietro e andare all’11 maggio del 1962 e ad una foto dell’Istituto Luce che ritrae l’attrice Jayne Mansfield che arriva all’aeroporto di Fiumicino  con i figli ed il marito per girare e Cinecittà Panic Button – Operazione Fisco.  Come sia legato a questo arrivo ed a Roma Ethan Marten, è lui stesso a spiegarlo.

Ethan, sei mai stato o hai mai lavorato in Italia e cosa pensi del cinema italiano e dei nostri registi? Hai un tuo regista italiano preferito? «Beh, io sono stato concepito in Italia! Mio padre stava era a Cinecittà per realizzare il film Panic Button – Operazione Fisco con Jayne Mansfield, Maurice Chevalier, Mike Connors, Eleanor Parker ed Akim Tamiroff. Una delle star presenti in Italia, una di quelle espatriate era Ida Lupino. Mia madre un giorno non si sentiva bene, sentiva di avere l’influenza e si trovò in una delle stanze dell’hotel Lupino alla disperata ricerca di medicine. Dopo che Ida Lupino ebbe chiesto a mia madre i sintomi che aveva, scoppiò una risata  e le disse : “ Jackie, tu non sei malata, tu sei incinta!” Quindi io sono un prodotto italiano. Ho anche dei padrini in Italia, ma temo non siano più in vita, Santi e Franca Colonna e da qualche parte dovrei avere anche un cugino della mia stessa età, Paolo. Dovunque essi siano, spero sappiano che spesso penso a loro. Una volta Paolo mi mandò un fischietto in regalo, quando avevo 10 anni, e non penso di averlo mai ringraziato abbastanza e quindi questa potrebbe essere la scusa buona per tornare in Italia.  Ma la mia prima volta in Italia è stato quando ho co – prodotto il film di scienza Atlantis Down: il mio precedente socio in affari ed io tenemmo una conferenza poi all’ambasciata italiana di Washington. Ricordo di aver raccontato anche là la storia dell’influenza di mia madre e di aver colpito tutti. Adoro fra i registi italiani Scorsese e poi Fellini e Benigni, assolutamente».

Quali caratteristiche deve avere un buon film? «Un buon film deve avere innanzitutto cuore.  Quello che non lo ha e non ha connessione emozionale con gli spettatori è un film che non va bene. Ma questa è una cosa così soggettiva. Ci sono alcuni film che tecnicamente non attirano ma che io guarderei comunque perché i registi hanno fatto un buon lavoro, e i personaggi magari sono interessanti e la storia ben sviluppata. Diciamo che sono uno spettatore molto indulgente».

Vieni da un ambiente legato all’arte ed al cinema, ma puoi raccontarci i tuoi esordi e quando hai deciso di entrare nel mondo del cinema? «Il giorno in cui ho visto per la prima volta il film di Steinbeck Grapes of Wrath, Furore. E’ una storia sulla depressione americana e sulla terribile siccità  di quegli anni nel Midwest che affamò i contadini americani. Henry Fonda fa un discorso,  un monologo così intenso alla fine del film a sua madre, che io, potevo avere 8 o forse 9 anni,  proprio in quel momento ho capito che volevo fare dei film e spingere lo spettatore a ridere o a piangere per il modo in cui li coinvolgevo».

Il nome della prima persona che ha creduto in te e nel tuo talento? «Mio fratello Jonathan, e comunque la mia prima audizione è avvenuta senza che me ne accorgessi perché andavo a scuola con Matt Dillon. Lui è stato infatti scoperto proprio nella nostra Scuola Media di Hommacks. Nello stesso periodo la mia insegnante di Inglese, Dee O’Brien, mi chiese di leggere un passo dal Sogno di una notte di mezza estate. Ricordo che lo lessi dal mio posto, poi mi alzai mi arrampicai sulla cattedra e poi tornai al mio posto. E Mrs O’Brien mi disse “Ce l’hai fatta” ed io risposi, “Si, ci sono riuscito”. Lei continuò a ripetere ridendo “Ce l’hai fatta ad avere la parte nel festival di Shakespeare della nostra città!” Non avevo mai avuto idea di cosa fosse un’audizione fino a quel momento».

Cosa ti ispira di più quando cominci a scrivere o a dirigere un film? «Io cerco di evitare di produrre, dirigere o scrivere. Solo se non riesco a scostarmi da un soggetto, se mi spinge e tormenta a tal punto da non lasciarmi in pace, allora, solo in quel momento sono ispirato. White Buffalo: An American Prophecy, il mio film, era uno di questi progetti. Mio fratello ed io abbiamo infatti lavorato per anni su un documentario sulla saggezza dei Nativi d’America. E’ un’idea che ci è venuta in mente sin dal 1994 quando abbiamo sentito per la prima volta di una profezia sulla nascita di un bufalo bianco sulla Turtle Island, il nome che fu dato anticamente all’America dai primi abitanti».

Tu sei sia un attore che un regista. Quale di questi due ruoli è più influente in te e quale preferisci fra i due? «Sicuramente quello di attore. Professionalmente, è quello più presente nel mio sangue. Sullo schermo, sul set. Sulla mia scrivania. Io sono eccitato e felice come la prima volta ogni volta che devo recitare».

Cosa rende un regista indimenticabile? Esiste secondo te una sorta di formula per essere al top? «Si, ci potrebbe essere una formula, ma io non la posseggo. Un buon regista è una sorta di pastore che guida il suo gregge. Questo essere una guida orienta ogni aspetto del suo film, dalla pre produzione al seguito, dal rendere filmabile la sceneggiatura alla scelta del cast, fino a fondere tutto lo staff in un’unica storia per lo schermo. Un regista indimenticabile è quello che con la sua visione riesce non solo a coinvolgere gli spettatori, ma un’intera generazione. Queste persone di cui puoi anche non ricordare i nomi, influenzano un’epoca intera creando dei film che restano indimenticabili e che toccano il cuore. Mike Nichols, che diresse il Laureato fu uno dei primi che ho amato e poi Orson Welles, Bergman, Fellini, Chaplin Kurosawa e potrei continuare fino a Cukor, Wilder, Altman  e se anche Roberto Benigni non avesse mai creato quel capolavoro che è la Vita è bella sarebbe comunque rimasto uno dei miei preferiti».

Quali sono i tuoi modelli, anche del passato, nella regia e nella recitazione? «Beh, alcuni te li ho già citati qui sopra. Per gli attori, Fonda, Cagney, Bogart, Brando, Hepburn, i fratelli Marx, Danny Kaye. Ma, come ti ho già detto, dopo aver visto l’interpretazione di Henry Fonda in Furore, con un altro grande regista, John Ford, mi sono detto che volevo diventare un attore. Il suo personaggio è costretto nel film a lasciare la famiglia a causa della corruzione e della brutalità che sta tormentando i contadini americani durante la siccità degli inizi del ventesimo secolo. Sua madre, in un dialogo splendido, vuole sapere se lo rivedrà mai più.
Mrs. Joad, La madre: Che ne saprò di te, Tommy, perché potrebbero ucciderti e non lo saprei mai, potrebbero ferirti, come farò a saperlo?
Tom Joad / Henry Fonda: Forse è come dice Casy, ogni ragazzo non ha solo un’anima, ma un piccolo pezzo di una grande anima, la grande anima che appartiene a tutti i suoi cari, quindi…
Mrs Joad: Allora cosa, Tom?
Tom Joad: Allora, non importa, non preoccuparti. Io sarò intorno, nell’oscurità, sarò ovunque. Dovunque guarderai, dovunque ci sarà una battaglia perché la gente possa sfamarsi, io sarò là, ovunque ci sarà un poliziotto che colpisce un ragazzo, io sarò là. Sarò nelle urla dei ragazzi, nella gioia dei bambini quando hanno fame e sanno che il pranzo è pronto, e quando la gente sarà a tavola e pranzerà nelle case che hanno costruito, ecco io sarò là”
Ho visto questo film per la prima volta fra i miei 9 e 10 anni, e ancora non riesco a trattenere le lacrime quando ascolto queste parole e sento l’eco di quelle voci nella mia mente».

Ci parli del tuo primo lavoro e delle tue emozioni? «Si, era sul set del film Too Young the Hero. Il mio primo agente, Marty Terry, mi presentò a Mark e Craig Fincannon. Queste amicizie vanno indietro di circa 30 anni. Mi diedero il mio primo lavoro sul set con Ricky Schroder. Solo ripensarci mi fa sentire come se avessi fatto punto ad una partita nello Yankee Stadium di New York. E’ come essere a casa».

Avrai incontrato tantissime persone nell’arco della tua carriera, più o meno famose: chi ti ha dato di più? «Michael Volpendesta che era nel cast del lavoro teatrale Il Servo. Avevo lì una piccola parte. Ma anche sotto pressione lui era sempre gentilissimo con me, e nonostante avesse quasi la totalità dell’intero copione  e fosse sempre sul palco quasi per tutta la commedia, trovava sempre del tempo per rivedere le nostre poche battute, perché lui riconobbe la mia gioia di essere là in teatro. E poi la mia cara e talentuosa amica Pam Good. Così mostruosamente brava e così umile, la persona più umile che abbia mai incontrato. Poi i tre insegnanti che mi hanno spinto a fare questo mestiere senza saperlo, Audrey Cunningham, Mrs Feldman e Dee O’ Brien. E poi il vincitore di Oscar Jason Robards sul set di  Dream a Little Dream. E poi Harry Dean Stanton, un attore di grande generosità e bravura.   E ancora il vincitore di Oscar Frank Langella che mi ha insegnato a non dire mai addio, bisogna sempre dire ci vediamo più tardi».

Fra tutti i ruoli che hai interpretato ce n’è qualcuno che ami più degli altri? «Mi stai forse chiedendo quale figlio amo di più?».

Qual è stata la parte più difficile del tuo lavoro e della tua carriera e quale la più bella e soddisfacente? «Fare film non è per i deboli di cuore. E’ per gli spiriti forti ed avventurosi. Mio padre, il produttore di film e regista Albert E. Marten, mi ha sempre detto “ Non dirmi che non puoi farlo, che non ci riesci. Dimmi che puoi farlo” E’ stata  una grande lezione, il produttore Robert Evans scrisse “ Quando ti trovi con le spalle al muro, allora è proprio in quel momento che l’impossibile diventa possibile” Ecco, io vivo per rendere possibile l’impossibile». 

Il cinema indipendente è molto diffuso, cosa pensi che abbia in più il cinema indipendente e di cosa invece è mancante? «Beh, molti film indipendenti non hanno soldi a sufficienza ma hanno una grande fantasia e creatività. I film più importanti, invece, hanno i soldi ma non hanno la creatività».

Se potessi tornare indietro e recitare o dirigere un famoso film del passato, quale sceglieresti e perchè? «Qualsiasi cosa con Jimmy Cagney, Jimmy Stewart, Henry Fonda o Frank Capra! Se avessi potuto, mi sarebbe piaciuto essere sul set di Casablanca, un cast eccezionale, la sceneggiatura è stata scritta e messa sullo schermo. Deve essere stata un’esperienza incredibile essere su quel set, ma ancora una volta una cosa non adatta ai deboli di cuore».

Qual è il genere di film che ti piace dirigere o in quale preferisci recitare? «Grandi personaggi, grandi storie, grande luce, splendide location e splendida fotografia: tutte queste cose non possono essere “recintate” in un genere».

Cosa pensi della crisi che sta toccando anche il mondo del cinema e cosa si potrebbe fare per salvarlo? «Solo creare storie meravigliose che commuovano gli spettatori o che li facciano ridere da morire o che li facciano riflettere a fondo. E il cinema starà benissimo».

Tutti noi che non apparteniamo al tuo mondo, crediamo che il mondo del cinema sia tutto feste, soldi, gente bellissima e di successo: ma cosa c’è dietro questa facciata glamour? Qual è il lato oscuro di questa luna piena ed abbagliante? «Per alcuni, potrebbe essere il lato oscuro della luna. Per me, è curare, accudire un progetto e portarlo dalla creazione alla fruizione, la creatività e i rapporti interpersonali, queste cose  sono come una stella cometa, un faro nell’oscurità».

Qual è il tuo ultimo pensiero prima di andare a letto? «Chiedermi se ho detto alle persone a cui tengo quanto le ami».

Il nome della persona a cui senti di dover dire grazie oggi? «Oggi ringrazio te Emilia, mia madre, il Papa, i miei fratelli, Richard, Jonathan e Seth che mi hanno aiutato ad essere quello che sono. E mia figlia Hannah che ogni giorno mi spinge ad essere migliore di quello che sono».

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