novembre 24, 2015 | by Emilia Filocamo
Monica Menchi presenta “La Vita accanto” spettacolo tratto dal romanzo di Mariapia Veladiano in scena a Milano dal 24 al 29 novembre

Un bozzolo, una crisalide, la speranza che diventi ala, volteggio leggiadro e meraviglioso, tripudio di colori con capacità di levitazione, oppure l’anatroccolo che “sgorbia” la propria forma goffa e la fa esplodere in quella eterea di un cigno. Sembrano tutti elementi adatti ad introdurre questa intervista un po’ particolare come particolare è l’opera che la sua interprete, una straordinaria Monica Menchi, ha deciso di portare in scena: La Vita accanto, tratta dal romanzo di Mariapia Veladiano già premio Calvino nel 2010 e finalista al Premio Strega 2011. Un one woman show, con la regia di Cristina Pezzoli, l’adattamento teatrale di Maura del Serra, le scene ed i costumi di Rossana Monti che debutterà al teatro Libero di Milano dal 24 al 29 novembre dopo il successo ottenuto allo Stabile di Trieste ed in cui l’attrice veste i panni e “la bruttezza” della protagonista, Rebecca, nata brutta ed esiliata per questo dalla famiglia in primis, poi dai compagni scuola, e tutto ciò nei vari “stadi” della vita, dall’infanzia all’adolescenza e poi all’età adulta, fino al riconoscimento del suo talento come musicista che la promuoverà “bella” a suo modo agli occhi degli altri. Quando raggiungo al telefono l’attrice Monica Menchi, so già perfettamente quale sarà la mia prima domanda: lei che fa un mestiere in cui l’apparire è tutto, si “piega” per quest’opera   ad un imbruttimento artistico per rendere carnale la deflagrazione del non essere accettati per ciò che si appare.

Signora Menchi, cosa è per lei la bellezza? Beh, non è facile rispondere o meglio è facile rispondere con un cliché forse abusato e cioè che si tratta di qualcosa di estremamente soggettivo. Sia la bruttezza che la bellezza non si possono definire, precisare, ciò che per me è valido e catalogabile come bello può essere orrendo per un altro. Il tema del romanzo è proprio la “queste”, la ricerca della bellezza di questa donna irrimediabilmente brutta: sono convinta che si tratti di un lavoro creativo molto complesso, meraviglioso, ho puntato su questo testo con convinzione in una società che guarda ed è alle prese solo con chi è perfetto e nella quale il diverso appare come mostruoso e viene sempre preso con le pinze.

Il testo esula sicuramente dai cliché: quale spera sia la reazione del pubblico? Per ora il pubblico ha sempre reagito molto bene, si è commosso, emozionato, impressionato e paradossalmente, la cosa più bella che mi è stata detta alla fine dello spettacolo è “bellissima”. Forse perché Rebecca, il mio personaggio, entra alla fine nella simpatia e nel cuore di chi mi guarda.

Come vive la sera precedente al debutto: lavora fino a tardi, ha qualche rito scaramantico? La sera del primo debutto ho provato fino a mezzanotte e alle sei del mattino ero già in piedi perché dovevo mettere in scena lo spettacolo per i giovani delle scuole e devo dire che sono sempre i ragazzi quelli più sorprendenti parlando di reazioni. Sono spontanei, teneri, senza filtro, ho visto anche ragazzi, maschi, piangere, e questo mi ha davvero colpita molto.

Ho letto che lei in scena indossa una maschera di lattice: qualche difficoltà a tal proposito? All’inizio, per il debutto, abbiamo lavorato con una maschera di lattice ed è stato piuttosto complesso, poi con la scenografa abbiamo deciso di rendere brutta solo una parte del mio viso utilizzando una protesi e lasciare l’altra normale; la reazione è stata piuttosto sorprendente, particolare, e ognuno che guarda, adesso, può vedere qualcosa di diverso, interpretarlo.

Cosa la aspetta dopo La Vita Accanto? Al momento sono completamente votata e dedicata a questo spettacolo che dal 2 al 9 febbraio arriverà a Roma. Poi a Firenze debutterò sempre a febbraio con uno spettacolo di musica, canzoni e narrazione; l’anno scorso con la stessa compagnia, in occasione del centenario, abbiamo dedicato lo spettacolo alla Piaf.

Monica Menchi vuole provare ad indovinare il tema del prossimo Ravello Festival? In un momento così difficile penso all’Incomunicabilità perché abbiamo difficoltà enormi a capirci, a comunicare, ed il paradosso è che abbiamo la parola che dovrebbe agevolarci tanto. Invece mi sa che gli animali comunicano molto meglio di noi.

Sono le battute finali di questa intervista e non credo che Monica Menchi me ne vorrà se rivelo che nel momento in cui le ho chiesto le foto di scena per completare l’intervista, mi ha inviato anche quelle in cui appare così com’è, nella sua bellezza, senza la stortura della protesi di lattice che indossa sulla scena. Ma la sua bellezza è gemella siamese del talento, ed arriva comunque, anche dal corpo di Rebecca: è come un grido e per coprirlo, camuffarlo, educarlo e tacerlo non basteranno mai lattice e trucco.

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