agosto 23, 2014 | by redazione
Musica senza confini al Ravello Festival nei concerti di Maria Pia De Vito e del Kronos Quartet

di Rosanna Di Giuseppe*

Due serate improntate alla ricerca e al contemporaneo musicale inteso anche come rilettura e ricreazione  permanente di quanto già sedimentato e costitutivo della nostra formazione culturale e del nostro patrimonio artistico,  si sono succedute al Ravello Festival il 20 e 21 agosto scorso con un impatto di grande vitalità e fantasia. Nella prima sera svoltasi presso l’Auditorium Niemeyer, causa il maltempo, è stata di scena Maria Pia De Vito (voce) col suo “Pergolese” in quartetto affiatatissimo con  il pianista François Couturier autore anche delle riletture armoniche della musica pergolesiana, la violoncellista Anja Lechner, il percussionista Michele Rabbia. Musicisti inquieti e “ricercatori” che hanno saputo creare le giuste alchimie per la traduzione contemporanea e senza barriere tra classico, jazz ed etnico della musica pergolesiana e quindi del grande Settecento napoletano. Traduzione  quantomai modernamente napoletana e  col marchio di un  “sud” inteso come “altro” rispetto alla norma. Nel  concerto, di fascino straordinario, è stato reso il frutto di un lavoro di cui la De Vito è stata investita dal Festival Pergolesi-Spontini, culminato nell’incisione di un disco prodotto dall’etichetta tedesca ECM (2013). Pur nella trasformazione avanguardistica in senso lato del materiale di base (arie barocche e musica strumentale del Settecento) deformato attraverso lo stile del jazz, o la sperimentazione della voce ora melodiosissima ora ridotta a strumento, o attraverso l’apporto dell’elettronica e della ricerca timbrica  del violoncello e del pianoforte non privi del loro retaggio tardoromantico, il tutto condito dal tocco liberissimo e ricco di respiro del percussionista Michele Rabbia che procura vibrazioni su qualsiasi oggetto, ci sono stati restituiti straordinariamente tutto il pathos e l’emozione della musica pergolesiana, la flessuosità  della melodia e la sua narrazione profondamente umana” per usare le parole della cantante ideatrice del progetto. L’ Amen e i brani tradotti in dialetto napoletano dello Stabat mater, si sono succeduti ad arie di opere quali Lo frate ‘nnamorato e a brani strumentali ora fedeli al Settecento ora spunto per  improvvisazioni sempre sulla linea di uno strano confine con la forma e il rigore musicali. Valore connettivo e di rilievo sull’insieme la carica espressiva a trecentosessanta gradi della De Vito che riesce a toccare tutte le corde dell’espressività umana restituiteci in una dimensione depauperata e ancestrale, in magica comunione con l’uditorio.

La serata successiva ha accolto poi sul belvedere di Villa Rufolo il prestigioso ensemble americano del Kronos, ormai un pezzo di storia della musica moderna e contemporanea, fondato a San Francisco nel 1973 da David Harrington e attualmente costituito dal suddetto al violino, e da John Sherba (violino), Hank Dutt (viola), Sunny Yung (violoncello). Il  densissimo programma ha dedicato particolare attenzione al luogo e al tema del festival sia proponendo arrangiamenti di musica wagneriana, nella fattispecie il Preludio da Tristan und Isolde appositamente scritto per il complesso da Alexandra Vrebalov, sia privilegiando una musica senza confini, sia geografici che di genere, di tutti i “Sud” del mondo con brani di compositori africani, iraniani, colombiani, messicani, argentini, citiamo almeno “White man sleeps” del sudafricano Kevin Volans, musica ripetitiva e minimalista, che crea improvvise spazialità con piccoli scarti dalle ossessive ripetizioni evocando sonorità ed etnie lontane, il celebre “Four tango” di Piazzolla, o ancora la musica dei messicani “Café Tacvba”  e quella del colombiano Orlando “Cholo” Valderrama e ancora dell’ iraniano Sahba Aminikia che  dialoga con l’elettronica, e infine i divertiti arrangiamenti da Charles Mingus e da Jelli Roll Morton. I musicisti bravissimi con estremo rigore anatommizzano e filtrano con una sorta di freddezza e  usando  mezzi e linguaggi contemporanei un materiale sconfinato che sembra appartenere ad una sorta di “The day after tomorrow” in un’operazione di grande suggestione. Impossibile descrivere tutto ma ricordiamo il suggestivo effetto al rallentatore del brano wagneriano rivisitato, che ha reso intensamente la quintessenza ultima di quella musica, o i singhiozzi e le sonorità contemporanee volteggianti come fantasmi intorno alla convenzionalità ormai minata del tango di Piazzolla,  o ancora l’esasperazione sonora del rock nel  brano di Jimi Hendrix, offerto quale bis a chiusura del cerchio di un pianeta musicale totale. Entusiastici consensi da un pubblico per una volta ricco di giovani.

*giornalista e critico musicale

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