novembre 6, 2014 | by Emilia Filocamo
“Nella vita o ami o hai paura” a tu per tu con l’attrice Viola Graziosi doppiatrice ne “Il Giovane Favoloso”

Fertilità, semina, terreni da accudire con cura, attesa dello sbocciare, alternarsi di stagione,  ghiande, attenzione: queste parole si rincorrono in due momenti differenti dell’intervista a Viola Graziosi, attrice di respiro internazionale certo giovane, giovanissima e bella di una bellezza che trascende qualsiasi definizione tipicamente italiana, di una bellezza che è fuori dai canoni più noti e, forse, proprio per questo, per un segno del destino e per un disegno superiore, adatta ad andare oltre, oltre ogni definizione ed oltre ogni stereotipato confine geografico. Le parole che Viola utilizzerà fanno pensare ad una consapevolezza superiore a quella che l’età potrebbe darle, risuonano  sincere e  si corredano di un profondo rispetto per il mestiere scelto ed in cui Viola, sta tracciando, per continuare la splendida metafora, un solco importante. Essere figlia d’arte può essere stato utile a far nascere in lei il “solletico” del palco e dell’arte, della recitazione e dell’essere calate in “altre vite”, ma non poteva certo essere sufficiente a farne un talento riconosciuto da maestri quali Pupi Avati o Mario Martone. Viola Graziosi spiazza per la maturità, per la preparazione, per quel suo essere una ragazza appunto della sua età e, contemporaneamente, un’artista matura e consapevole del proprio ruolo. E su tutto vige una semplice regola: non smettere di sognare e di “stipare” nei propri cassetti quelli più grandi.

Parafrasando il titolo dell’ultimo film che ti vede nei panni di doppiatrice, sei anche tu “una giovane favolosa”. Hai un curriculum internazionale, il tuo talento è stato affinato da studio e consapevolezza. Lo studio nel caso del  tuo mestiere, dove spesso si fa apparire utile individuare facili scorciatoie, è ancora un valore aggiunto? E secondo te ripaga sulla lunga distanza? Oggi in Italia c’è un po’ di confusione, vogliamo tutto e subito e la società purtroppo ci fa credere che tutto fa “buon brodo”, ma non è così. Questo ha portato a un abbassamento della qualità che crea danni importanti soprattutto nei giovani che non credono più che gli sforzi e la preparazione siano necessari. Io ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri, che mi hanno insegnato che lo studio è fondamentale, non precede il lavoro, lo studio è il lavoro. Come dici giustamente tu è una questione di consapevolezza, e anche di responsabilità. Il talento, l’istinto, la fotogenia sono importanti, ma sono come un terreno fertile su cui poter seminare. Se non semini bene, se non irrighi al momento giusto, se non ci metti tutta la cura e la dedizione necessari stagione dopo stagione, il terreno prima o poi perde le sue qualità, e soprattutto non sboccia nulla. Puoi anche avere la fortuna di avere qualche buon raccolto, ma si tratta di un caso. È ovvio che il valore di un buona coltivazione si vede soprattutto sulla lunga distanza.

Chi è Viola Graziosi? Ci racconti di te brevemente e come nasce il tuo amore direi per l’arte, visto che sei coinvolta totalmente non solo al cinema, ma anche in tv e a teatro. Sei figlia d’arte oppure questa scintilla è sbocciata in te? Si, sono figlia d’arte, e questo sicuramente mi ha aiutato a riconoscere fin da bambina la scintilla che era in me. I miei primi disegni erano di palcoscenici e attori, appena ho imparato a parlare ripetevo a memoria gli spettacoli di mio papà che riallestivo nella mia cameretta come potevo. Lo stesso succedeva con i film che guardavo a ripetizione fino a cogliere quella magia che c’era dietro le immagini e le parole. Credo che la mia “ghianda” sia stata ben nutrita, ma anche che sia stata abbastanza forte da non lasciarsi condizionare, e sviluppare un percorso autentico e personale. Se nel teatro appunto ci sono nata e cresciuta, col cinema e la televisione la cosa è avvenuta più lentamente. All’inizio la macchina da presa mi spaventava, era come se venisse a rubare qualcosa di me che io stessa non conoscevo. Poi un giorno, non me lo scorderò mai, è scattata la scintilla! È diventata un’alleata in grado di cogliere i segreti più intimi della mia anima. 

Che rapporto hai con la tua bellezza, una bellezza che sicuramente trascende i canoni tipici del cliché mediterraneo e ti rende per questo “malleabile” a ruoli di respiro più ampio? Credi che sia stata più spesso un biglietto da visita ed una sorta di passepartout o piuttosto un ostacolo quando poi bisognava dimostrare di essere altro e molto di più di un bel viso? Credo che la bellezza sia parte integrante di questo mestiere, da un punto di vista estetico certo, ma soprattutto intesa come bellezza espressiva, bellezza artistica. È vero che io sono molto malleabile, se è utile posso anche apparire esteticamente non bella…ma è solo apparenza! Fortunatamente il mio percorso non mi ha mai portato in situazioni dove cercavano solo un “bel musino”. Penso che essere malleabile sia un vantaggio per l’attore, io adoro gli attori che di volta in volta si trasformano, che stento a riconoscere. A volte in Italia è più facile avere una “tipologia” ben definita, così rientri in un personaggio e non te lo togli più di dosso. Il pubblico ti riconosce e nessuno ha paura. Un mio maestro mi ha insegnato: “Nella vita o ami, o hai paura”.  

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha segnata positivamente? Direi molti! Quasi tutti i miei incontri lavorativi mi hanno lasciato qualcosa di prezioso. Ma se devo dire quelli che mi hanno segnata di più, risalirei ai primi: Carlo Cecchi con cui ho debuttato in teatro giovanissima, e Francesca Comencini con la quale ho girato il mio primo film. Ricordo con affetto l’incontro con Rossella Falk. Un giorno mentre facevamo le prove ha guardato i miei piedi e si è accorta che erano grandi quanto i suoi, ha detto “un 41!”, e mi ha regalato due sue paia di scarpe che sono i miei porta fortuna. Poi un incontro fugace con Peter Brook, e i suoi occhi lucenti… Di ciascuno porto con me sguardi, parole, gesti, consigli, che mi accompagnano lungo il cammino. In realtà noi siamo gli incontri che facciamo.

Hai vissuto e lavorato anche all’Estero: quali sono le differenze più importanti che hai notato nel modo di rapportarsi al tuo mestiere fra gli altri Paesi ed il nostro? In Italia c’è una considerazione alta del mestiere di attrice oppure è facilmente assimilabile e confondibile a quanti tentano nel calderone dei “nuovi famosi” che, insisto sull’argomento, non hanno magari basi solide? Ho vissuto 10 anni a Parigi. Ci sono andata per presentarmi al concorso del Conservatoire che è la scuola di recitazione più importante di Francia, e sono stata presa subito, quindi mi sono trasferita lì. Quello che ho trovato, è un paese dove il patrimonio artistico e culturale sono messi al primo posto. Sono tornata da qualche anno perché proprio in questo momento l’Italia ha bisogno di talenti che invece di andarsene si rimbocchino le maniche per far procedere meglio le cose. Non mi interesso tanto ai “nuovi famosi” che hanno o non hanno basi. Preferisco concentrare la mia attenzione su ciò che si può fare di buono, con la possibilità di migliorarsi sempre. Sono sicura che il pubblico sentirà la differenza.

Quali sono stati i momenti più difficili e più belli della tua carriera fino ad ora? Il mio è un lavoro che vive di crisi, e di alternanza tra momenti difficili e momenti esaltanti. E molto spesso i momenti difficili sono quelli che ti danno più soddisfazioni perché si possono trasformare in momenti fortemente creativi. Tra quelli più difficili mi viene in mente l’ultimo periodo francese in cui mi sentivo sempre più un’estranea, e pensavo l’Italia da lontano. Tra i più belli, quest’estate, la lettera che sbadatamente stavo per cestinare, dove mi annunciavano che avevo vinto il premio Adelaide Ristori come miglior attrice. O la telefonata di Pupi Avati quando mi ha detto: “sei diventata così famosa da non poter accettare una piccola parte nel mio prossimo film?”

So che non si fanno preferenze, ma c’è un giorno sul set che ricordi con maggiore affetto, uno che proprio non riesci a dimenticare e che ti porti nel cuore? Sicuramente quello della mia prima esperienza di cinema, con Francesca Comencini per il film “Le parole di mio padre”. Avevo 19 anni, dovevamo girare una scena emotivamente difficile, che mi faceva un po’ paura. A volte sai che devi entrarci dentro, ma qualcosa di te resiste. L’avevamo girata ed era andata più o meno bene, diciamo che l’avevo data a bere, ma dentro di me sapevo di non essermi compromessa totalmente. Lei anche lo ha sentito, e mi ha detto “Viola, so che puoi dare di più”, questo richiamo così intimo mi ha permesso di rispondere con tutta me stessa, e gliene sono ancora grata perché non me ne sono mai dimenticata.

Ci racconti la tua esperienza ed il tuo incontro con Martone per Il Giovane Favoloso? Con Mario ci conosciamo da anni, ma non era ancora capitata l’occasione giusta per lavorare insieme. Ci siamo sentiti proprio nel periodo in cui cercava la voce per il volto di Anna Mouglalis, la protagonista femminile del suo film. Aveva appena letto una mia intervista dove parlavo dell’esperienza francese, e probabilmente questa assonanza geografica e artistica lo aveva stuzzicato. È un’attrice che stimo e tra l’altro veniamo dalla stessa scuola di recitazione, quindi l’assonanza c’era davvero. Ho vissuto una grande intesa e familiarità con Mario e con Nicoletta Negri, la direttrice di doppiaggio. Mi sono immersa nel personaggio come faccio sempre, in questa occasione però, seguendo passo passo le orme espressive della Mouglalis. Un vero lavoro di simbiosi, dove entrambe abbiamo messo al servizio dell’opera la nostra sensibilità.

C’è un ruolo che vorresti interpretare, una sorta di sogno nel cassetto che hai anche se sei molto giovane? Forse proprio perché sono molto giovane, ho tanti sogni nel cassetto! In teatro mi piacerebbe molto recitare Cechov o Pinter che non ho ancora mai fatto. Penso a Elena Andreevna dello “Zio Vania”, o a “L’amante” di Pinter. Al cinema avrei voluto interpretare Grace Kelly, ma Nicole Kidman mi ha preceduto! Ma forse l’unico vero sogno nel cassetto è quello di entrare nell’immaginario di un regista che ti propone un personaggio che non ti saresti mai aspettato. E magari è proprio quello che ti farà incontrare con te stesso.

Se Viola non fosse diventata un’attrice, oggi sarebbe? Un gabbiano… parafrasando Nina di Checov! A parte gli scherzi non sono mai riuscita ad immaginarmi diversamente. E mi piace credere che si realizzi solo ciò che si riesce a immaginare.

Come sei nel tempo libero? Quali sono le tue altre passioni, cosa ti piace e cosa proprio non riesci a sopportare? Io sono curiosa di tutto, mi piace occuparmi di mille cose e nel tempo libero mi lascio raggiungere da periodi in cui sono più interessata da una cosa piuttosto che un’altra. Per esempio passo dall’astrologia alla culinaria, dalla cura delle piante a lunghe passeggiate nei boschi, dall’esoterismo allo shopping, e soprattutto viaggi e grandi risate con gli amici. Insomma non sopporto la noia.

Avendo cominciato giovanissima, avrai comunque avuto una vita ben diversa dalle altre tue coetanee o da chi non faceva comunque il tuo stesso mestiere. Hai mai dei rimpianti in questo senso? Si è vero, ho iniziato a lavorare prima di finire il liceo, e non è stato facile i primi tempi tornare a casa e dai miei compagni di scuola dopo aver vissuto mesi da sola, sempre in mezzo agli adulti, confrontandomi con problematiche completamente diverse, e tournee internazionali. Ma sono sempre stata affamata di vita e fin da piccola non vedevo l’ora di crescere. Quindi credo di aver vissuto quello che ho desiderato, non ho rimpianti. Se da un lato ho vissuto tantissime cose pur essendo ancora giovane, dall’altro mi rendo conto crescendo che accolgo sempre di più la mia parte infantile. Questo mestiere poi ti permette di continuare a giocare sempre, quindi va benissimo così. A volte faccio più fatica adesso a vedere dei miei coetanei che si sono costruiti una vita stabile, nei canoni, e che hanno quasi smesso di sognare.

Ci racconti a cosa stai lavorando ora e quali sono i tuoi prossimi progetti? So di Pupi Avati e dunque ancora del filone del cinema d’autore e poi? Ho appena finito di girare un film indipendente che s’intitola “The Boogeyman song”, con la regia di Salvatore Vitiello, che abbiamo girato in doppio ciak italiano e inglese, perché ha già una distribuzione anche estera. È stata una bellissima esperienza, quasi come girare due film! E adesso sto finendo le riprese della nuova fiction della Casanova “I misteri di Laura”, che si gira a Praga. Prossimamente dovrei essere impegnata ancora tra cinema e tv, ma per scaramanzia preferisco non dire nulla per ora! Quello che posso dire è che l’incontro con Pupi Avati è stato molto importante, e spero che si svilupperà ancora tanto. Sono rimasta incantata dalla sua capacità di giocare con le cose, dal modo in cui la sua vita e il suo lavoro continuano a intrecciarsi meravigliosamente. A dicembre presenterò una serata per me importante al Gran Teatro di Roma che si chiamerà “Emozioni dal mondo per un’Italia plurale”, dove si esibiranno tanti artisti, la madrina sarà Simona Marchini e il ricavato verrà devoluto a Telethon. 

C’è un regista straniero che ti incuriosisce particolarmente e con il quale vorresti lavorare? Ce ne sono tantissimi, la lista potrebbe non finire più… te l’ho detto che di sogni ne ho una montagna e sono senza limiti! Ma abbiamo tali talenti in Italia che per ora sono davvero felice di essere qua, e curiosa di tutte le belle esperienze che la vita potrà regalarmi.

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