agosto 31, 2014 | by Emilia Filocamo
«Non amo sognare in piccolo». Max Bartoli, regista di Atlantis Down, si racconta

Di Max Bartoli, regista italiano del film di fantascienza Atlantis Down ed impostosi negli Usa con una propria casa di produzione, mi colpiscono soprattutto alcune foto: innanzitutto quella in smoking con l’aria soddisfatta di chi ha realizzato il proprio sogno più grande, (mi convinco che chi realizza un sogno deve avere più o meno quell’espressione stampata sul volto). Poi, scorrendo oltre, vedo le immagini rubate sul set, dal montaggio dello shuttle di Atlantis Down alle foto con il cast che comprende attori del calibro di Michael Rooker e Greg Travis. L’intervista che segue, è una pallina che rimbalza da Roma a Los Angeles, anche perché la mia prima curiosità è capire se un po’ l’Italia gli manca.

Max, dall’Italia sei arrivato a Los Angeles. Cosa ti ha spinto? Mancanza di chances in Italia oppure la voglia di sognare in grande e di conseguenza di fare cose grandi? «In realtà una serie di fattori: nel 1994 mio padre ricevette una proposta di lavoro “irrifiutabile” e per questa ragione la mia famiglia si trasferì a Washington DC. Io rimasi a Roma per finire l’università e conseguire la mia laurea in legge alla L.U.I.S.S. ma iniziai a fare su e giù con gli USA e questo mi diede la possibilità di conoscere il paese. Nel 2006, dopo aver vissuto a Londra per due anni (ed avervi risieduto per 8) sono volato a Los Angeles. Dopo aver fatto tanta comunicazione integrata, pubblicità e quattro documentari, il successo ottenuto dal cortometraggio in costume “Ignotus” mi ha convinto a fare il “salto oltre oceano”. L’Italia è un paese che adoro, ma da noi non c’`e una società meritocratica. Negli USA non ti regala niente nessuno, ma almeno se lavori duro e affronti la giungla del lavoro con entusiasmo, etica, e tanta, tantissima determinazione alla fine rischi anche di raccogliere qualche frutto. Per quanto riguarda il sognare in grande, purtroppo non ho mai sognato in piccolo, per cui l’America era l’unica scelta che avesse senso».

Ci racconti i tuoi esordi? Come nasce questa tua passione per il cinema? «Esordi? Perché ho esordito? Io mi sento ancora come lo studente al primo giorno di scuola (o forse al secondo). Non si finisce mai di imparare e ogni progetto è un’avventura a parte.  La passione per il cinema nasce probabilmente dal fatto che lo spettacolo, e il mondo della comunicazione in generale, fanno parte del mio dna. Mio padre è un giornalista, ma è stato un cantante professionista per anni; il mio bisnonno è stato un autore di opere teatrali, attor giovane con la Duse, pittore, un artista a 360 gradi insomma. Suo padre (il mio trisnonno) è stato uno dei maggiori autori della maschera fiorentina di Stenterello nel XIX secolo. Qualcosa mi deve essere pure arrivato giusto? Probabilmente molto poco, ma quanto basta per darmi il coraggio (anche se i miei amici parlano più di “pazzia”!) di voler intraprendere questa carriera. Sin da piccolo poi sono sempre stato attratto dall’ “arte di raccontare le storie”.  Dopo aver pubblicato due libri mi sono reso conto che la carta non era sufficiente a descrivere ciò che esprimeva la mia fantasia. Dovevo “visualizzarlo” in un altro modo; e dal momento che l’immagine resta al giorno d’oggi il modo più efficace di raccontare una storia, ho deciso di provarci. Da quel giorno non ho mai smesso di amare questo lavoro».

Quali sono il maggior pregio ed il maggior difetto del cinema italiano? «Questa è una domanda da 100 milioni di euro e penso tu la stia chiedendo alla persona sbagliata. Non sono un critico, né uno storico del cinema (anche se non si finisce mai di studiarlo). Come spettatore e addetto ai lavori immigrato all’estero però, posso dirti che la mia sensazione è che il nostro Paese abbia ancora un enorme patrimonio artistico in termini di maestranze, un patrimonio che purtroppo viene depauperato ogni giorno dal “sistema Italia”.  Siamo stati sempre molto bravi a fare film, ad esprimere qualità con pochi mezzi, e continuiamo a produrre un cinema di altissimo livello. Quello che mi dispiace è che continuare a vedere film concepiti più per il pubblico italico che per il resto del mondo.  Sorrentino è uno dei pochi che sia riuscito ad esportare con successo l’Italia all’estero. Dovrebbero seguire il suo esempio in molti anche perché, visto che siamo l’unico paese al mondo con il 60% del patrimonio artistico mondiale (dati Unesco), forse qualcosa da raccontare che non sia le solite commediole ce l’abbiamo ancora».

Hai realizzato un film di fantascienza, Atlantis Down: puoi raccontarci questa esperienza? «Atlantis Down è stata una bellissima avventura, iniziata grazie al successo del mio corto “Ignotus” (25 premi in festival nazionali e internazionali in 18 mesi) e giudicata da molti come impossibile da realizzare. Quando qui a L.A. ho iniziato a parlare con tre Line Producer mi sono sentito dire da tutti che non era possibile fare un film fi fantascienza di 90 minuti, ambientato nella cockpit di uno shuttle, con 225 inquadrature che richiedevano CGI, 6 set, 8 location, 2 macchine da presa e 50 persone di troupe, in soli 14 giorni e con un budget come quello che volevo usare. Il budget più economico che mi hanno dato era 690 mila dollari, ed io volevo farlo con meno di 100 mila. Dopo aver perso tre mesi a Los Angeles, cercando di raccogliere fondi e convincere potenziali investitori che non ero completamente pazzo, me ne sono andato sulla costa est, a Washington D.C. e in Virginia.  In meno di due mesi ho raccolto 93 mila dollari (tutti investitori privati), ho trovato incredibili location e accordi di sponsorizzazione in Virginia e a quel punto ho dato “luce verde” al film. Sapevo che sarebbe stata un’impresa realizzarlo con quelle limitazioni e per questo decisi di coinvolgere i miei collaboratori storici, tutti Italiani: Malù Di Lonardo (1st A.D.), Antonio De Luca (Art Director & Illustrator), Marta Loza (Script supervisor). Grazie a loro sono riuscito a completare Atlantis Down in 13 giorni, andando sotto budget e finendo un giorno prima. Quando ho invitato tutti coloro che mi avevano detto che si trattava di un progetto impossibile alla prima al Chinese Theater in Hollywood mi sono sentito dire da alcuni che “era evidente che avessi trovato più soldi di quelli che dichiaravo di aver speso!” L’ho considerato un complimento. Dopo la prima il film è stato preso per distribuzione da Entertainment 7 e venduto in 13 paesi.  Tempo totale intercorso dal giorno in cui è nata l’idea all’ultimo giorno di riprese: 11 mesi. Ora secondo te, una cosa del genere in Italia sarebbe mai stata possibile senza conoscere nessuno?».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Non me ne ricordo uno in particolare.  Ho incontrato tante persone speciali nella mia vita, ma non ricordo di averne conosciuta una che mi abbia “folgorato sulla via di Damasco” se è questo quello che intendi».

Come è stato recepito all’estero il tuo prodotto, voglio dire viene data fiducia anche a chi è “straniero?”. Ci sono una buona accoglienza e un ventaglio di possibilità maggiori per chi arriva lì? Si da maggiore spazio al talento e non solo magari a delle lobbies che dominano il mercato? «Altra domanda molto articolata e complicata. Il mio corto “Ignotus” è stato accolto benissimo qui ed ancora apre diverse porte, a testimonianza del fatto che la qualità paga sempre, o almeno qui viene riconosciuta. È sul “quanto e cosa” paghi che dobbiamo intenderci. Gli Stati Uniti sono un paese dominato da logiche di mercato. La qualità è un elemento importante, perché se non ce l’hai non hai neanche una chance, ma non ti garantisce assolutamente niente.  Quest’industria, come molte altre e più di molte altre, è super competitiva e tutto viene misurato in termini di rischi di impresa. Il Cinema, almeno da queste parti, è showbusiness, diventa Arte solo in rarissimi casi.  Chi pensa di voler far arte con il proprio film vaneggia! Un film è di certo un’espressione artistica, ma non è arte per definizione. Se l’assunto “cinema = arte” fosse vero allora per logica non ci sarebbe alcuna differenza tra un dipinto di Caravaggio e uno di Teomondo Scrofalo!! Il cinema, che piaccia o no, e qualunque forma e risultato assuma è SEMPRE un business.  Quando si parla di soldi, qui ognuno vale tanto quanto   ha incassato    il tuo ultimo film al botteghino. Se ne hai fatto uno piccolo, come Atlantis Down, non sei più considerato un “first time director”, ma la cosa non cambia poi tanto, perché a meno che tu non abbia vinto Cannes o un altro dei maggior festival, sei nella condizione di prima,   sconosciuto alle dinamiche degli studios, il che significa che devi ricominciare da capo. Gli agenti (quelli seri e delle agenzie che contano) ti considerano soltanto quando ti sei già affermato; gli studios oggi sono corporation dove si decide su ogni cosa “by commitee”, e questo significa che nessuno è disposto a prendersi rischi inutili, non importa quanto bravo tu possa essere. Ti aspettavi una descrizione rosea e con toni aulici di Hollywood? Sorry, l’Hollywood odierna non è quella della “golden age”… quella la puoi trovare soltanto nei film». 

Hai una tua casa di produzione, un progetto importante. Credi che in Italia sarebbe stata possibile un’operazione del genere? «La mia casa di produzione si chiama MaXaM Productions e al momento possiede diverse proprietà letterarie che abbiamo sviluppato internamente. Le più importanti sono “Code Name Oracle” un film d’avventura da girare interamente a Roma, “BRS”, un drama tratto da una storia vera di rapimenti e traffico di bambini, e “The Secret of Joy”, un cortometraggio a favore della causa dei bambini con il cancro».

Ultimamente hai lavorato se non erro anche ad un musical, come mai la scelta di questo genere? «L’idea di scrivere un musical mi è venuta quando avevo 21 anni. Come già detto, perché sognare in piccolo? Assieme a Gianluca Cucchiara (figlio di Tony ed uno dei musicisti di maggior talento che abbia incontrato) decidemmo saremmo arrivati a Broadway.  Le nostre famiglie ed i nostri amici si fecero delle Grasse risate quando iniziammo quell’avventura nel gennaio 1992. A settembre 1995 “MacGregor” (questo il nome del musical) venne presentato in versione ridotta off-Broadway durante il “Settimo festival di Nuovi Musical” con la regia affidata a Saverio Marconi e a Baayork Lee.  A quel punto famiglie ed amici smisero di ridere. Quell’esperienza indimenticabile diventò la prima tappa di un processo di sviluppo durato 22 anni e concretizzatosi in 4 CD, 2 workshop a Londra e innumerevoli reading tra NY, San Diego e Londra. Oggi a 22 anni di distanza il Music Box Theater di Minneapolis vuole rimettere in scena “MacGregor” ed è questa la ragione che mi ha spinto e rimettere insieme il team creativo. Chissà magari questa sarà la volta buona. Speriamo».

I tuoi modelli nella regia? «Sono tanti, tantissimi.  Si impara da tutti. La lista è troppo lunga ed ho già parlato troppo».

I tuoi prossimi progetti? «A Dicembre giriamo “The Secret of Joy”, un corto bellissimo, girato in 35mm, con costumi medioevali e fantasy che arriveranno dall’Italia grazie all’amico e collega Andrea Sorrentino, e CGI provenienti da UK e India.  È un progetto fatto per sostenere la causa dei bambini con il cancro. Il corto, dopo aver terminato la stagione dei festival, sarà donato al St Jude Hospital che lo userà come strumento per la raccolta fondi.  Già diverse star televisive ci hanno dato l’ok, speriamo non cambino idea».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Anche in questo caso la lista è lunga, ma le persone che spiccano e che avrò sempre nel mio cuore sono i miei genitori e mio fratello (la mia famiglia rappresenta le fondamenta della mia vita, senza di loro non sarei nessuno), il mio amico fraterno e “partner in crime” da oltre 20 anni Peter Teale, Maria Luisa Di Lonardo, non solo un grande 1st A.D. ma una persona straordinaria, William D. Brohn, il miglior orchestratore di musical del mondo ed un esempio da seguire e dolcis in fundo il mio migliore amico Roberto Ciccoli e gli amici dell’università, per avermi sopportato e supportato per gli ultimi 28 anni, che non sono pochi».

Cosa auguri al cinema italiano? «Un nuovo rinascimento artistico e l’augurio di tornare ogni anno sul palco degli Oscar per essere celebrato come merita e per ricordare a tutti che l’Italia, nonostante i problemi che l’affliggono, è un paese splendido ancora in grado di regalare al mondo arte e bellezza come pochi sanno fare».

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