novembre 21, 2014 | by Emilia Filocamo
“Non basta un’inquadratura a consegnarti alla storia” Alex Pascoli, pronipote del grande poeta a Ravello Magazine

L’attore Alex Pascoli, attore di teatro innanzitutto, un’affermazione importante e a cui non si sfuggirà per tutto il corso dell’intervista, ma anche di cinema e fiction, con titoli importanti che vanno da Zero a Dieci di Ligabue ad Il Tempo che Tiene, da Amalfi Fifty Seconds a Un medico in famiglia e all’Ispettore Coliandro, nel caso della fiction procede a passo svelto sotto la pioggia di Roma. È solo un assaggio di quella che sarà l’emergenza conclamata dei giorni successivi, l’antipasto di un allarme diventato ormai consueto e fatto di argini che cedono e di fiumi che si gonfiano e non vogliono quiete. Quando lo raggiungo al telefono, mi chiede di richiamarlo dopo qualche minuto, di risentirci di lì a breve perché parlare di sé, dei propri sogni, di cosa significhi   essere un attore oggi, non è semplice mentre si tiene un ombrello e si affronta la rabbia del cielo. Nella calma, credo della sua casa, ci intratteniamo a discorrere di arte e di progetti. L’intervista si forgia subito in maniera particolare, le domande, i capisaldi attorno e grazie ai quali vorrei scoprirlo, diventano punti di riferimento non necessari, boe a cui non bisogna necessariamente appigliarsi, e tutto ciò che ne scaturisce è una chiacchierata lunga e piacevole, fatta di rimandi, di “devo forse aggiungere questo”, di un curriculum corposo e “responsabile” spulciato con la memoria, con l’attenzione degli occhi e le dita invisibili della sua tenace passione.

Chi è Alex Pascoli in poche battute? Sono nato a Londra 41 anni fa. Come si intuisce dal mio cognome, sono imparentato con il poeta Giovanni Pascoli, sono un pronipote e discendo dal primo cugino di Pascoli. Mia madre, attrice, Gabriella Pascoli, ha lavorato con Strehler nel 57 e poi anche in uno sceneggiato con Ave Ninchi. Mi sono trasferito prima a Bologna e poi da Bologna a Roma. Il La è nato facendo la comparsa in due piccoli lavori: il plauso della produzione, dei colleghi, è stato tale che mi ha spinto ed incoraggiato a fare di questo mestiere appunto un mestiere. Anche nel film   da Zero a Dieci di Ligabue, ho avuto lo stesso riscontro entusiasmante, senza presunzione questa è quasi una costante della mia vita, mi hanno consigliato di fare teatro come prima cosa, per cominciare.

Visto che sei stato tu ad introdurre l’argomento, ti chiedo se il teatro ha effettivamente per un attore questo valore formativo e propedeutico. Insomma è necessario per cominciare? Io dico che non sei un attore completo se non fai teatro. Certo, tutto dipende dal percorso che fai, ma nel teatro hai una responsabilità fondamentale, sei tu a creare la magia. Il teatro dà tanto, dall’impostazione della voce al movimento scenico e poi hai la responsabilità appunto di incantare e di attirare le persone, di coinvolgerle. Io ho avuto la fortuna di avere una formazione complessa ed importante, cominciata con il Teatro Azione e poi con gli stage ed i laboratori diretti da Giancarlo Sepe, che considero il mio maestro. In realtà con lui ho già fatto un passo avanti, nel senso che per lui il teatro era fusione appunto fra teatro e cinema e poi mi ha permesso di avvicinarmi anche alla musica, e di concepire anche questo altro aspetto del teatro, come nel caso della Carmen di Bizet.

Ho letto che sei anche regista: come nasce quest’altra passione e, soprattutto, è stata un’evoluzione naturale dal tuo mestiere di attore oppure una passione che covavi dentro da sempre, come un piccolo fuoco? In realtà questo è un percorso ancora in fieri, ho fatto già diverse regie per il teatro e adesso sto curando un lavoro particolare, uno spettacolo teatrale sulla storia del Mostro di Firenze. Per quanto riguarda, invece, la regia cinematografica, ho anche in mente quello ma vedremo.

Il complimento più bello che ti è stato fatto da un punto di vista professionale? Come ti dicevo prima, ho avuto la fortuna di ricevere consensi di grande spessore, ma di sicuro quelli che ricordo con maggiore emozione ed affetto, sono due, forse tre. In particolar modo quella volta in cui Carlo Lizzani ed Enrico Montesano erano venuti a vedermi in uno spettacolo e alla fine ebbero parole bellissime nei miei confronti e soprattutto per il lavoro che avevo fatto. Ma forse quello più grande è stato nel film “Il tempo che tiene” del regista Francesco Marino, film in cui interpretavo Flavio Bucci da giovane. Bene la montatrice era la grande Vivì Tonini, la stessa di “C’era una volta in America”, e lei ha avuto per me parole bellissime. Ecco, credo che riceverli da una persona con quella esperienza e che ha visto recitare mostri sacri, sia stata la soddisfazione più grande della mia vita. E poi lo stesso Flavio Bucci, mi ha fatto i complimenti per come l’ho reso, in maniera personale e non caricaturale.

Allo stesso modo l’incontro che ti ha segnato professionalmente? Anche qui sono sicuramente molti ed è difficile fare una scelta. Quello fondamentale è stato comunque con Marco Simon Puccioni che mi ha dato un ruolo nel film “Come il Vento” con Valeria Golino, Filippo Timi,  Francesco Scianna e Chiara Caselli. Un film d’autore incredibile e di grande importanza che mi ha permesso di crescere tanto, di apprezzare la disponibilità di Valeria Golino e la grande professionalità. E poi ovviamente anche gli incontri con Giancarlo Sepe e Francesco Marino, con il quale lavorerò in un progetto che non posso anticipare, ma di cui posso solo dire che sarà una bomba.

I lavori che ti rappresentano di più? Sono state tante le cose passate nella mia carriera, penso ad esempio a “Uno Studente di Nome Alessandro” di Enzo De Camillis che ci è valso il Nastro d’Argento ed in cui si racconta la storia dell’ultima vittima di Francesca Mambro. E poi penso all’Ispettore Coliandro, in cui ho avuto la possibilità di lavorare e girare nei luoghi dove ho vissuto, a Bologna. O la mia partecipazione ad “Un Medico in famiglia”, esperienza grazie alla quale ho conosciuto Alessio Caruso e ovvio Giulio Scarpati.

I tuoi prossimi lavori? Proprio con Alessio Caruso stiamo lavorando allo spettacolo teatrale sulla storia del Mostro di Firenze tratto da un libro, Cui Prodest, di Alessandro Bartolomeioli. Diventerà anche un film, noi, con questo spettacolo, ci poniamo a metà strada con un valore esegetico e di fermentazione della tematica; lo spettacolo teatrale deve sgrassare i contenuti e renderli poi comprensibili al pubblico, ecco sarà una sorta di “lectura” che permetterà poi di apprezzare il film. Anche perché all’interno si affrontano varie tematiche, da un complesso discorso sui poteri a quello sull’esoterismo. Inoltre presto uscirà al cinema “Di tutti i colori” con la regia di Max Nardari in cui ho una parte con Conticini e a breve girerò il nuovo film di Maria Sole Tognazzi con una parte con Sabrina Ferilli ed il cui titolo è “Io e Lei”.

Se non avessi intrapreso la carriera artistica, oggi saresti? Un pilota di aerei, ho anche il brevetto, anzi l’ho preso prima della patente. Ma ho capito che quella strada non mi avrebbe mai reso felice, anche perché il mio sogno non era certo fare il pilota di linea, ma esprimermi con delle acrobazie. Mi sono anche laureato in scienze politiche e suono la batteria da 15 anni, ma la mia vita non era quella.

Hai mai dei rimpianti? Sicuramente qualche rimpianto c’è, ma ho la fortuna di avere avuto più soddisfazioni che rimpianti. Facendo un bilancio generale, opportunamente scremato dalle frustrazioni, dai momenti bui e dalle difficoltà che inquadrano questo mestiere, posso dirti che ho avuto le mie grandi soddisfazioni, ho conosciuto dei grandi, ho dato tutto me stesso per seguire ciò che volevo fare. Certo vorrei di più, ma nei termini della responsabilità che avverto nei confronti del mio mestiere: i miei spettacoli teatrali, ad esempio, hanno sempre una finalità culturale, didascalica, non voglio creare ilarità o comicità, ma lasciare agli altri qualcosa.

Il tuo grazie oggi a chi va? Sicuramente alla mia famiglia che mi ha supportato e che mi sostiene e poi un grazie speciale a Rosa Pianeta per avermi fatto conoscere Puccioni.

Immagino che molti, decisi ad intraprendere il tuo stesso mestiere, ti chiedano consigli. Qual è il consiglio che dai più spesso? Solo studiare, studiare, studiare. E poi di basarsi molto sul lavoro di squadra, io non credo ai primi attori, ma credo nella collaborazione. E poi bisogna all’inizio accettare anche lavori che magari non sono quello che speravamo e chiedersi sempre perché si è qui e chi ci ha chiamati. Se si fa questo mestiere solo per farsi notare è un conto, ma se si va per raccontare qualcosa, allora bisogna avere responsabilità. Io consiglio sempre di fare teatro per imparare ad essere registi di se stessi, osservare gli altri, rubare tutto ed imparare, anche dal passato, troppo spesso disconosciuto. Poi consiglio di essere puntuali, rigorosi ma elastici, è molto meglio un attore magari tecnicamente mediocre ma umile e disposto ad imparare, che un grande attore magari incontrollabile o ingestibile. Non basta una battuta a fare la storia, in una battuta devi condensare il mondo, è questa la nostra responsabilità. Anzi, io in genere consiglio di cambiare lavoro, non sarà certo il mio consiglio a fermare chi me lo chiede, ma se non hai questa consapevolezza è inutile tentare.  

L’intervista sembrerebbe chiusa qui, ma Alex Pascoli è un vulcano e via via aggiunge altri progetti.

Ho anche altri impegni, cinematografici: una serie webcam intitolata “L’Intrepido Wilson” diretta da Carlo Trevisan di cui abbiamo già fatto un trailer. E poi un progetto a cui tengo molto, un cortometraggio che forse diventerà un medio metraggio con Giulio Scarpati di “Un Medico In Famiglia” intitolato “Hula Hope” in cui interpreto uno scienziato che inventa una macchina del tempo per la regia di Luigi Caggiano e di Vittorio Di Nepi. E poi interpreterò un cyber spacciatore, un pusher di informatica, in un altro cortometraggio per la regia, questa volta, di Giuseppe Convertini.  

Quando il silenzio si prolunga abbastanza, comprendo che questa intervista è giunta davvero, almeno telefonicamente, al termine. Avrei voglia di chiedere ad Alex Pascoli molte altre cose, poi ho un’intuizione piccola, breve, che mi riporta al suo cognome e all’idea che talento e sensibilità , scorrano intatti nel suo sangue. La maestria con cui il suo antenato più noto piegava le parole e le amava, si è trasformata negli occhi di Alex nel suo modo di amare il pubblico e di raccontarsi, dalle assi di un palcoscenico o dalla bocca sputa-sogni di una macchina da presa.

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