novembre 17, 2014 | by Emilia Filocamo
“Non credo al successo facile ed improvviso, preferisco guadagnarmi tutto con calma e pazienza”. L’attore calabrese Pino Torcasio si racconta

L’attore Pino Torcasio non è solo calabrese, di nascita innanzitutto e poi di diritto, per quei colori che gli piombano il viso in un’espressione che sembra quella delle sue montagne, delle asperità che salgono su fino al cielo, cupe e segrete come ventri giganteschi, oppure che si addolciscono in rotondità selvagge e scomposte, pronte a farsi leccare dal mare. Pino Torcasio, per certi aspetti, è la Calabria stessa. La Calabria delle passioni forti ed incontenibili, la Calabria della tenacia che non vuole sentire storie, che detesta le scorciatoie, la Calabria degli uomini che amano la terra da cui provengono, quelle viscere calde e spesso maltrattate da accadimenti che altri uomini si industriano a combinare con odio per infamarla. La Calabria delle menti che viaggiano ad una velocità superiore, innegabile, con doti e cultura, profondità e sofferenza che spuntano come certi splendidi alberi di quelle parti. Per questa intervista, per ottenere questa intervista, è passato un po’ di tempo, diciamo anche più di un po’, ma alla fine, le parole, scandagliatrici e magiche, mi hanno permesso di conoscere non solo un artista, ma una persona umile, un uomo che si è messo in gioco nonostante le difficoltà, un uomo preparato, che studia, che non smette di aggiornarsi e mettersi alla prova, che ha rischiato su se stesso e sulla propria vita innanzitutto. Pino Torcasio è la sua passione, l’amore per la sua famiglia, l’entusiasmo per un mestiere che definisce bellissimo, unico al mondo e che gli fa divampare gli occhi scurissimi di emozione e di energia, con fiamme a cui non è concessa la pausa di un disincantato spegnimento.

Pino, sei un uomo del Sud, hai esordito al cinema con C’era una volta il sud ed il Sud è stato il tema conduttore del Ravello Festival 2014: in che modo secondo te questa componente meridionale ha influenzato ed influenza le tue scelte lavorative e quanto conta nel tuo modo di essere e di recitare? Diciamo che la scelta più che essere mia è fatta dai casting director, dal produttore o dal regista stesso che in base alle cast list (liste descrittive dei personaggi nella sceneggiatura) e dopo aver fatto un provino su parte, decidono di affidarmi un ruolo idoneo. Ci sono elementi – come per esempio avere origini meridionali, una fisicità, una carnagione abbronzata tipica da uomo del sud – che tendono ad influire molto nella scelta di affidarmi un ruolo in un film o in tv e solitamente anche grazie ad essi mi scelgono quasi sempre per interpretare ruoli da antagonista o caratterista. Quando mi contattano per prendere parte ad un progetto cinematografico riguardo storie del sud non può che farmi piacere anche a livello interpretativo. Interpretare un ruolo da meridionale, grazie anche alla reviviscenza delle mie radici, per me conta molto ed influisce, in modo positivo, anche nella recitazione stessa. È  proprio partendo da qui che si riesce ad essere più spontanei e veri. Il tutto ovviamente va unito alla preparazione che l’attore fa su se stesso e sul personaggio (come ad esempio il ritrovare emozioni da far rivivere al personaggio che si va ad interpretare). Più è difficile il personaggio da interpretare maggiore sarà la preparazione.

Già che siamo in tema, ci racconti del film “C’era una volta il sud” e come è nata quella esperienza? È nata per caso. Nel 2006, mi ero appena sposato e lavoravo come geometra in un’azienda d’impianti termomeccanici. Il mio fotografo mi mise al corrente che stavano preparando insieme ad un regista della mia città, formatosi allo Sdac di Genova, un film indipendente. Si trattava di un lungometraggio drammatico che doveva essere interamente girato nella nostra città e che narrava una storia di ‘Ndrangheta. Così mi fece incontrare il regista che, visionata l’anteprima del mio matrimonio, mi scelse per il ruolo di antagonista a fianco al protagonista. Fu la prima volta che interpretavo un ruolo di sette pose in un film indipendente. Da li in poi iniziò la mia carriera con una continua e costante formazione professionale; studiai recitazione, dizione, educazione della voce e adesso eccomi qua: continuo a combattere per la mia ragione di vita, l’interpretazione.

Sei figlio d’arte oppure il cinema è sempre stata una tua passione personale? E come sei arrivato a realizzare questo sogno? No non sono figlio d’arte. Niente a che vedere con l’arte. Mio padre è un ex ferroviere in pensione e mia madre una casalinga. Il cinema è diventato la mia passione dopo averlo conosciuto. Conosciuto grazie all’esperienza vissuta come attore nel 2006 sul set del film “C’era una Volta il Sud” di Francesco De Fazio. Grazie a quella occasione, ho deciso che la mia strada sarebbe stata quella di intraprendere la carriera di attore e la conferma, o meglio la certezza, l’ho avuta quando ho sentito il fuoco sacro ardere in me. E non nascondo che ciò mi ha cambiato la vita.  Appena sposato e con una figlia in arrivo la situazione economica non era certo delle più rosee, ma questa forte predisposizione che avevo nella recitazione mi ha fatto prendere una decisione che io reputo egoista ovvero abbandonare il mio posto di lavoro e dedicarmi anima e cuore ad inseguire e raggiungere il mio sogno: diventare bravo e spontaneo nell’interpretazione. Nel 2006 iniziai a informarmi su come funzionasse il mondo del cinema e qualsiasi informazione che reputavo utile l’ho assorbita come una spugna e l’ho fatta mia. Una volta fatto il mio primo book fotografico, chiesi a tutte le agenzie cinematografiche di poter essere rappresentato da loro (diciamo che ruppi le scatole un po’ a tutti a Roma) e fin da subito iniziai ad ampliare le mie conoscenze in campo artistico finché anno dopo anno iniziai a crescere professionalmente anche se ancora non sono molto conosciuto. La voglia di crescere, assieme alla mia tenacia, sono talmente forti che, nonostante le difficoltà ad emergere in questo bellissimo “mondo” e lo stato di crisi attuale, preferisco fare il mio percorso ed andare avanti pian piano arrivando fino alla meta per esprimermi artisticamente nel miglior modo possibile. Devi sapere che – caratterialmente parlando – sono molto cocciuto. D’altronde questa è una caratteristica che i meridionali hanno nel loro DNA. Questo è il più bel mestiere che esista.

Ti chiedo di due esperienze televisive importanti, due delle tante ovviamente, ma credo particolarmente emblematiche: “Romanzo Criminale” e “Squadra Antimafia”. Come ti sei rapportato a loro e cosa ti hanno dato? Si, due belle serie televisive che mi hanno fatto conoscere il mondo della fiction.“Romanzo criminale” è stato il punto di partenza. All’epoca ero ancora un attore emergente. Interpretai il ruolo (5 pose) del braccio destro di Don Macrì, un boss calabrese nel carcere di Rebibbia. Il ruolo che dovevo interpretare non era uno dei ruoli principali. Ho fatto uno studio a fondo del personaggio in tutte le sue possibili sfaccettature che mi ha permesso di esprimere al meglio il mio personaggio. Mi sono impegnato a capirlo, a capire il suo vissuto, il modo di comportarsi e rapportarsi con la società e nel carcere, ho studiato alcuni comportamenti di pregiudicati della mia città nonché – cosa ben più importante di tutte – ho analizzato il sottotesto nelle battute del mio personaggio presenti nella sceneggiatura e trovato una giusta motivazione nel dirle in un certo modo. Se c’è una cosa che posso dire riguardo il regista Stefano Sollima è che lo reputo uno dei più bravi registi del nostro panorama cinematografico. Sul set mi ha trasmesso tanto entusiasmo; la sua grinta, il suo modo di dirigere mi hanno affascinato. Spero tanto un giorno di ritornare a lavorare con lui.

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha cambiato la vita o che, comunque, ti ha lasciato un segno? Si! Il mio caro e fraterno amico Tore Iantorno Asta. Vanta un curriculum di tutto rispetto. Oltre ad essere regista è anche direttore di fotografia nonché Actor Coach. Ho un modo insolito di fare cinema tutto suo: è geniale, analitico, preciso, guida in modo eccezionale gli attori con il suo metodo. Lui mi contattò dopo il film “C’era una volta il Sud” tramite un motore di cinema indipendente e mi diede la possibilità di interpretare in un suo progetto cinematografico, un lungometraggio dal titolo “Il passo silenzioso del cuore”, il ruolo da protagonista. E così fu.

Il giorno più bello sul set, ne ricordi uno con maggiore affetto? Ovviamente si. Era il 20 agosto del 2009 ed ero sul set di Romanzo Criminale. È stata un’emozione incredibile far parte di una serie di successo nonché essere guidato da Stefano Sollima. È stata un’esperienza bella ed interessante. Ho imparato molto.

Ho letto della tua formazione artistica: quanto conta nel tuo mestiere arrivare con uno studio ed una preparazione alle spalle? E come giudichi le facili scorciatoie, non so quelle dei reality che fanno poi da apripista per il cinema o per altre carriere improvvisate? Ho sempre pensato che lo studio, così come la preparazione, siano importanti e fondamentali. In questo mestiere non si finisce mai di imparare e di studiare. È un allenamento continuo. Lo dico sempre. La conoscenza delle tecniche recitative è fondamentale nelle interpretazioni così anche per quanto riguarda la dizione (anche se non dobbiamo dimenticare i nostri dialetti nativi), consiglio molto l’educazione della voce, l’improvvisazione nella recitazione, studiare inflessioni di altri dialetti (perché più cose sai fare meglio è e poi perché possono sempre tornare utili nel cinema); alla base di tutto ciò c’è il teatro, fare teatro è importante. Tutto parte da esso. Per quanto riguarda i reality, beh, la strada più veloce potrebbe essere quella, io non la percorrerei mai, è un arma a doppio taglio e poi devi avere una grande resistenza psichica ,un carattere forte, devi essere consapevole che tutto questo potrebbe finire perché sono il pubblico o le produzioni cinematografiche e televisive che decidono del nostro successo. La televisione può portarti alle stelle subito, ma poi c’è il rischio che vieni usato e messo da parte. Questo percorso fa trasformare persone che vedono cambiare la loro vita, vivono momenti di notorietà, successo, soldi, vita mondana e chi ne ha più ne metta fino a quando poi tutto svanisce e dopo un anno o due… arriva la depressione. Preferisco fare un percorso lento e sofferto, crescere in meglio pian piano e restare umile con la testa sulle spalle con la consapevolezza che non sempre andrà bene anche se in fondo lo spero. Cerco di essere positivo.

Cosa consiglieresti ad un giovane che si avvicina al mondo del cinema e dello spettacolo. Quali sono le cose da fare e quali sono quelle da evitare assolutamente? Se vuoi intraprendere la strada del cinema e della televisione devi trasferirti a Roma; se vuoi invece intraprendere la strada della moda e della pubblicità devi andare a Milano. Consiglio di utilizzare molto la pubblicità sul web. Penso che il futuro sia li, e bisogna sempre assicurarsi che i video siano di qualità professionale. Cose da evitare assolutamente? Non pressate le varie produzioni, i casting director e i registi su Facebook. E soprattutto non perdete la calma se nessuno vi risponde alle e-mail che inviate alle produzioni.

Ci parli della tua esperienza a Scherzi a parte? “Scherzi a parte” è stata un’esperienza nuova, interessante in cui mi sono divertito moltissimo anche grazie ad una guida come Marco Balestri. Fui contattato da Mediaset per prendere parte a tre diversi scherzi, ma purtroppo le condizioni metereologiche non ci hanno permesso di poterli portare a termine. Lo scherzo fatto a Mariano Apicella è stato abbastanza pesante e per quanto lo sia stato ha fatto si che lo scherzo riuscisse nel migliore dei modi possibili. Quella in cui vi era lo scherzo ad Apicella è stata una delle puntate più seguite. Sono del parere che per far crescere la visibilità di un attore bisogna anche far televisione.

Hai lavorato anche sul set di fiction di grande impatto sul pubblico, penso a Gente di Mare ma anche al Commissario Montalbano. Da addetto ai lavori e da attore, cosa credi che funzioni bene in questo tipo di fiction tanto da averne decretato successo e da averle premiate con ascolti lusinghieri, specie nel caso di Montalbano? Il segreto è che Luca Zingaretti è un bravo attore e poi è molto simpatico; inoltre “Il Commissario Montalbano” è molto seguita da un pubblico di una certa fascia di età perché le indagini che vengono svolte in questo poliziesco hanno un leggero tocco di commedia e questo in fondo diverte il pubblico.

Hai mai dei rimpianti? Non aver conosciuto prima il cinema. Forse avrei potuto fare di più.

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? Un bravo venditore.

Se ho inteso bene, torni spesso in Calabria, nella tua terra. Quale augurio fai a questa regione splendida, così piena di richiami storici e di una bellezza selvaggia e quasi ancestrale, ma spesso bistrattata anche da facili pregiudizi? Auguro che venga costituita una nuova Film Commission Calabria, forte come l’Apulia Film Commission, che venga guidata da dirigenti capaci e validi affinché creino un circuito cinematografico e televisivo e che inoltre incentivino le case di produzione per girare film e serie tv in Calabria piuttosto che in altre regioni con un conseguente aumento a livello occupazionale di tecnici del settore cinematografico, attori e cuochi per catering ecc, con relativo aumento del turismo in questa bellissima terra.

A chi senti di dover dire grazie oggi? A me stesso, alla mia tenacia, costanza, a mia moglie e al mio caro amico fraterno il regista Tore Iantorno Asta che mi segue e forma continuamente, mi consiglia e mi guida.

Come ti vedi fra 20 anni? Ancora al cinema o in tv oppure ogni tanto ti immagini in futuro in un ruolo completamente diverso, in una sorta di piano B? Non lo so. Può darsi che se le cose dovessero continuare così mi trasferirò all’estero o chissà magari visto che ho un pezzetto di terra, farò il coltivatore diretto. Una cosa però è certa: sto aspettando il film della mia vita.

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