dicembre 28, 2015 | by Emilia Filocamo
“Non ho paura del tempo perché ne conosco il valore” Massimiliano Rodi si racconta dal set di Mani di fata e del film Il Manutentore, il primo lungometraggio del regista Claudio D’Avascio

Tempo. È questa la prima parola che mi viene in mente introducendo l’intervista all’attore ed artista Massimiliano Rodi. Il tempo che è intercorso dalla nostra prima chiacchierata, avvenuta prima dell’estate piena, ed in cui qualche progetto che lo riguardava era ancora acerbo o in fieri e qualche altro era in embrione, sospeso fra cielo e terra prima di catapultarsi sul suo destino di artista; ed il tempo che ci rincorre e ci sfugge, quel tempo che si piega sui nostri volti e li trasforma e del quale tutti, o meglio quasi tutti, abbiamo inevitabilmente paura. Tranne forse Massimiliano Rodi, che il tempo sa guardarlo in faccia, senza farsi illusioni, senza timori, mordendolo, afferrandolo per ciò che può, con lo sguardo realistico non di un duro, attenzione, cliché che potrebbe facilmente scivolare al nostro modo di sentire dal suo aspetto fisico, ma di una persona di una sensibilità eccezionale, capace di captare gli “umori” della vita in netto anticipo e di adattarsi, facendo a se congeniale ogni habitat, ma senza strafare.

Massimiliano, la prima domanda che volevo farti è relativa al corto di cui abbiamo parlato nella nostra prima chiacchierata: Mi fa un baffo il gatto nero. Che fine ha fatto quel progetto? Ecco, brava, pensa che volevo farti la stessa domanda io! Che fine ha fatto? Il progetto è di tutto rispetto, intendiamoci, è stato fortemente voluto dagli artisti che vi hanno partecipato e dalla produzione per sensibilizzare la gente in difesa degli animali partendo da una diceria, quella sui gatti neri, nata dalla trasformazione di alcune vecchie leggende e da una vecchia scaramanzia. Il corto che nel cast, solo per citare qualche nome, annovera Lino Banfi, Rossella Brescia e Massimo Wertmuller, è stato presentato al Campidoglio e la prima si è tenuta al Cinema Aquila per poi essere portato nelle biblioteche. Però, ad esserti sincero, e questo è un sassolino che devo togliermi dalla scarpa, forse non si è fatto abbastanza, anzi senza forse: doveva essere portato in giro nelle scuole e nelle biblioteche, magari accadrà, ma al momento tutto tace e, sinceramente, preferisco non dire altro.

La tua immagine è inevitabilmente legata a quella del tuo personaggio, al pirata, data la tua straordinaria somiglianza con Johnny Depp, ma adesso preferisci parlare di te, di Massimiliano Rodi ed accantonare un po’ quel ruolo, è così? Io non potrei mai rinnegare quel personaggio, perché mi ha dato tanto, tutto è iniziato con lui e, soprattutto, ancora oggi lo interpreto per i miei spettacoli di animazione, sono pur sempre un trasformista, ma è giusto puntare l’accento su Massimiliano Rodi e non più su Jack Sparrow. Di certo tutto è arrivato per caso, facevo teatro da bambino, ho un mestiere come decoratore e per gioco ho cominciato a fare l’attore proprio grazie al personaggio del pirata. Anche in ‘Mi fa un baffo il gatto nero’ sono un pirata, ma su mio suggerimento alla produzione ho preferito interpretare un altro tipo di pirata, diverso dal cliché di Jack Sparrow. Nell’ultimo periodo mi sono capitate tante cose, ho partecipato ad un cortometraggio proprio questo mese che è andato al 48 ore Film Festival, quindi un lavoro girato e fatto ad una velocità incredibile e l’ho vissuta benissimo, adattandomi subito. Spesso mi rendo conto che magari ci sono artisti con un bagaglio di esperienze ben più corposo del mio che non hanno avuto le stesse opportunità e la stessa dose di visibilità. Quindi su questo sono fortunato.

Direi che hai dunque una duttilità estrema nell’interpretare un’ampia gamma di personaggi, sei d’accordo? In parte perché se un ruolo non me lo sento calzare a pennello, ho serie difficoltà a rendere nell’interpretazione. È accaduto con ‘Io e il Mio amico Jack’, presentato al Festival del Cinema di Roma: ecco lì non mi sentivo a mio agio, forse anche per il tipo di direttive che arrivavano dalla regia. E non ho problemi a dirlo.

Vorrei parlare con te di due esperienze molto importanti, di due progetti a cui tieni molto. Cominciamo con Mani di fata: cosa ti ha dato questo lavoro? Mani di fata, una produzione indipendente della Aci & Galatea-Roma, un’associazione no profit è nato da un’idea di Teresa Coratella è un lavoro sociale che focalizza l’attenzione sul problema della violenza sulle donne. Il soggetto, la sceneggiatura e la regia sono di Bruno Colella. Due artiste, due donne, vengono raggiunte nella loro mostra al Macro da attrici che reciteranno e canteranno il tema della violenza alle donne. Nel cast ci sono le due artiste appunto, Teresa Coratella e Bianca Menna, poi le attrici Pietra Montecorvino, Gea Martire, Paola Lavini, Cinzia Carrea e ancora Giacomo Gonnella. I testimonial sono Immacolata Giuliani, criminologa, e Giuliano Grittini, fotografo personale di Alda Merini. Il mio è un ruolo che irrompe nel contesto per sdrammatizzare, così come è nello stile di Bruno Colella e ho intensi dialoghi sia con Pietra Montecorvino che con Gea Martire.

E poi so che reciterai in un film importante. Puoi anticipare qualcosa ai lettori di Ravello Magazine e dirci come ti stai preparando a questo ruolo? È il primo lungometraggio di Claudio D’Avascio, autore di videoclip importantissimi per tanti artisti e dell’ultimo spot con Belen. Il film, dal titolo ‘Il Manutentore’, sarà girato in Campania e fra gli interpreti ci sono il grande Ernesto Mahieux, vincitore del David di Donatello per L’Imbalsamatore e Giusy Merli de La Grande Bellezza. Il mio è un cameo, un ruolo che tuttavia è importante all’interno della storia.

Come e quando hai saputo che eri stato scelto per questo ruolo? L’ho saputo poco tempo fa, e per me è stata una soddisfazione incredibile. Claudio ha capito perfettamente cosa è nelle mie corde riguardo alle interpretazioni, mi ha visto nel ruolo dell’amante una prima volta e qui, in un ruolo che non posso anticipare, ma che è comunque inerente alle mie esperienze di vita.

Hai mai paura che tutto quello che hai ottenuto fino ad ora possa svanire d’improvviso? No, non ho questa paura perché sono rimasto quello di sempre, non mi sento arrivato, faccio la vita di prima, anche una vita piuttosto defilata, e so che sembra quasi un paradosso. Non sono un tipo mondano, mi piace stare da solo, ricevo tantissimi inviti per eventi e feste, ma li declino quasi tutti. Questo cozza magari con la mia immagine di animatore, di protagonista delle serate nelle maggiori discoteche di Ibiza, come è avvenuto questa estate. Ma è il mio modo di essere. Anche i miei amici sono sempre quelli di sempre, non ho certezze, la vita di un artista è fatta di alti e bassi e abbino sempre a questa mia passione l’attività di decoratore.

Ho visto alcune tue foto splendide con l’attrice Chiara Basile Fasolo, protagonista di Squadra Mobile e adesso new entry di Braccialetti Rossi. Qualche progetto con lei in vista? In realtà era da tempo che avevamo pensato di fare un servizio fotografico insieme: Chiara ha una straordinaria passione per gli abiti d’epoca e per gli eventi in costume ed il contrasto fra il suo aspetto fiabesco e la mia figura da pirata, era perfetto. Poi, chissà, magari un giorno arriverà anche qualche progetto insieme. Intanto sono felice di aver collaborato con lei a questo servizio fotografico, Chiara è una straordinaria attrice, giovanissima, e che in Braccialetti Rossi confermerà il suo grande talento.

Ti immagini mai con una famiglia? È un pensiero che ti sfiora di tanto in tanto o lo eludi completamente? Sono realista: non mi ritengo una persona normale e, scusa il gioco di parole, credo sia normale che non abbia una famiglia. Le mie relazioni non hanno durata, spesso è colpa del lavoro, della gelosia. Ma forse c’è proprio qualcosa che in me non funziona, io credo che il mondo sia uno specchio e ognuno di noi ha quello che si merita. È una vita che non vado al cinema con una ragazza, solo per farti un esempio.

Ti va di provare ad indovinare il tema del prossimo Ravello Festival? Penso al Rispetto, al rispetto per gli altri e che si traduce in stop alla violenza, ad ogni tipo di violenza, non solo a quella sulle donne, ma in generale, anche quella contro gli animali, un tema che mi tocca tantissimo; siamo circondati da violenza, la tv ci propina violenza attraverso i tg. Ecco, il rispetto del prossimo, dell’altro, della vita, potrebbe essere un tema interessante per il vostro Festival.

Il consiglio che Massimiliano da più spesso a Massimiliano? È di ricordarmi sempre che noi siamo morti che camminano, che il tempo è labile, anche se ciò non mi spaventa affatto. Non è pessimismo, è realismo, non ho paura di non piacere, se qualcosa mi va male, ci sarà un’altra occasione. La vita, per come la conosco io, non mi spaventa.

Sono le ultime battute di questa intervista, continuata poi con tante informazioni in più che Massimiliano Rodi mi ha inoltrato in diverse tornate. Perché è nel suo stile sapersi raccontare come nessun altro, avere voglia di dire sempre qualcosa dopo il silenzio inevitabile e non per piaggeria, per vanto, per porsi su un piedistallo. Forse solo perché Massimiliano della vita conosce un po’ tutto: sole, tempeste, bonaccia e naufragi, e con il coraggio ed il savoir faire dei grandi condottieri, sa sempre quando è il momento di riempire le vele con il vento di una nuova meta.

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