maggio 17, 2014 | by Emilia Filocamo
“Non importa se sei un regista sconosciuto o James Cameron: una volta che la festa è finita devi tornare al lavoro sul set” parola di Justin McConnell

Fra tutte le persone incontrate nel corso della carriera, sebbene abbia solo 32 anni, Justin McConnell, giovane regista americano, avrebbe potuto ringraziarne molte e magari colpirmi nel corso dell’intervista, facendo  qualche nome altisonante, parlando di uno di quei vip irraggiungibili che balzano sempre perfetti, sorridenti e soddisfatti dalle copertine delle riviste di mezzo mondo. Certo avrebbe fatto più clamore, più scena e scatenato una ola invisibile di ammirazione. Ma Justin è appunto un ragazzo di 32 anni con le idee molto chiare ed un’unica agguerrita, furiosa passione, quella per il cinema. E a questo magma pulsante che gli scorre nelle vene, lui stesso citerà più volte “che ha il cinema nel sangue” si contrappone la sua immagine di ragazzo semplice che  nel corso di alcuni party esclusivi ad Hollywood a cui è stato invitato, si uno di quelli in cui fashion, bellezza e denaro sono i primi ad essere invitati, si è sentito totalmente fuori posto. Alla fatidica domanda delle persone famose incontrate e che hanno lasciato su di lui un segno decisivo ed indimenticabile, Justin fa un nome, Kevin Hutchinson, dicendo subito che non si tratta di una persona famosa. “ Non è un attore famoso, semplicemente il mio più caro amico ed è stato mio partner nella stesura delle sceneggiature per più di dieci anni. Insieme abbiamo creato uno stile di scrittura che ancora mi porto dietro ogni volta in cui inizio un lavoro. Nel 2012 purtroppo Kevin è morto, ma non smetterò mai di essergli grato non solo per il contributo che mi ha dato in termini non solo professionali, ma soprattutto umani. Non lo dimenticherò mai. Per quanto riguarda i personaggi famosi, non amo fare nomi, ma posso dire che ho avuto il privilegio di conoscere attori che ero solito ammirare al cinema, ed essere accettato al loro tavolo ad una cena o invitato alle loro feste, è stato incredibile, anche perché molti di loro sono estremamente umili e concreti, alla mano”.

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Sei giovanissimo e hai già diretto diversi film. Come hai iniziato? Ho cominciato a scuola, avevo all’incirca 15 anni, e mi piaceva realizzare video musicali o documentari per i progetti di classe. Amavo il cinema da sempre. In quel momento, questa sorta di “virus” mi ha letteralmente contagiato senza speranza di guarigione. Ho capito che volevo diventare un regista e ci ho provato in tutti i modi, prima con un cortometraggio, al liceo, intitolato “Strata”, poi sono passato alla post produzione e alle pubblicità. A venti anni lavoravo contemporaneamente a cortometraggi, video musicali e a concerti dal vivo. Nel frattempo nel 2008, avevo terminato il mio primo lungometraggio. In quel periodo avevo anche una quantità impressionante di sceneggiature a cui lavoravo con Kevin, di conseguenza mi sono trovato ad iniziare questo mestiere con un background di materiale imponente.

Chi ha appoggiato il tuo lavoro agli albori? Chi ti ha sostenuto? So che suonerà un po’ da superbo, ma sono stato io il mio primo fan. D’altronde se non si crede in se stessi ed in ciò che si fa fin dal primo momento, è difficile che qualcuno faccia lo stesso. Poi certo, avrei difficoltà a fare i nomi di tutti quelli che mi hanno incoraggiato e che hanno apprezzato il mio lavoro, anche perché sono diventati tantissimi nel corso degli anni. La verità è che il cinema mi è entrato nel sangue e non c’è nessun’altra occupazione che mi fornisca la stessa adrenalina e la stessa soddisfazione, anche se spesso mi chiedo a cosa mi porterà tutto ciò. Questo è un mestiere camaleontico, in continua evoluzione e quello a cui sono arrivato oggi non sarà identico domani e quindi so che dovrò adeguarmi. L’obiettivo di questo lavoro non è sopravvivere, ma migliorarsi, se non sarò al top delle mie possibilità, e di questo ne sono convinto, finirò per annegare, non ci si può fermare nel cinema, bisogna essere in costante evoluzione.

Tu sei produttore e regista, ma cosa pensi del passaggio spesso quasi obbligato che fanno molti attori, che appunto diventano registi? Nel mondo del cinema diverse occupazioni sono soggette ad un passaggio, ad una trasformazione. Gli editori dei film ad esempio, possono diventare registi perché hanno già in mente il profilo, i contorni precisi di quel determinato film, ancora prima che sia dato il segnale per il primo ciak. Detto questo, per quanto riguarda gli attori, la capacità di stare sul set diventa una condicio sine qua non per esporsi come registi: bisogna saper comunicare con gli attori per poter essere un regista valido, avere una visione totalitaria di ciò che si andrà a realizzare. Da attore hai un vantaggio perché sai esattamente come delineare e vivere quella determinata scena. L’esperienza mi dice che ciò che conta di più in un film è la performance, dunque un attore con grandi capacità interpretative potrà agilmente superare il salto dalla recitazione alla regia.

Esiste un modo per riconoscere un buon film da un film che non ha caratteristiche tali da renderlo incisivo? Per me un film eccellente è quello che non ti offre parametri per giudicarlo. Giudicare un film è un’operazione molto personale. In genere un film valido è quello che riesce a superare determinati confini e ha un linguaggio universale. Stesso discorso per un film di scarsa qualità che è tale da un punto di vista puramente soggettivo. Insomma non si può generalizzare, non è tutto bianco o nero.

In che modo un regista può rendersi indimenticabile? Fortunatamente non esiste un vademecum del buon regista ed è riduttivo rispondere che il regista di talento è quello che realizza un lavoro di grande valore, che resti nell’immaginario collettivo. Il regista di talento è quello che sfida il pubblico. Sfidarlo per me significa portarlo a riflettere, anche se in maniera anticonvenzionale. La parola d’ordine è “osare”, avere coraggio; far riflettere il pubblico anche usando immagini che non hanno nulla in comune con il concetto di riflessione, che so, attraverso un’esplosione sullo schermo. I grandi sono quelli che non temono di sacrificare una parte di pubblico o magari il gradimento generale in nome di un messaggio che abbia i contorni dell’universalità.

Quali sono i tuoi modelli come registi? Adoro il genere horror quindi, anche se un po’ banalmente, farò i nomi dei registi maggiori in questo genere: John Carpenter, Sam Raimi, Wes Craven, Spielberg, Tobe Hooper e Dario Argento. E poi ancora una serie di registi di grande talento anche se meno conosciuti come Henenlotter, Takashi Miike, Don Coscarelli, Jodorowsky, Takashi Kitano. Non sono solo un fan dell’horror, adoro anche i lavori ad esempio di Noah Baumbach che è quanto di più lontano possa esserci dal genere horror. Guardo i film e li studio da così tanto tempo che è meglio se mi fermo qui nella risposta, altrimenti dovrai ascoltarmi tutta la notte. Ride.

Il tuo primo lavoro? Quali sono state le tue emozioni al primo ciak? Il mio primo, primo lavoro? O il primo lavoro riconosciuto ed apprezzato? Ho sempre realizzato film con un budget limitato, sin da quando ero un adolescente. Il primo lavoro che ha riscosso attenzione è stato un cortometraggio del 2005 intitolato “Sleep Tight”, avevo già fatto tante altre cose prima, ma con questo lavoro utilizzavo davvero il linguaggio horror nei termini che volevo, mi è costato quasi zero, girammo nell’arco di un solo pomeriggio ma ancora adesso ne vado fiero e, considerando che si tratta di nove anni fa, posso affermare che dice tanto di me.

Hai mai pensato di lavorare in Italia? Ti incuriosisce il cinema del nostro Paese? L’Italia è una fucina di talenti, e ha dato indicazioni fondamentali al cinema mondiale, più di quanto si creda e più di quanto a volte si ammetta. Sarei banale nel dire che amo i vostri registi horror, da Argento a Bava, da Fulci ad Umberto Lenzi, che come molti registi americani adoro la musica dei Goblin. È certo che non esisterebbero tanti registi se non ci fossero stati dei grandi come Sergio Leone, Fellini, Pasolini o Bertolucci e questo non soltanto in Italia, ma anche nel resto del mondo.

Il cinema indipendente gode di grande successo in America, ma cosa ha in più del cinema diciamo così “ufficiale” e di cosa è mancante? Al cinema indipendente manca una caratteristica fondamentale: la capacità di rischiare. Troppo spesso ci si focalizza solo sulla necessità di dire e produrre una storia che apra le porte, che venda bene, e così si realizza l’ennesimo film di genere. Non ci si preoccupa di creare un prodotto nuovo, dirompente, che si imponga con coraggio. Di questa colpa mi sono macchiato io stesso: quando nel 2010 ho girato “The Collapsed” ho cercato di realizzare un prodotto che potesse muoversi nel mare magnum del mercato cinematografico, ma alla fine mi sono reso conto che stavo realizzando qualcosa che apparteneva ad un genere post apocalittico tanto in voga in quel momento e che poteva aprirmi mille strade, non ero concentrato sul mio modo di vedere la storia, sulla sfida. Adesso sono molto più interessato alla storia, al modo in cui verrà realizzata e non mi importa di impiegare anche tanto tempo nello scrivere una sceneggiatura. Ad esempio “The Collapsed” fu scritto in sole 3 settimane e dalla stesura andò direttamente al casting, in velocità. Impiegò solo 4 mesi invece, per passare dal mio pc all’editing e questo è un periodo davvero troppo breve. I film che sono destinati ad avere successo sono quelli che impiegano più tempo per trovare la propria strada, e poi bisogna sempre tener presente quando si realizza un film, il pubblico, l’audience a cui ci si rivolge, altrimenti non si andrà da nessuna parte.

The Collapsed – trailer

Se potessi tornare indietro nel tempo ed essere regista di un film di successo del passato, quale sceglieresti e perché? No, ti prego, assolutamente non vorrei avere questa opportunità. Se un film del passato ha avuto successo è perché il team era perfetto, un meccanismo calibrato fino al millimetro e davvero non vedo come potrei inserirmi in tanta perfezione. E poi c’è un altro fattore importante: un film ha avuto successo in passato proprio perché era inserito in quel contesto storico e sociale, in quelle determinate condizioni. Ogni intervento da “ritorno al futuro” sarebbe un tentativo di snaturarlo e rovinarlo.

Il genere di film a cui preferisci lavorare? Horror sarebbe la risposta più prevedibile e scontata. Ma in verità devo ammettere che andando avanti nella carriera, ho scoperto la bellezza del dramma e ti dirò che mi incuriosisce la commedia, non a caso il mio prossimo film è un blend di horror, azione e commedia.

Come si può salvare il cinema dalla crisi e dagli altri problemi che inevitabilmente stanno intaccando anche questa realtà? Non sono sicuro che il cinema possa essere salvato. Il cinema come ho già detto in precedenza, è una creatura capricciosa e cangiante e lo stesso cinema dell’800, quello puro, ha subito cambiamenti ed innovazioni che andavano di pari passo con il mutare dei gusti e delle innovazioni tecnologiche. Pur essendo io stesso un grande fan del cinema puro, avendo 32 anni, non sono cieco davanti al fatto che tante cose andranno perdute in nome di un’ulteriore rivoluzione.

Qual è la parte oscura di Hollywood e del mondo del cinema? La parte oscura è sicuramente il fatto che tutta la bellezza, la potenza sono soltanto illusioni. Certo ci sono i party, bellissime donne ben vestite e soldi a palate ma una volta che la festa è finita, sia che tu sia James Cameron o uno sconosciuto che gira film indipendenti, devi metterti a lavoro e non perdere tempo, alzarti e tornare sul set. La parte oscura è la droga, ma questa purtroppo spesso va di pari passo con l’essere eccezionalmente creativi. La verità è che bisogna essere un po’ narcisisti e folli per fare questo mestiere, devi anche renderti conto subito che anni di lavoro potrebbero non servirti a niente perché il business tende a schiacciarti e quelli che riescono a sopravvivere, sono quelli che si rendono subito conto di questa dura realtà. Non è tutto glamour, quella è soltanto un’illusione.

Qual è stata la parte più difficile del tuo lavoro e quale quella più leggera e gratificante? La parte più complessa è stata sopravvivere, per dirla in termini bruschi, mettere il piatto in tavola e, al contempo, non perdere mai il fluido di ispirazione tale da spingerti ad andare avanti e a non arrenderti: è estremamente frustrante aspettare i tempi, spesso biblici, della messa in produzione. La parte migliore, appunto, è andare in produzione dopo aver scritto la sceneggiatura ed aver fatto il casting, non importa quali siano i risultati. Una volta che sono sul set, tutta la fatica ed il sacrificio, trovano una loro splendida spiegazione.

Che ne pensi del grande successo che sta riscuotendo il genere fantasy? Non posso che essere felice di questo, visto che ci sono dentro totalmente fin dal 2008: basti pensare che il mio film di quell’anno, “The Eternal”, è una visione tutta originale del leitmotiv vampiresco, anche se adesso direi che il genere è saturo e bisognerebbe indirizzarsi verso altri mostri. Il fatto che le persone amino l’horror e il fantasy in maniera spasmodica è sicuramente dovuto anche ad una necessità psicologica di dover esorcizzare le peggiori paure. A volte definisco l’horror un outlet dove possiamo comprare a buon prezzo le paure che ci terrorizzano di più nel quotidiano e quindi, in un certo senso, vincerle.

A chi senti di dire grazie oggi? Ai miei genitori, senza i quali oggi non sarei qui e non sarei la persona che sono. Ragazzi, ricordatelo sempre, la famiglia conta!

Cosa pensi prima di andare a dormire? In genere penso al modo in cui è andata la giornata o agli impegni che mi aspettano per il giorno seguente. Ma la domanda giusta che dovresti fare ad un regista di horror è cosa pensi quando ti svegli? Ed io ti risponderei “è stato solo un incubo!”.

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