ottobre 16, 2014 | by Emilia Filocamo
Oggi il Festival del Cinema di Roma apre con un suo film: Giulio Base si racconta, fra Gassman e Terence Hill

Il primo contatto con l’attore e regista Giulio Base, che non credo abbia bisogno di eccessivi preamboli esplicativi in quanto a carriera, curriculum e lavori, avviene casualmente e, soprattutto, con la mia disincantata, quasi arrendevole e rassegnata speranza di poter suscitare interesse ed ottenere un riscontro. In un pomeriggio di mille curiosità, inoltro la sequela delle mie domande e, a sorpresa, ricevo tutto quello di cui ho bisogno in poco tempo. E’ così che scopro passione ed esordi, incontri folgoranti ed emblematici di Giulio Base e, soprattutto, vedo attraverso i suoi occhi il mondo del cinema e della fiction lasciandomi trasportare dall’instancabilità del suo progettare, sebbene i suoi progetti, chiusi a chiave da un simpatico “no”, restino volutamente un segreto.

Potrebbe parlarci del film Mio Papà che sarà presentato all’apertura del Festival del Cinema di Roma il 16 Ottobre e che ha scritto in collaborazione con Pasotti. Come nasce questo progetto? «È una storia di grande affetto fra un padre è un figlio non tali di sangue. L’idea è di Giorgio Pasotti, me ne sono innamorato subito».

Lei è un regista molto noto, ma è anche un attore. Come è avvenuto il suo passaggio dietro la macchina da presa? Crede che sia un’evoluzione naturale o quasi scontata per un attore passare alla regia? «Per me è avvenuto in modo naturale, ma non credo sia scontato proprio per tutti».

Ci può raccontare brevemente i suoi esordi? E’ figlio d’arte oppure il cinema era una passione tutta sua? «Vengo da una famiglia modesta e meravigliosa che non ha nulla a che fare con lo spettacolo. Invece io son venuto su con questo sogno».

Fra le sue esperienze professionali ce ne sono tante di spicco e particolarmente importanti. Le chiedo di due in particolar modo: quando  ha diretto il grande Gassman e poi  del suo rapporto con Terence Hill nella fiction record di ascolti, Don Matteo. «Dirigere Gassman è stato il coronamento di un ragazzo, io, che avevo un idolo, Vittorio Gassman. Mio figlio si chiama così in suo onore. Con Terence ho un rapporto più amichevole, direi fraterno, ma altrettanto forte ed affettuoso».

La fiction, specie negli ultimi anni, sta riscuotendo risultati lusinghieri. Come spiega e giudica questo fenomeno? Qual è il punto di forza della fiction italiana e, da addetto ai lavori,  qual è l’indizio che le suggerisce che una determinata fiction è destinata al successo? «Abbiamo cominciato a farla con continuità e con giudizio, i due ingredienti necessari per migliorare».

L’incontro che, professionalmente, l’ha segnata? «Oltre a Vittorio e Terence che ho citato, mi ha insegnato tanto dirigere Omar Sharif».

So che non si fanno preferenze, ma c’è stato un giorno sul set più bello di tutti gli altri? Insomma un giorno proprio indimenticabile? «Il prossimo».

Ci può parlare dei suoi prossimi progetti? «No» (ride).

C’è qualcosa che non ha ancora realizzato, non so un soggetto, un prodotto, e che rimane un po’ il suo sogno nel cassetto? «Ho il cassetto che strabocca sogni, non mi basterebbero dieci vite per realizzarli tutti».

Se non fosse diventato regista, sarebbe stato? «Agente di viaggio».

La sua fiction preferita d’Oltreoceano? Un prodotto, fra i tanti proposti, che proprio l’ha conquistata? «Entourage e Gossip Girl».

A chi vorrebbe dire grazie oggi? «A voi che mi avete fatto pensare a tante cose belle della mia vita».

Il suo primo pensiero al mattino? «Che ora è?».

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