giugno 6, 2015 | by Emilia Filocamo
“Oggi riuscire a fare un buon film è come compiere un miracolo”. A tu per tu con il regista e sceneggiatore Stefano Pratesi, da Carabinieri ad un documentario sulla Seconda Guerra Mondiale

La passione è qualcosa che non conosce sosta, resta identica a se stessa, immutabile ed ostinata. Se inciampa, se si imbatte in un ostacolo, tergiversa magari un istante, ciondola, traballa, riporta lividi, abrasioni, ma si rialza, reagisce. Combatte tenace, instancabile. La passione, mista e condita da quel pizzico di follia che la rende leggera, capace di librarsi ed allontanarsi da ogni umana, logica e possibile rassegnazione, è un’insistenza ma non sciocca, ingenua, illusa. È l’insistenza di chi sa di avere qualcosa e di doverlo dire, nonostante le difficoltà, le delusioni, i problemi. L’intervista allo sceneggiatore, regista ed acting coach Stefano Pratesi è la cartina tornasole di questa sana ostinazione, usando un ossimoro. Le difficoltà agitate sin dalle prime battute dell’intervista sul portare avanti in Italia i propri progetti, sembrano esplodere, nel momento in cui vengono elencate, dal guscio della loro impossibilità e difficoltà per poi essere rimpinguate di nuove speranze e progetti. L’amore di Stefano Pratesi per ciò che fa è un innesco, l’innesco di una detonazione che, nonostante i problemi, riesce a farsi sentire lontano. Come una eco di fuoco.

A cosa stai lavorando in questo momento? Per lo più sono focalizzato su cose da montare. In Italia, purtroppo, non è facile inseguire un sogno e realizzarlo. Sto lavorando ad un documentario internazionale, adatto sia al cinema che alla tv che racconta le prime e le ultime sei settimane che anticipano l’entrata in guerra dell’Italia durante la seconda guerra mondiale. Il senso di questo documentario è ovviamente insinuare il dubbio sulla legittimità della guerra. Il progetto più prossimo è poi una fiction, da girare ad Abu Dhabi e che interesserà il mercato estero e poi sto lavorando su cortometraggi vari.

Ci parli della tua esperienza nella serie di successo Carabinieri? Beh lì tutto è nato per caso, dovevo sostituire una mia amica che era impegnata in un film, il mio ingresso è avvenuto esattamente nella quinta serie e sono rimasto per ben 4 mesi a Città Della Pieve. Ero acting coach. Poi sono entrato anche nella sesta serie e come sceneggiatore ho scritto un episodio della settima.

Sceneggiatore, acting coach, regista, ma cosa ami davvero fare? In quale ruolo ti senti davvero a tuo agio? In realtà io nasco come produttore di pubblicità, come produttore esecutivo, poi ho deciso di scrivere e di dedicarmi alla regia.

Per passione, ovviamente. Direi più per follia, perché mi sono trovato a dover cominciare praticamente tutto daccapo.

Stefano Pratesi ha dei rimpianti? Cosa cambieresti del tuo percorso? Rifarei tutto nello stesso modo ma forse avrei dovuto cominciare a guardare prima oltre confine, a guardare all’estero. Ormai si lavora male anche in Europa, forse solo in Inghilterra si da importanza al talento e alla meritocrazia.

Che tipo di spettatore sei? In tv non riesco a vedere quasi nulla, avendola fatta ho un giudizio abbastanza critico e spassionato. Il livello si è abbassato in modo spaventoso, con conseguenze disastrose. Al cinema, invece, vado con piacere, ho visto uno splendido Garrone, direi che ha davvero realizzato l’impossibile, portare sul grande schermo una favola. Sicuramente una bella storia aiuta, ma se non si ha un lato produttivo forte non si raggiunge nulla di concreto. Oggi girare un film è praticamente come compiere un miracolo.

Nonostante tutto, hai ancora voglia di sognare? E qual è il tuo sogno nel cassetto? Ho un paio di film pronti, già scritti, sono praticamente pronti per essere girati ma ovviamente c’è bisogno di sostegno, da soli non si può fare tutto. Il mio sogno più grande è fare del buon cinema, discreto, anche senza grandi finanziamenti. Si possono fare belle cose anche senza costi elevatissimi.  

Non ne sono sicura al cento per cento, ma una vocina mi dice che Stefano Pratesi non rientra nella categoria di coloro che sono inclini ad arrendersi: ho questa immagine che mi accompagna mentre ci salutiamo, lui che torna al suo lavoro, pronto a crederci ancora, pronto a raccontare un’altra storia con il desiderio di dimostrare che la passione resiste, cova come tutte le cose destinate poi ad esplodere con fragore.

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