ottobre 23, 2014 | by Emilia Filocamo
«Ogni giorno deve iniziare con la convinzione che imparerò qualcosa di nuovo». A tu per tu con l’attore Lino Guanciale, il Guido di “Che dio ci aiuti 3”

Il talento forse è semplicità, o meglio dovrebbe fare rima con semplicità. A suggerirmelo è Lino Guanciale, attore sicuramente noto per la presenza in fiction di grande successo, da Una Grande famiglia a Che Dio ci aiuti. Lino   ci ha abituato e con grande simpatia al suo volto perfetto, pulito e sereno che sbuca dagli schermi ormai ogni giovedì, accanto a quello vulcanico di Francesca Chillemi e al Deus Ex machina Elena Sofia Ricci, è felice di raccontarsi a Ravello Magazine e lo fa con una disponibilità disarmante e che mi lascia sorpresa. Nonostante gli impegni, la necessità di combattere a tempo di record un malanno di stagione per poter girare le ultime puntate di Che Dio ci aiuti 3, si concede in poco tempo alle mie domande. Ecco, dimenticavo: il talento è anche questo: puntualità, precisione, e passione.

La prima cosa che vorrei chiederti è come sei arrivato a Che Dio ci aiuti, fiction di grande successo. Ci racconti come è nata questa splendida esperienza? «Cercavano un nuovo protagonista maschile, per la seconda serie. Volevano qualcuno che fosse convincente per la nuova linea di questa commedia sentimentale. Ero reduce dai buoni riscontri della prima serie di “Una grande famiglia”, così mi hanno fatto fare il provino, ed è andata bene».

Come sono i rapporti con il resto del cast? C’è stata una sintonia particolare, in termini professionali, con qualcuno dei protagonisti? «I rapporti sono bellissimi: sul set è come stare a casa, i miei colleghi, da Elena Sofia a Francesca Chillemi, da Miriam Dalmazio a Laura Glavan, sono persone che fanno parte della mia vita, ormai, non più semplici colleghi. Poi, ecco… quando giriamo le scene tra Suor Angela e Guido, o quelle con Azzurra, sono numerose le volte in cui bisogna interrompersi perché ci viene tanto da ridere».

Da addetto ai lavori, come spieghi il grande successo che fiction come Don Matteo e appunto Che Dio Ci aiuti stanno riscuotendo specie negli ultimi anni? Cosa hanno questi prodotti in più rispetto ad altri per convincere lo spettatore? «Credo che le persone accolgano con favore quei prodotti che entrano in casa loro, nei loro focolari, in punta di piedi. Quelli in cui è possibile riconoscere parti della propria vita. Poi chiaramente un buon mercato televisivo ha bisogno anche di prodotti più “duri”, e anche qui in Italia stiamo diventando bravi a costruirne, basti pensare al successo di “Gomorra”, ad esempio».

Una caratteristica che invidi al tuo personaggio in Che Dio Ci aiuti e una cosa che proprio non sopporti di lui? «Invidio la “cattiveria chirurgica” con cui Guido tratta le persone che non gli vanno a genio. Io tendenzialmente mi chiudo in un timido silenzio con quelli che non sopporto e mi sta antipatica la sua timidezza, ma so il motivo: è la mia».

Come nasce il tuo amore per la recitazione? Sei figlio d’arte oppure hai intrapreso tu per primo questa carriera? «Sono figlio di un medico e di un’insegnante, nessuno prima di me, nella mia famiglia, ha praticato un strada “artistica”… Fin da bambino sono stato attratto dal cinema e dal palcoscenico, dai libri. Ho sempre concepito la cultura in generale come il mio ambiente d’elezione. Merito, o colpa, dei miei genitori: sono cresciuto tra librerie molto ben fornite».

C’è stato un incontro che, professionalmente, ti ha cambiato la vita segnandola in positivo? «Tanti. Con Claudio Longhi, il regista con cui lavoro da dieci anni a teatro e che è il mio compagno di strada e di mille battaglie artistiche e culturali! E poi Edoardo Sanguineti. Un poeta straordinario, di cui sono onorato di essere stato amico: un vero modello per me. Marisa Fabbri, attrice leggendaria e mia docente all’Accademia Silvio D’Amico. Infine Pino Passalacqua, altro mio insegnante d’Accademia, il primo uomo che ho chiamato Maestro e che mi manca terribilmente».

Hai fatto ovviamente anche cinema e teatro. C’è un giorno in particolare che ti è rimasto nel cuore? Uno che proprio non riesci a dimenticare? «Cinema e teatro sono una costante, anzi si può dire che il teatro sia la mia vita. Non credo che dimenticherò mai il primo spettacolo della mia vita, in quinta superiore, al liceo, quando ho realizzato che la mia vita avrebbe potuto prendere una piega imprevedibile».

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? «Di quelle cose che al cinema e in tv sono al momento solo ipotetiche non parlo per scaramanzia! Di sicuro c’è che con l’anno nuovo andrà in onda “La dama Velata”, una serie televisiva in costume di cui sono protagonista assieme a Miriam Leone. Quanto al teatro, ho in progetto un nuovo spettacolo con il regista con cui collaboro con successo da più di dieci anni, Claudio Longhi. Uno spettacolo sugli anni della Grande Guerra: crediamo molto nella possibilità del teatro di mostrare i punti di contatto e le differenze tra quel fatale e drammatico periodo storico e i nostri giorni. Andremo in scena a Modena a fine 2015, e poi chissà…».

Se non fossi diventato un attore oggi saresti? «Neuropsichiatra infantile: senza dubbio».

Il tuo personaggio vive una storia d’amore bella ma complessa con una effervescente ragazza, la Chillemi. Nella tua vita privata cosa cerchi in una compagna e quali sono le cose da cui fuggi via e che proprio non sopporti? «Cerco sempre persone che amino le cose che amo io, e che poi possano insegnarmi ad amare anche altro. Finora ho avuto fortuna, devo ammetterlo: ho vissuto, e vivo, amori straordinari sotto ogni punto di vista. Quanto a quello che non sopporto, è presto detto: la pigrizia! Negli affetti, come in tutto, bisogna essere inventivi e generosi».

A chi vorresti dire grazie oggi? «Ai miei genitori, e in particolare a mio padre per come ha saputo darmi fiducia nel momento in cui gli ho dato la più grande delusione, quando gli ho detto che non avrei fatto il suo mestiere, il medico. Mi ha detto subito, dal primo momento, che non avrebbe smesso di credere in me, e che dovevo sentirmi libero di provare a sognare la mia vita come la volevo io».

Sei credente? E qual è il tuo rapporto con la fede? «Prendo il rapporto con Dio molto sul serio, ed è per questo che sono molto chiaro nel dire che non sono credente, almeno in questo momento della mia vita. Lo sono stato, e vengo da una famiglia in cui i valori cristiano-cattolici vengono praticati con grande coerenza nella quotidianità, fuori da ogni fanatismo. I miei hanno una fede che comunica la sua forza con l’esempio, senza costrizioni: devo loro il più grande insegnamento della mia vita. L’amore vero rispetta la libertà di coscienza. Ho grande rispetto e un po’di sincera invidia per chi ha fede: è un dono meraviglioso».

Il tuo primo pensiero al mattino? «Leggere almeno una pagina di un libro: ogni giorno deve iniziare con la convinzione che imparerò qualcosa di nuovo».

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