settembre 9, 2016 | by Emilia Filocamo
Panorama d’Italia a Ravello

Il ritardo non è una mia prerogativa. La puntualità piuttosto. Eppure per la prima volta lo sono e so di aver perso, causa questa debolezza che non mi appartiene di certo, parole, possibilità, vicende, intrecci. Cose di vita, si direbbe, nella normalità, nella logica e fisiologica degli accadimenti quotidiani. E’ una sera strana a Ravello, se ne accorgono tutti; la regina estate è improvvisamente, forse anche un po’ troppo prematuramente, passata sotto la ghigliottina di un vento che ha la faccia di ottobre e la potenza della stagione che verrà. “Sembra così lontano il festival, come se fosse passato chissà quanto tempo”, non sono io a dirlo ad alta voce mentre aspettiamo di entrare nella sala auditorium di Villa Rufolo dove si terrà il secondo incontro, successivo a quello con Diego De Silva. Non sono io a dirlo, ma la sensazione di fine senza possibilità di smentita, appartiene anche a me. Eppure non è passato molto in verità, solo la coda di agosto, avvizzitasi con i primi temporali freschi e con le mani dell’ultimo direttore d’orchestra. So che dovrei a questo punto raccontare un incontro, un incontro d’autore, quello al quale ho partecipato, seppure arrivando in ritardo, quello in cui Alfonso Signorini ha raccontato il suo libro “Fryderyck e George, storia di due anime” dedicato a Chopin e al suo straordinario e tormentato rapporto con George Sand, una presentazione accompagnata, fra l’altro, dalla straordinaria performance della pianista toscana Marianna Tongiorgi ma, alla fine, come spesso mi succede, mi bastano poche parole, per estraniarmi e guardarmi dentro. E’ una dinamica di sentimenti, di sofferenze e di paure quella che viene sciorinata da Signorini raccontando il suo Chopin: avendo studiato musica per un tempo che non mi è sembrato sufficiente o, meglio, sufficientemente ampio e sfruttato per fare di me una vera musicista, ancora con questo nervo scoperto dovuto all’abbandono e alla scelta di altre strade, avverto un brivido piacevole quando si parla di tonalità preferite dall’autore, di bemolle, e di quella costruzione fatta di abbellimenti, dalle appoggiature ai trilli, che tanto mi sono distanti, eppure familiari. E poi il tormento di Chopin, quella strana mania di essere perdutamente imperfetti che ammala solo i geni, l’architettura di una composizione musicale che si fracassa sotto i colpi dell’incertezza, del poter “scrivere e fare di meglio”. Mozart, viene sottolineato durante l’incontro, era capace di scrivere perfettamente un’opera perfetta dall’inizio alla fine senza correggere una sola nota, una sola battuta la straordinaria forza prolifica del suo genio, non ammetteva, forse, paletti correttivi, sovrastrutture del ripensamento, ostacoli dell’incertezza o del migliorabile. Per Chopin non era così. Passava attraverso un inferno fatto di riscritture, di ripensamenti, una malattia nella composizione come nel fisico: provato, ipocondriaco, bisognoso di buio più che di luce. E quello straordinario paragone fatto ad un certo punto con il Leopardi mi ha dato i brividi, proprio qualche minuto prima che le Tongiorgi eseguisse al pianoforte uno dei più bei notturni di Chopin. Leopardi, proprio come Chopin, correggeva tanto quando scriveva e prima di arrivare allo spleen della composizione giusta, perfetta, attraversava un vero e proprio inferno. Una sofferenza che Chopin palesava anche nell’amore/odio che nutriva verso tutto ciò che componeva, verso le proprie opere, una forma di felicità di procreazione affiancata, superbo ossimoro, da una volontà di aborto / rigetto; un amore/ repulsione di grande impatto emozionale, dall’indicibile sofferenza. Dovrei scrivere di un incontro, puntellare queste parole di dettagli forse più precisi, quelli che magari dovrebbero seguire alla commovente interpretazione di Lucean le stelle eseguita dallo straordinario tenore Fabio Armiliato, ma, come sempre, mi soffermo su quello che mi scava dentro e mi lascia richiami, aneddoti, suggestioni, sensazioni. Palesi e forti come il vento di ieri, 8 settembre. Chopin aveva paura di essere sepolto vivo, per questo chiese, una volta morto, che il cuore gli fosse asportato, una tetra prova del nove a posteriori. Mi hanno atterrito quel pensiero, quella volontà, e quel macabro coraggio di decidere cosa asportare nel momento in cui tutto è asportato verso le tenebre. Ma è anche, metaforicamente, da quello straordinario nodo di sangue, irrorazioni, tempistiche e valvole che arrivano i sentimenti, così come la vita. Mi porto dentro queste immagini, le note, la dama dei tasti del pianoforte, il ricordo di una donna libera quale George Sand che tanta parte ebbe nella vita di Chopin, i notturni e la voglia di notte di Chopin, giocando sui termini. Il vento non è mai calmato: fuori le palme così come i sedili di pietra che sembrano stazioni nelle vene di Villa Rufolo, sono passati da un accenno di tramontana che ci ricorda verso quale direzione stiamo andando. Dopo di noi, toccherà al cinema, ad una straordinaria e bellissima Cristina Donadio, grande interprete in Gomorra. Alcuni hanno già fatto le foto con lei, sorridente e rassicurante dal suo taglio di capelli corto e chiaro. Io mi porto dentro un po’ di note e quanto detto da Signorini a proposito di Chopin e della sua straordinaria sensibilità. Quella benedetta dote malefica che rende spugne e rende cristalli: pronti a sentire il bene ed il male del mondo, ad innamorarsi follemente ed a votarsi al tormento, ad odiarsi, farsi del male cercando disperatamente la felicità ed il riscatto a qualcosa che si ha dentro e che sembra non avere soluzione, espiazione, perdono. Il viale di Villa Rufolo ha già indossato per certi versi l’autunno: ogni cosa qui dentro è magia, le anime evocate con le note, con un incontro di parola, dalle partiture dei primi violini e dei fiati, dagli ottoni e dai corni/ richiamo da caccia, dalle arpe, dalle mani, ci stanno intorno e non ci lasciano facilmente. Questa poteva e doveva essere la descrizione di un incontro di parola, di un incontro d’autore. Ma non mi bastava: mentre la sera porta via i primi giorni di settembre, c’è qualcosa che fa di questo luogo, di Villa Rufolo, una piramide, un santuario e tutto quello che vi passa, la sfiora, o vi sosta per un momento più lungo dell’istante, è destinato all’immortalità. (foto in evidenza di Pino Izzo)

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