dicembre 15, 2014 | by Emilia Filocamo
Paolo Genovese, il regista di Immaturi e di Tutta Colpa di Freud anticipa la nuova commedia: Sei mai stata sulla Luna

Sono appena le 14.30: la voce di Paolo Genovese, sceneggiatore e regista, il cui nome è legato alle commedie di maggiore successo degli ultimi anni, da Immaturi ed Immaturi-il viaggio a Tutta colpa di Freud, solo per citarne alcune, arriva un po’ ferrosa, altalenante e distante. Il sottofondo che, intuisco, deve essere di fine pausa pranzo, di rientro negli uffici o di genitori che vanno a recuperare i figli a scuola, mi viene confermato dalle sue parole. Paolo Genovese è in motorino ma, come prevedibile, i tempi ristretti e gli impegni da cui è travolto, non permettono di trovare un altro momento opportuno per parlargli e devo sfruttare dunque l’occasione, assolutamente speciale ed unica. Il rumore metallico che imputo al suo sfrecciare nel traffico romano, è in realtà generato dal mio Iphone, un gracchiare fastidioso di cui il regista stesso si accorgerà e per cui chiederò scusa più di una volta. Paolo Genovese accoglie le mie domande con grande garbo e disponibilità e sono felice di conoscere tanto più di lui e di “accompagnarlo” metaforicamente nel suo percorso cittadino sulle due ruote.

Paolo, parliamo del tuo nuovo film, Sei mai stata sulla Luna: come è nata l’idea e la trama di questa commedia? Il film uscirà il 22 gennaio, ed è una commedia con cui mi cimento per la prima volta, trattandosi di una storia quasi favolistica. Una donna molto bella e di successo, si innamora di un contadino e altera e stravolge la vita del paesino in cui si trasferisce. Mi è stato proprio chiesto di scrivere una storia che mettesse in luce e focalizzasse l’attenzione sul contrasto fra due stili di vita completamente diversi, quello appunto cittadino e quello contadino, ma senza prendere una posizione o giudicare l’uno o l’altro, semplicemente analizzando cosa comporti il cozzare di queste due realtà ed il corto circuito generato di conseguenza. Inoltre sono assolutamente onorato, di avere in questo film un cast di tutto rispetto che va da Raoul Bova a Liz Solari, da Sabrina Impacciatore a Neri Marcorè, da Sergio Rubini a Dino Abbrescia e Giulia Michelini, solo per citarne alcuni.

Le tue commedie sono reduci da successi notevoli al botteghino: esiste una sorta di formula, di regola per il successo? Oppure è un’intuizione quella che ti guida a scegliere una storia, a scrivere una storia che poi è destinata a convincere il pubblico? Assolutamente non esiste una regola, magari! Se così fosse, non vivrei con tutta questa ansia l’uscita di un nuovo film. Io credo piuttosto che esista un modo per raccontare una storia che può avere un certo appeal sugli spettatori e convincere ed attrarre dunque più persone. In genere il fil rouge che cerco nelle commedie, accanto al divertimento, è l’emozione, anzi posso dirti che quando scrivo, per me viene prima l’emozione e poi il divertimento. È una commistione di stati d’animo e mi piace trovarla quando vado al cinema, la commedia inoltre deve consentire di identificarsi nella realtà descritta. Ecco, credo che la linea di demarcazione fra commedia e cinema comico sia proprio questa: il cinema comico, pensiamo ai cinepanettoni, ha lo scopo di far divertire, ha quella finalità e la finzione è assolutamente palese, la commedia, invece, può farti gioire e soffrire, ti lega ai personaggi ed è sicuramente più credibile per le situazioni narrate.

Come mai hai scelto di fare il regista? Cosa ti ha spinto? In famiglia avevi dei precedenti? No, non sono figlio d’arte, mio padre lavorava per un’azienda petrolifera e mia madre era una casalinga. Ma mi è sempre piaciuto raccontare storie; come è stato scritto, chi fa cinema ha la possibilità di frugare all’infinito nella propria infanzia e di rivivere e trasformare la realtà come più gli piace. Ecco, noi registi, viviamo una sorta di vita parallela, quella inventata affianca la reale e forse tendiamo proprio a riscrivere con il nostro lavoro la realtà nel modo che più ci piace.

Un giorno o un incontro che ti sono rimasti nel cuore? Direi 20 anni fa quando mi ritrovai sul set con Mario Monicelli per girare uno spot, allora mi occupavo di pubblicità. Monicelli era il regista. Sono stato con lui sul set 3 giorni e guardarlo lavorare è stato fondamentale. Ricordo che un giorno, durante le riprese, il cliente che aveva commissionato lo spot, vedendo ripetere sempre la stessa scena, gli disse “Per me va bene così, è inutile ripetere ancora” Monicelli rispose “Va bene a lei, ma non a me, e se non va bene a me non deve andare bene a nessuno”. Direi che questa frase è emblematica perché fa capire che non bisogna mai accontentarsi, ma puntare sempre in alto e non fermarsi mai.

Un film che non hai ancora diretto e che ti piacerebbe fare nei prossimi anni? In realtà non c’è un film che vorrei ancora fare, posso dire di essere stato molto fortunato. Piuttosto ciò che mi auguro è di non deludere il pubblico, sento il peso e la responsabilità degli spettatori e non mi perdonerei di disattendere le loro aspettative. È inutile dire che noi registi facciamo il cinema innanzitutto per noi stessi, poi lo facciamo per il pubblico, è così.

Paolo Genovese ha mai dei rimpianti? Magari per un’occasione persa? Più che avere rimpianti per qualcosa che non ho fatto, direi che ho un solo rimpianto, quello di aver fatto un film che adesso non rifarei affatto. Ripeto, mi sento davvero una persona fortunata, faccio un mestiere difficile e ho avuto la fortuna appunto di fare quello che sognavo a venti anni.

Cosa ti aspetta dopo Sei mai stata sulla luna? Dopo l’uscita del film il 22 gennaio, ci sarà un altro film per il cinema, la prossima estate: ho scritto già il soggetto e scriverò la sceneggiatura con altre tre persone, sarà ambientato su un’isola del Mediterraneo. E poi Immaturi diventerà una serie per Canale 5.

Conosci il Ravello Festival e cosa ne pensi di una realtà che si occupa di musica ed eventi e di cui si è appena conclusa la 62esima edizione? Non sono mai stato al Ravello Festival ma posso solo pensare più che bene delle persone che portano avanti la cultura nel nostro Paese, dove una cultura di stato non esiste. Penso ai problemi, dai finanziamenti a tutti gli altri ostacoli e stimo profondamente chi fa da se’ pur di promuovere questo tipo di progetti.

Vuoi dire grazie a qualcuno? Sicuramente ci sono tante persone che potrei ringraziare, tuttavia, e   non vorrei sembrare presuntuoso, voglio ringraziare me stesso perché non ho mai avuto botte di fortuna, spinte ed aiuti. Ho mollato una laurea in Economia ed un posto di lavoro sicuro e ben retribuito in un’azienda americana per fare ciò che amavo, per fare cinema. Non essendo figlio d’arte, ho faticato tanto, senza arrendermi e facendo un passo alla volta. Quindi, si, ringrazio me stesso.

Il tuo augurio al cinema italiano? Gli auguro di rimanere in salute, sono convinto che andrebbe solo supportato molto di più dalle istituzioni ed aiutato.

Sul finale comunico a Paolo Genovese che ho bisogno delle sue foto per completare il pezzo, non voglio pressarlo perché posso intuire la mole di impegni a cui è soggetto un regista di successo. Ma lui mi invita gentilmente a fare il contrario ed a ricordarglielo. L’intervista si chiude così fra un motorino che porta in giro per Roma un uomo di successo, ma assolutamente semplice ed il mio Iphone che, finalmente, quando non ce ne era ormai più bisogno, ha smesso di gracchiare.

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