settembre 15, 2014 | by Emilia Filocamo
Paolo Mazzarelli sprona il cinema italiano: «Auguro di tornare dove merita, basta crederci»

Una delle prime cose che Paolo Mazzarelli, volto noto del cinema, della tv e del teatro mi chiede è che  le sue risposte non vengano assolutamente ritoccate da qualsiasi mio intervento, pruriginosa “chirurgia” subita dalle sue parole   in occasione di altre interviste. Dopo averlo rassicurato sul fatto che non interverrò in alcun modo, sarei tentata di aggiungere quanto mi sia rimasto praticamente addosso come un’incisione, il suo ruolo di “ cattivo” nel film per la tv l’Assalto, di Ricky Tognazzi. Così parto proprio da lì, oltre che dalla sua piccola partecipazione al film premio Oscar La Grande Bellezza di Sorrentino, per scoprire un uomo di grande umiltà, oltre che di grande magnetismo e bellezza, che fa i conti con la realtà e che non si definisce mai arrivato.

Signor Mazzarelli, le chiedo subito di due esperienze diversissime, credo, ed importanti, la prima, ovviamente, sul set del film vincitore dell’Oscar, la Grande Bellezza, e poi su un film di denuncia, che ho guardato con grande piacere, l’Assalto di Ricky Tognazzi. Ecco, volevo sapere che tipo di atmosfera c’era nei due casi e che cosa ti hanno lasciato queste due esperienze così emblematiche. «Sul set de La grande bellezza ci sono stato solo tre giorni, dei quali solo uno ho girato. Che posso dire? La mia partecipazione è stata talmente minima che non posso neanche dire di aver davvero fatto parte del film. E’ stato, come si dice oggi, un cameo (che è un modo che fa più figo di dire che si è fatta una comparsata). Però è un cameo che apre il film che ha vinto l’Oscar! Quindi, non male! L’ho fatto con gioia e divertimento, ho sbirciato un contesto in cui il talento immenso del regista e di tutti quelli che lo circondavano si sbizzarrivano giocosamente e gioiosamente. Si girava la scena delle festa, la prima e forse la più bella di tutto il film. Ricordo la sensazione di essere su una giostra. Ma de “La grande bellezza”, sinceramente, posso parlare solo come spettatore. E come spettatore sono tra coloro che l’hanno amato molto, ecco. L’Assalto è una cosa del tutto diversa. E’ un film per la televisione, coi tempi e le economie televisive, un film cresciuto con l’amore e la bravura di Ricky Tognazzi, e nel quale il mio personaggio era invece centrale. Mi sono divertito, mi sono sentito molto amato sul set e spero di aver fatto un buon lavoro. In più c’erano Diego Abatantuono e Ninni Bruschetta, oltre a Camilla Semino Favro che già conoscevo bene, tutte persone con cui lavorare è stato un piacere immenso. E poi, è stato un bel film, che ha avuto molto successo e mi ha permesso di lavorare su un personaggio doppio e ambiguo, e quindi molto stimolante».

C’è sempre credo un momento in cui un attore, capisce di andare nella giusta direzione, di essere sul binario giusto: a lei quando è successo, in quale occasione?  «Mi succede ogni tanto, sono brevi istanti di chiarezza che capitano in mezzo a un sacco di dubbi. Di solito mi accade quando faccio teatro con la mia compagnia, quando scrivo, quando progetto. Quando sono artefice di quello che faccio, insomma, e non dipendo da nessun altro. Allora mi sento nella giusta direzione».

Ci racconta brevemente i suoi esordi? Quando hai capito che il cinema, la recitazione, sarebbero entrati nella sua vita? E’ una passione nata con lei o inculcata da qualche esempio o modello di riferimento? «Sono figlio di una insegnate di matematica e di un ingegnere. Mio padre -che è napoletano- mi faceva vedere le cassette col teatro di Eduardo quando ero piccolo e io, per dirla tutta, mi annoiavo. Questo per dire che no, non c’era nessuna predisposizione, anzi! Ora, trent’anni dopo, sarei pronto io a tartassare i miei figli, se ne avessi, con i DVD di Eduardo, che amo più di chiunque altro. Credo di fare teatro (il cinema e la televisione sono capitati, fino ad ora) perché è un mestiere compatibile con la mia curiosità, inquietudine, con la mia voglia di migliorarmi e di continuare a mettermi in gioco fino alla fine, e col mio desiderio di continuare a conoscere e studiare il mistero del mondo e dell’essere umano. E poi, a livello più terra terra, è un mestiere bellissimo. Un gioco per cui si è pagati (sempre meno, per la verità). E si incontrano un sacco di persone affascinanti e mai scontate. Credo che a far teatro ci siano i migliori e insieme i peggiori esseri umani della terra. Che c’è di meglio?».

L’incontro che le ha cambiato la vita, professionalmente? «Quello con Lino Musella. Il mio socio ed il mio più caro amico. Con lui scrivo, dirigo, interpreto, progetto. Abbiamo una compagnia che ha i nostri nomi, la Compagnia Musella Mazzarelli. Quasi tutto quello che so nel mio lavoro, lo devo all’incontro con lui. Non so se mi ha cambiato la vita, ma è l’incontro che ha cambiato, e continua a cambiare, me».

C’è un giorno sul set che ricordi con maggiore affetto, che identifichi come un momento importante della tua attività di attore?  «Posso dire che sul set di Vallanzasca, con Placido, Kim Rossi Stuart, Filippo Timi, Paz Vega e Francesco Scianna , avevo un po’ di vertigini. Ho capito allora quanto il cinema può essere affascinante, ma anche pericoloso. Dà dipendenza, non c’è dubbio. E’ stata la prima volta che ho pensato: ecco, ce l’ho fatta! Naturalmente non era vero! Non è mai vero e non lo sarà mai. Ma quello l’ho capito solo dopo».

Cinema e giovani: come vede, da addetto ai lavori, questo rapporto. Si fa abbastanza per coltivare i giovani talenti nel nostro Paese, per sostenere le idee nuove, gli emergenti?  «Giovani o non giovani, siamo un paese assurdo. Sono ancora convinto che non ci sia al mondo un altro paese capace di produrre il talento che si produce in Italia. Solo che non c’è neanche un altro paese così cieco nel distruggerlo, soffocarlo, lasciarlo morire di inedia, quel talento. Questo siamo. Croce e delizia. Io non sono tra coloro che se ne andranno all’estero, comunque. Preferisco vivere a contatto con talenti mezzi disperati o quasi sconosciuti, come capita qui tutti i giorni, che con artisti appena mediocri sistemati comodamente sui loro troni di plastica, come magari capita altrove. Certo, scherzi a parte, sarebbe meglio se questo paese cominciasse a premiare chi produce bellezza, cultura, arte, pensiero…invece non accade. E’ così e basta. E poi io non guardo più la televisione, e quindi mi evito di vedere tutti gli imbecilli che infestano la vita del paese dal piccolo schermo, trattati magari come degli idoli. Se la guardassi, probabilmente avrei un’idea ancora più negativa di questo paese. Ma mi fa male, non ce la faccio».

Quali sono il principale difetto ed il principale pregio del cinema italiano? «Quello che ho appena detto. Produciamo ancora più talento di tutti. Ma siamo del tutto incapaci di valorizzare e proteggere il talento che produciamo».

Progetti in  corso? Prossimi lavori?  «Quest’anno, per ora, tanto teatro. Amleto, Il malato immaginario, gli spettacoli della mia compagnia. Ho 6 spettacoli che si alternano per tutta la stagione. Sarà un anno intenso. Poi spero ricapiti anche una bella occasione al cinema, prima o poi».

Il ruolo che ancora non ha interpretato e che vorrebbe interpretare? «So che si sta preparando un film su Tiziano Terzani. Ecco, se devo spararla grossa, dico che un ruolo de genere, per mille ragioni, sarebbe un sogno».

A chi vuole dire grazie oggi? «Sarò banale: alla vita, che continua a regalarmi amore e salute».

Il suo augurio al cinema italiano? «Auguro al cinema italiano di tornare ad essere quello che era 50 anni fa. Abbiamo i talenti per essere di nuovo lassù in cima. Dobbiamo solo crederci».

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