agosto 23, 2014 | by Emilia Filocamo
Paolo Triestino racconta i suoi esordi, la collaborazione con Carlo Verdone ed il suo amore per il teatro

Ancora una volta Ravello diventa trait d’union imprevedibile ed improvviso con un personaggio famoso: l’intervista al noto attore Paolo Triestino, attore innanzitutto di teatro e consacrato dal teatro da Gabriele Lavia e   poi sicuramente noto per i film in cui ha recitato sempre come “familiare” di Carlo Verdone, due volte come fratello ed in una come cognato, parte da due punti lontanissimi, me e lui che si incrociano appunto a Ravello. Appena accenno alla Costiera Amalfitana, Paolo Triestino mi conferma di conoscere bene questi posti, e non solo per fama, ma per essere stato nel cast dell’ultimo film di Siani, Si accettano miracoli, girato appunto fra Scala e Sant’Agata dei Goti. Lui stesso ha girato ad Amalfi e a Scala e ricorda perfettamente la bellezza dei nostri posti: l’intervista, dunque, diventa all’improvviso più agile e familiare. E poi, splendido, decidiamo di darci del tu.

Paolo, il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud: puoi darci una tua definizione di Sud? «Incredibile, non è la prima volta che rispondo a questa domanda ed è un tema che mi sta molto a cuore, avendo origini calabresi da parte di padre. Ci ho fatto addirittura uno spettacolo, un monologo in cui interpretavo un custode, il custode dei Bronzi di Riace che decide di venderli alla ‘ndrangheta. Così, il mare, che ha portato e ha fatto affiorare questa meraviglia, decide di riprenderseli. E’ una storia a metà fra realtà e magia. Il sud è questo: contraddizione, spesso drammatica.   Pensiamo ad esempio ad una terra come la Calabria con bellezze storiche e paesaggistiche incredibili e poi con i killer che girano ed eseguono delitti. Ma il sud è soprattutto altro: è tutto ciò che è potenzialmente meraviglioso ma che non si concretizza, è la meraviglia in potenza e non in atto.  Il sud è lacerazione e trasferendo la definizione su noi stessi è quella parte di noi, della nostra anima che ha il meglio di noi e che, per pigrizia, non viene fuori. E’ la meraviglia in potenza che per vari motivi non emerge».

Perché il cinema? Voglio dire, come hai iniziato questa carriera, ci racconti i tuoi esordi? «Certo, mia madre recitava in una filodrammatica e da lei è venuta sicuramente la passione, guardandola, ammirandola. Ho cominciato a recitare quindicenne in parrocchia e poi a 16 anni ho interpretato Ponzio Pilato nella Passione di Cristo e da quel momento non mi sono più fermato».

Come è nata la tua collaborazione al fianco di Carlo Verdone? «Io e Carlo abbiamo recitato in tre film diversi: Viaggi di Nozze, Gallo Cedrone e poi, più recentemente, Il mio miglior nemico. In tutti e tre interpretavo 2 volte suo fratello ed in uno suo cognato, ne Il mio miglior nemico, ed in tutti e tre ero sempre un cornuto, forse Carlo mi vede così! – Ride – No, a parte gli scherzi, tutto è cominciato con Viaggi di Nozze, Carlo Verdone cercava un attore per il ruolo di suo fratello e gli fui proposto dal suo aiuto regista. Ricordo che io e Carlo leggemmo insieme la parte e Carlo mi disse “Perfetto, sei tu!” Spero di lavorare ancora con Carlo, perché è stata un’esperienza eccezionale».

La prima persona che ha creduto in te e che ti ha incoraggiato in questo mestiere? «Da mia madre ho ereditato la passione per questo mestiere, ma i miei non mi hanno mai incoraggiato, anzi volevano che facessi altro. Essendo consapevoli delle difficoltà economiche per gli attori di teatro ed abituati a non vedere i teatri pieni, prevedevano per me un futuro fosco, di pochi guadagni, mio padre poi è stato un poliziotto, un poliziotto calabrese. Mia sorella è stata comunque la prima a sostenermi e a credere in me, dopo me stesso».

Come spieghi il grande successo della fiction in Italia? E’ una tendenza del gusto degli spettatori oppure l’alternativa ad un cinema che non offre molto? «Lo dico senza mezzi termini: spiego questo successo con la lobotomizzazione degli spettatori, con la pigrizia delle persone. Le fiction ripetono in continuo gli stessi concetti, come se ipnotizzassero lo spettatore o lo ritenessero un cretino. Le cose ci vengono spiegate 50 volte, le stesse cose, e parlo adesso da spettatore e non da attore. Le fiction straniere, invece, sono più dinamiche ed hanno una considerazione del pubblico diversa, non ripetono le stesse cose. Questo, secondo me, è triste e devastante».

Qual è secondo te il più grande pregio ed il più grande limite del nostro cinema? «Il limite del nostro cinema è forse quello di non avere il coraggio di puntare in alto perché quando invece questo guizzo di ambizione affiora, ne vengono fuori capolavori come La Grande Bellezza, un affresco epico, una storia epica, o come La migliore offerta.  Il nostro cinema ed il teatro, sono come due mamme, offrono varietà e cibi di tutti i gusti. Dovremmo solo imparare ad essere più ambiziosi, a puntare in alto».

Credi che in Italia si faccia abbastanza per sostenere i talenti, i giovani di talento? Ci sono chances sufficienti? «Io credo che in questo momento storico non ci siano chances per nessuno e non è un discorso riservato solo ai giovani anche perché quando c’è talento, la strada per proseguire si trova. Di sicuro oggi i giovani, rispetto a quando ho iniziato io, hanno molte più possibilità, oggi con pochissimo, anche con un Iphone puoi girarti un film e se ci riflettiamo bene, esistono anche dei concorsi   in cui   presentare queste opere, penso ad esempio a quello indetto da Spike Lee. Io stesso ho finito di girare pochi giorni fa la puntata pilota per una serie che andrà su SKY con un budget davvero limitatissimo. Una cosa del genere era assurda ed impensabile prima, quindi si, in questo senso i giovani oggi sono molto più fortunati. E’ il momento storico a non essere propizio, se pensiamo che negli anni ’60 si giravano centinaia di film all’anno ed oggi si arriva a stento a farne 60 o 70, abbiamo un’idea. Certo ci sono altri Paesi che offrono tante possibilità e dove con 100 euro giri il   tuo film e hai la possibilità di farti conoscere e di promuovere la tua opera».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Quello con Gabriele Lavia a 21 anni, con lui ho lavorato per ben 6 anni. Io non ho frequentato l’Accademia di Arte Drammatica perché non mi hanno preso ma la scuola con Lavia, sul campo, è stata fondamentale anche perché mi prese per uno spettacolo che registrò il sold out per settimane ed in cui le persone tornavano a vederlo anche più volte. Un’esperienza unica. Certo una volta che poi sono passato al cinema, ho avuto difficoltà davanti alla macchina da presa, perché il modo di lavorare è completamente diverso. Ma il teatro, dove adesso sono spesso al fianco di Nicola Pistoia, è una scuola incredibile».

I tuoi prossimi progetti? «Il 1 settembre sarò in scena con Scacco Pazzo, un nuovo spettacolo da cui è stato tratto anche un film. La regia della prima edizione era curata dal grande Nanni Loy, adesso tocca a noi e puoi immaginare l’emozione e la responsabilità».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Sicuramente a mia madre, perché lei mi ha trasmesso per prima questa “malattia” per la recitazione».

E il tuo ultimo pensiero prima di andare a letto? «Cosa farò domani? Sai, non sono uno di quelli che ama fare bilanci serali, sono molto pratico e ho mille cose da fare, sono uno di quelli con i post-it sempre in giro sul comodino per poter ricordare tutto, oppure mi mando degli sms, anche se poi, al mattino, dimentico di essermeli inoltrati da solo e mi faccio sempre la stessa domanda: ma chi mi ha scritto un sms a quest’ora?». 

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