ottobre 18, 2014 | by Emilia Filocamo
«Patrick Swayze mi ha insegnato come affrontare un dialogo complesso». A tu per tu con l’attore Jay Disney

C’è un aspetto del mondo del cinema e dello star system, magari che non è legge o regola, ma che sto scoprendo poco alla volta e con grande gioia. Un aspetto che forse contraddice l’immagine di una realtà fatta di sgomitate, concorrenza magari sleale, e di treni presi a discapito di altri ed in tempo giusto. C’è uno star system fatto di collaborazione, in cui le stelle più e meno note dello stesso firmamento, si “ aiutano” e promuovono a vicenda e con grande, sincera generosità. L’intervista all’attore Jay Disney arriva appunto grazie a questo passaparola targato Hollywood e star. E’ Danny Woodburn, splendido protagonista di Ninja Turtles, di Biancaneve con Lily Collins e Julia Roberts, oltre che di tanti altri film a fare da ponte fra Jay Disney e Ravello Magazine. Scopro così un attore di talento ma concreto, cresciuto con gli esempi di grandi nomi, da Ledger a Swayze ma anche consapevole quanto studio e talento siano fondamentali nel suo lavoro, certo molto di più di un bel fisico e di un bel viso, che non guastano, ma non bastano e, soprattutto, consapevole di quanto il destino, l’alternanza della sorte e della fama, possano minare alla base un mestiere tanto affascinante quanto fragile. Jay, fra un set e l’altro, un impegno e l’altro, riesce a dedicarmi con estremo garbo un po’ del suo tempo e partiamo da una curiosità che mi accompagna sin dal nostro primo contatto.

Jay, ti faccio una domanda a cui credo tu abbia dovuto rispondere innumerevoli volte: riguarda il tuo cognome. C’è qualche parentela fra te ed il grande Walt Disney? «Diciamo che ho passato la mia vita a rispondere a questa domanda, questo succede a chi possiede un cognome importante ed insolito. E’ il mio vero cognome comunque e da quanto ne sappia, non c’è nessuna parentela con Walt Disney. Il mio ceppo familiare emigrò nel Maryland, che allora era una colonia britannica, intorno al 1750, invece credo che la famiglia di Walt Disney arrivò nella metà del 1880 in Canada e poi negli Stati Uniti, quindi non c’è alcuna connessione fra di noi, a meno che, andando indietro negli anni, non la si trovi in qualche modo. Il nome Disney ha comunque origine in Francia, dalla piccola città della Normandia chiamata Isigny – sur -MER, se sei di Isigny allora tu sei d’Isigny che anglicizzato diventa Disney».

Come è iniziata la tua carriera, voglio dire quando esattamente hai capito che il mondo del cinema era la tua vita, il tuo destino? «Ho cominciato a teatro, come molti degli attori, ma mi sentivo frustrato perché le mie capacità erano sempre troppo piccole per il palcoscenico. Ho dovuto imparare come rendere tutto più grande per il teatro, sebbene non mi sia mai sentito connesso emozionalmente o intellettualmente con queste tecniche, che avvertivo false. Le mie insegnanti di recitazione erano solite dire “ Quello che fai sarebbe grandioso per un film, ma non è abbastanza per il teatro”. Io assolutamente apprezzo l’abilità di un attore di teatro, la sua tecnica, ma per il mio tipo di creatività, i film sono il posto perfetto in cui posso mettere il cuore perché è una dimensione minimalista e la macchina da presa prende ogni attimo e, di conseguenza, l’attore deve essere in quel momento credibile al cento per cento. Quando sono davanti alla macchina da presa, mi sento a casa, so cosa sto facendo e sento che sto facendo la cosa giusta. Ogni cosa è al suo posto. Non ho la stessa sensazione sul palcoscenico, anche se sono in una grande produzione e sto lavorando bene. Non c’è una scelta da fare. Se qualcuno mi offrisse un ruolo da protagonista a teatro ed un ruolo secondario al cinema, non avrei esitazioni, sceglierei il film».

Perché fai spesso la parte del killer? C’è qualcosa nel tuo modo di recitare o nel tuo viso che ispira questo? Sono curiosa «Mi viene da ridere nel rispondere, perché per me per primo questo rimane un mistero. Per natura io sono tranquillo e meditativo, mentre i ruoli che mi danno probabilmente riflettono qualcosa che è seppellito nella mia coscienza. Ma c’è tanto piacere e divertimento nell’essere capace di esprimere il lato oscuro di una personalità ottenendo questo tipi di ruoli; sono assolutamente piacevoli perché ti permettono di uscire fuori dai confini di ciò che sei tutti I giorni. Ma, in verità, sarei ugualmente a mio agio nell’interpretare un prete. Non so, forse è per il modo in cui guardo la gente che mi offrono questi ruoli. Ricordo che alcuni mesi fa   ero con un gruppo di attori, ad un certo punto mi chiesero per quale tipo di ruoli generalmente venivo preso. Io risposi assassini, gente disturbata psicologicamente e qualcuno mi disse: Ascolta, non prendertela, ma si, ti ci vedo benissimo!».

Il tuo primo ruolo importante in un film? «Questa è una domanda difficile a cui rispondere, perché generalmente non ti rendi conto dell’importanza di ciò che fai, fino a quando non l’hai fatta. Se trasformiamo la parola importante in centrale, allora la situazione è diversa, perché centrale è meno generale e più personale. Ed è più facile e certo più divertente parlare di ciò che è personale. Ho fatto un film, intitolato Citizen in the Temple, non uscito ancora, in cui io, sorpresa, interpreto un delinquente e in questa fiction fantascientifica, mi sentivo totalmente a mio agio con quello che il regista richiedeva.Nel film The Man of Limited emotional means, ho affrontato una sfida diversa perché interpretavo la vita di un padre realmente esistito ed interpretare un personaggio reale porta sempre con se molte difficolta. Così sono stato il Louisiana, ho incontrato il figlio, la figlia ,i nipoti ed i parenti dell’uomo che interpretavo e prima di iniziare a girare ho dovuto ascoltare dai suoi parenti come era nella vita di tutti i giorni, come si muoveva e come interagiva con gli altri. E alla fine sono stati proprio loro a dirmi che, in qualche modo, con il mio modo di recitare, lo avevo riportato in vita. Era come durante le riprese mi fossi impossessato di lui e questo è qualcosa di estremamente centrale, personale perché ho interpretato qualcuno che era completamente diverso da me».

Quale è stata la prima persona a credere nel tuo talento, il tuo primo fan? «Il mio primo fan? Non ne ho idea. Essendo dell’Ariete sono estremamente testardo ed orgoglioso e credere in me stesso è fondamentale. E non è egocentrismo ma solo consapevolezza che questo è un mondo difficile in cui sopravvivere e, pertanto, devi avere estrema fiducia in te stesso».

L’incontro che ti ha segnato professionalmente? «Questa è un’altra domanda difficile perché ho incontrato tanta di quella gente. La prima persona comunque che metterei in cima alla lista è James J. Lawless che era un attore di teatro e che ricordo una volta mi disse “ Sii gentile con tutti quando sei al top perché in un modo o nell’altro incontrerai quella stessa gente quando le cose andranno nel verso opposto” Questo fa capire quanto sia incerta la mia professione. Poi guardare il compianto Heath Ledger che recitava è stato incredibile. Patrick Swayze, invece, mi ha insegnato come affrontare e rendere credibile un dialogo. Io cerco sempre di imparare da tutti sul set».

Il giorno più bello sul set e quello peggiore? «Ci sono stati tanti bei momenti sul set ma penso che ho avuto una vera e propria folgorazione quando ho lavorato sul set del Cavaliere Oscuro. In uno dei giorni di riprese a Chicago, stavamo girando la scena di un party: Joker, appunto interpretato da Heath Ledger, entra nella festa e terrorizza gli ospiti. Io non recitavo in quel momento ma stavo guardando la scena dall’esterno, come se fossi stato al cinema o a teatro. All’improvviso cominciai a sentire la gente intorno a me che bisbigliava quanto fosse stato grandioso Heath Ledger in quella scena. Io però non riuscivo a capire cosa ci fosse di così straordinario anche perché tutto quello che vedevo mi sembrava bizzarro e privo di senso, poi andai su uno schermo e vidi quello che le macchine da presa stavano riprendendo e capii. Ci sono due livelli di comprensione di un film e il modo migliore ed unico per comprendere il talento di un attore è quello di guardarlo sullo schermo. Il giorno peggiore, invece, è stato quando lavoravo ad una serie televisiva e all’improvviso una delle guest star ha iniziato a urlare insulti omofobi contro un altro attore. Ecco, essere presente a quella scena, mi ha fatto sentire male».

Quali sono state la parte più complessa e più bella del tuo lavoro? «C’è una sorta di romanzo popolare intorno all’essere attore: la vita è tutto glamour, ricchezza, lusso, ogni cosa è ai tuoi piedi . Ma la realtà è tutta un’altra: si lavora tanto, ci sono tanti ostacoli ,ore ed ore per ottenere lo shot migliore, la magia del momento. E poi c’è bisogno di tanto allentamento. Stare su un set, specie se hai un ruolo principale, può significare rimanere lì anche più di 16 ore a fare la stessa scena da varie angolazioni. E devi ricordare tutto di ogni singola scena, di come l’hai fatta un istante prima: ho preso la tazza con la mano destra o sinistra? A che punto ho abbassato gli occhi? E cose di questo genere. Ma, nonostante tutta questa fatica, la soddisfazione è dare il meglio di me, è un onore essere scelto per portare in vita un personaggio, per renderlo reale. E sarebbe altrettanto grandioso vedere che i risultati, un giorno, supereranno le mie aspettative».

Che genere di ruolo vorresti interpretare in futuro? «Mi piacerebbe forse un film in costume, storico, qualcosa che mi permetta di pensare e vestire in maniera diversa, magari girato in Europa».

Ti squilla il cellulare: dall’altra parte del telefono c’è il regista che ami e che ti vuole per il suo prossimo film. Di chi si tratta? «Non ho dubbi: Pedro Almodovar, è incredibile. O anche Ang Lee, con cui andavo al college anni fa ma di cui purtroppo ho perso I contatti».

I tuoi prossimi progetti? «Fra poche settimane partirò per New York per girare un film e poi sono stato scelto per due episodi in una web serie. Poi chi lo sa?».

Cosa suggeriresti ad un giovane che vuole cominciare il tuo mestiere? Cosa bisogna fare e, soprattutto, cosa non bisognerebbe fare mai? «La cosa più importante da ricordare nel mestiere di attori è che non si tratta di una cosa personale, soggettiva, ma che è un business. Per quanto poi riguarda me stesso, io non amo essere al centro dell’attenzione, parlo di gossip, pubblicità, paparazzi e cose di questo genere, sono stanco degli attori che concentrano tutta la loro carriera sull’attirare l’attenzione e che non hanno nulla da dire se non si parla di loro. E ugualmente importante è riconoscere, saper riconoscere i propri punti di forza e le proprie debolezze. Non è da egoisti o narcisi dire chiaramente che si è perfetti per un ruolo da killer, se davvero si è bravi in quello, così come ci sono altri ruoli che vanno lasciati ad altri attori perché sono più bravi. Bisogna lasciare le chances anche agli altri, non si può pretendere di saper interpretare tutto. Il più grande peccato in questo business è mancare di gentilezza, non ci sono scuse per questo».

La bellezza, credo, sia un aspetto importante del tuo lavoro, ma per un attore che è alle prime armi, è importante o sbagliato concentrarsi solo sull’aspetto esteriore? «La bellezza è effimera, è un valore momentaneo, anche se spesso viene enfatizzata. E poi oltre alla bellezza il pubblico cerca altro, cerca il talento. La bellezza è una buona carta da giocare, che ti può aiutare, ma che sicuramente non nasconde la mancanza di talento o l’incapacità di recitare».

Puoi dire grazie a qualcuno, chi scegli? «Mia moglie,che mi ha sostenuto in tutta la carriera».

Come ti vedi fra venti anni? Sarai ancora un attore o magari un regista? Ci pensi mai a cosa vorresti essere in futuro? «Ho difficoltà a guardare di qui a 2 anni, figurati fino a 20! Se sarò ancora in vita e al lavoro, tanto meglio, perché lavorare come attore è il mio unico obiettivo. Non ho mai pensato a diventare un regista, di certo non un regista di teatro, ma di cinema potrei esserlo, e credo che sarei anche molto competente. Il mio obiettivo è semplice: lavorare. Non ho smania di vincere dei premi perché per me la soddisfazione più grande è fare un buon lavoro. Certo, i complimenti fanno piacere a tutti, aiutano, chi non li vorrebbe? Ma preferisco pensare che ho lavorato con passione e che ho fatto tutto quello che c’era da fare. Quindi nel mio futuro vedo questo: la recitazione ed il rispetto che mi sono guadagnato per aver lavorato duro. Se lavori come si deve, è certo: il risultato sarà chiaro e visibile sul grande schermo».

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