novembre 9, 2014 | by Emilia Filocamo
Peppino Mazzotta, il Fazio di Montalbano, “In un’epoca digitale, mi porto dentro un’esperienza da contadino del sud”

Il Sud è un codice, un simbolo, un profumo, un ricordo, una strada, una provincia, un’identificazione ed un’accezione. Il sud è nella carne, incuneato come un rostro, lucido come un sigillo,  sta nello sguardo, nel tono della voce, è Ottobre che sembra luglio, è la sera lattiginosa e senza cattiveria, è una campagna con i muretti a secco a farle da dentiera, sono mucche e sono spiagge, è il colorito ambrato e la voglia di raccontarsi, è un ragazzo che viene da una famiglia semplice, abituato a stare in campagna e ad amarla. Solo che quel ragazzo ha qualcosa in più, ha talento, ha volontà, bellezza, lo sguardo intelligente e vispo, l’irrequietezza che hanno i grandi, incapaci di accontentarsi. L’attore Peppino Mazzotta, attore di teatro, straordinario interprete dell’ispettore Fazio nel celebre Commissario Montalbano e ancora più straordinario Rocco nel film Anime Nere, nell’orario, le 12.30, in cui al Sud, è forse troppo presto per pranzare e quasi il momento  giusto  per cominciare però a pensare a cosa mangiare. Di una gentilezza che sin dal primo contatto mi ha spiazzata, con quel tono garbato di voce, la “sua” finalmente e senza alcuna inflessione sicula, modulata sul proprio dialetto originario, quello calabrese, che ricorda il suo personaggio più noto e con quella pacata intelligenza di chi non deve convincere nessuno, solo dire ciò che pensa. Sinceramente vorrei trattenerlo con una marea di domande ma so che non sarebbe il caso e che devo accontentarmi di questa occasione rara e splendida.

Chi è Peppino Mazzotta e come nasce la passione per la recitazione? Ho cominciato da giovane, andavo all’Università e a Palmi, in Calabria, ho cominciato a frequentare un’Accademia di teatro che allora era davvero importante perché si tenevano corsi di livello molto alto ed era frequentata da maestri e da grandi nomi, era un po’ in Italia una sorta di magnete che attirava il meglio del teatro. Poi in quel periodo avevo un amico che mi invitò a provare con lui, a seguire i corsi, così lasciai l’Università e al secondo anno di Accademia, mentre ancora studiavo, fui scelto già per dei ruoli e cominciai già con le prime tournee. Questo per quanto riguarda il teatro. Per quanto riguarda invece il cinema e la tv, tutto è avvenuto un po’ per caso perché Alberto Sironi, il regista di Montalbano, venne a vedermi a teatro e mi propose di fare un film. All’inizio gli risposi di si, ma poiché le riprese coincidevano con una tournee teatrale rifiutai. Sinceramente mi aspettavo che lui, dopo il mio rifiuto, si dimenticasse di me. Invece non fu così, perché l’anno dopo mi ha ricontattato ed è cominciata l’avventura di Montalbano.

 

Ecco, tu arrivi dal teatro: ritieni che effettivamente il teatro garantisca qualcosa in più ad un attore? Io credo che l’attore sia un insieme di tante cose e di tante esperienze, molte di queste si imparano a teatro, altre al cinema e in tv. Di sicuro, se non si è fatto un percorso adeguato, al cinema si può riuscire ad interpretare un ruolo, ma dovrà essere un ruolo congeniale e molto simile a quello che si è nella realtà, quindi sostanzialmente un ruolo che ci somiglia perché nel momento in cui all’attore, privo di un percorso formativo e di esperienze adeguate, si offriranno ruoli disparati, diversi, quell’attore risentirà della cosa ed avrà difficoltà. Un attore invece che ha una formazione più completa e complessa, può calarsi in ogni ruolo, è più duttile, malleabile. Sicuramente un attore con meno esperienza può riuscire facilmente al cinema ed essere anche bravo, il confronto con il teatro è più complicato, e difficilmente reggerà il palcoscenico.

Anime nere, il film in cui interpreti Rocco, uno dei tre fratelli, gli altri sono Marco Leonardi, nel ruolo di Luigi, e Fabrizio Ferracane, in quelli di Luciano, è un film forte, splendido. Come è iniziato tutto e come sei arrivato a quel ruolo? Beh direi che la genesi è stata piuttosto curiosa perché Francesco Munzi, il regista, ha lavorato al casting per un anno e mezzo e ciascuno di noi ha dovuto sostenere almeno 7 provini e nelle situazioni più diverse. Io dovevo avere il ruolo di Marco Leonardi, ed interpretare Luigi e Fabrizio Ferracane doveva essere Rocco, il ruolo che poi è andato a me, e non Luciano. Ma nell’ultimo incontro Munzi ha avuto questa intuizione e ha ribaltato tutto, ha scelto per me la parte di Rocco e per Fabrizio Ferracane quella di Luciano. Il fatto che ci siamo incontrati tante volte ancora prima che i ruoli ci fossero effettivamente affidati, ci ha dato la possibilità di confrontarci e di conoscerci meglio, di capire anche meglio la parte che andavamo ad interpretare. Poi è arrivato il giorno fatidico e siamo partiti per le riprese, era novembre dell’anno scorso.

Tu sei calabrese, ma come siete stati accolti nei luoghi delle riprese e quale è stato il rapporto con la popolazione? Siamo stati bene, abbiamo girato ad Africo e nei dintorni, e molta gente faceva parte del film sia come comparsa, come tecnici o come trasportatori che ci portavano in montagna a girare alcune scene. Certo è stato faticoso perché abbiamo girato in inverno, in una zona impervia, con un grande freddo e ci svegliavamo davvero prestissimo per trovare la luce giusta, al cinema ci si sveglia già presto sempre, per noi è stato ancora peggio. Sento di dire che questo film, viste tutte le vicende e le tribolazioni che hanno interessato la produzione, è stato portato a termine grazie alla grande determinazione di Francesco Munzi che, nonostante una gestazione travagliata, ha creduto fino in fondo a questo meraviglioso progetto. E mi dispiace, a volte, sentir parlare di cinema di qualità, di cinema d’autore e poi vedere che magari un film d’autore come Anime Nere, resta solo 10 giorni al cinema perché sostituito da un film di animazione o da un film straniero. Questo è un po’ la cartina tornasole per come viene valutato il cinema d’autore nel nostro Paese perché ci si lamenta, ma poi non vengono sostenuti i grandi autori.

Il pubblico ormai ti identifica completamente con il famosissimo ispettore Fazio del Commissario Montalbano. Fazio è un uomo delicato,  intelligente e riservato. Cosa ami di questo personaggio che hai interpretato e continuerai ad interpretare e cosa non ti piace di lui? Direi che ormai l’identificazione è completa perché davvero ad un certo punto quasi le identità si confondono. Fazio è un personaggio letterario, è un uomo onesto e assolutamente positivo, Camilleri nel delinearlo con il suo grande talento, ne ha fatto appunto un elemento positivo ma senza correre il rischio di cadere nella retorica. Montalbano, ad esempio, ha delle debolezze, Fazio no, rappresenta un punto totalmente buono. E in questo posso dirti che mi piace tanto anzi, io rispetto a Fazio posso dire di avere più di qualcosa in meno.

L’incontro che professionalmente ti ha segnato? Ce ne sono stati tanti ma quello con Toni Servillo è stato un po’ la bussola di tutto. Ho cominciato a lavorare con lui che ero molto giovane e non mi riferisco solo a quello che mi ha insegnato, ma anche al suo modo di lavorare, alla dedizione estrema e al suo non accontentarsi mai. E’ stato uno sprone eccezionale, quando lavori per tanto tempo, magari hai anche dei problemi e vedi che uno come Servillo si sforza e fa tanto, pensi allora che puoi farlo anche tu. In un momento in cui questo mestiere rischia di essere distrutto e per vari motivi, è bello vedere e conoscere, confrontarsi con artisti che lo vivono in maniera così seria, autentica e sentita.

Sei un uomo del Sud: in che modo la componente meridionale ti ha influenzato nel tuo lavoro e nella tua carriera? Cosa significa per te essere un artista del sud?  Non lo so, sinceramente non so cosa sarei stato se fossi nato al nord. Sono calabrese ed un uomo del Sud non solo per ragioni geografiche, ma anche di famiglia: sono figlio di contadini, gente semplice, e provengo da un mondo quasi ancestrale, fatto di valori, di passioni. E sono legato a questo mondo. In un’epoca digitale, io mi porto dentro un’esperienza da contadino, fino ai 19 anni ho lavorato nei campi, ho pascolato le mucche, e se racconto una cosa del genere ad un ragazzo di oggi, non credo che avrà la capacità di intendere quel modo di vivere. Però è qualcosa che dentro ti lascia una traccia indelebile, che gli altri avvertono, sentono; ti modifica e modifica la percezione che il mondo all’esterno ha di te. Già solo il fatto che siamo quasi a metà Ottobre e sembra ancora estate, il fatto di poter ancora andare al mare mentre altrove fa freddo o piove, non so, già questo ti plasma e ti cambia  e modifica il tuo modo di essere e di porti agli altri.

I tuoi prossimi progetti? Ce ne sono diversi, intanto sto lavorando ad un progetto teatrale molto complesso che mi auguro abbia vita il prossimo anno, poi ho due cose in ballo, in particolar modo un film da girare fra gennaio e febbraio e poi fra marzo ed aprile cominceremo le riprese dei nuovi episodi del Commissario Montalbano. In genere la gestazione fra le riprese e la messa in onda dei nuovi episodi è sempre di tre anni e mezzo o quattro, quindi i tempi sono ormai maturi e la nuova serie andrà in onda nel 2016.

Nonostante le numerose repliche, Montalbano continua ad essere ancora seguitissimo. È vero, proprio qualche sera fa notavo che una replica ha raggiunto il 26% di share, un risultato che non hanno nemmeno i prodotti nuovi. Certo, magari si rischia una sovraesposizione perché siamo sempre là, sullo schermo, ma alla gente piace.

Hai mai avuto un piano B nella tua vita? Se non fossi diventato un attore oggi saresti? Sai da ragazzo ero un po’ turbolento: mi sono iscritto al conservatorio per studiare corno e l’ho abbandonato, mi sono iscritto ad architettura e non ho proseguito, poi ho lasciato il calcio, ho sempre avuto tanta curiosità e tante passioni ma l’unica dove sono andato a fondo è la recitazione, quindi effettivamente il mio destino non poteva che essere questo.

Qualche rimpianto? Si, forse di non aver terminato il Conservatorio, mi sarebbe piaciuto diplomarmi e anche suonare, ma il destino ha preso una piega diversa.

A chi vuole dire grazie oggi Peppino Mazzotta? Ringrazio i miei genitori innanzitutto perché, nonostante siano persone semplicissime, hanno avuto l’intelligenza e l’apertura mentale per capire i miei desideri e sulla base di questo mi hanno sempre sostenuto e non è stato facile per loro. Questo conferma il fatto che la saggezza non coincide mai con la cultura, la loro saggezza si è manifestata sotto tutti i punti di vista. Quindi ringrazio loro e ringrazio poi tutte le persone che mi hanno permesso di fare un percorso rapido perché hanno creduto in me e mi hanno dato delle opportunità. E ringrazio me stesso per la costanza e la forza di volontà che ho messo in questa passione, nonostante le difficoltà del nostro settore, la competitività estrema, ho avuto la forza di perseverare, sempre.

A questo punto l’intervista si chiude, e mentre chiedo a Peppino Mazzotta del materiale fotografico con cui corredare le sue splendide parole, tengo per me un desiderio che mi pulsa dentro dall’inizio dell’intervista: quello di sentire, anche solo per un attimo, la voce di Fazio che enumera al Commissario Montalbano una delle sue tante liste anagrafiche dei sospettati con tanto di nome, cognome, luogo e data di nascita.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Peppino Mazzotta a Venezia intervistato dal TG3 parla di Anime Nere

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654