giugno 29, 2014 | by Emilia Filocamo
“Per fare bei film ci vuole coraggio”. l’occhio del regista Antonio Baiocco sul cinema italiano

In un pomeriggio come tanti, complice Antonio Baiocco, regista venuto dal mondo della tv con la passione per il cinema nel sangue, riesco a sorridere ed a ridere grazie ad una carrellata di domande a cui appunto Baiocco risponde senza mezzi termini e, soprattutto, con estrema sincerità ed in maniera diretta. È un’intervista sui generis già dalle prime battute perché non riesco a paragrafare tutte le mie domande ed a disporle secondo un ordine numerato: Antonio Baiocco è vivace ed inarrestabile nelle risposte, a volte malinconico, a volte sembra quasi che sconfini nell’essere totalmente disincantato ma poi, ecco che il suo invito a sognare, perché “il cinema è sogno”, diventa più forte di tutto e, soprattutto, riempie l’intervista di una sana positività, quella stessa che lui lamenta come spesso latitante nel cinema di casa nostra.

Signor Baiocco, può raccontarci i suoi esordi e come ha capito che il cinema sarebbe stato il suo destino? Vengo dal mondo della televisione, ho cominciato lì e per otto, nove anni non ho fatto altro. Poi ho lasciato la televisione per il cinema ed i film sono venuti in rapida successione. Adesso tutte le mie energie ed i miei sforzi sono praticamente concentrati per l’uscita del mio thriller “The Red Death”, una produzione italo – irlandese. Il film, che sarà girato in inglese, con musiche del maestro Marco Werba, avrà un cast di grande spicco ed internazionale, con Cillian Murphy fra gli altri, partner di Johnny Depp in the Transcendence e anche attore in Batman. È una storia particolare, che ricorda un po’ i Fiumi di Porpora e che spazia dai giorni nostri ai Templari, alla leggenda del Sacro Graal. Spero ci dia belle soddisfazioni sui mercati internazionali.

Secondo lei qual è il più grande pregio del cinema italiano? E quale il suo più grande difetto? Il cinema italiano è estremamente talentuoso, non dimentichiamo che noi abbiamo insegnato a fare cinema a tutto il mondo. Il problema è che la mancanza di finanziamenti spesso diventa quasi un alibi. La paura di non poter realizzare il proprio film finisce con il mortificare ed inibire la creatività. Quando cominci a scrivere un film e pensi che magari non otterrai i soldi di cui hai bisogno per sostenerlo, ti senti inevitabilmente irretito. L’altro problema è riuscire a realizzare un prodotto internazionale. Non è facile realizzare un prodotto che valica i confini nazionali, troppo spesso si rimane come impantanati in alcune categorie di film, pensiamo ai cine-panettoni. Dovremmo tornare a realizzare gialli, western, anche film storici! Spingere verso la varietà, il pluralismo.  Anche la mancanza di un vero e proprio star system ci penalizza. Pensiamo a George Clooney, lui arriva dalla televisione e ad un certo punto, quando ha deciso di passare al cinema, ha totalmente dimenticato la televisione. In questo modo il cinema americano mantiene l’idea del sogno, dell’attore intoccabile e che puoi vedere solo al cinema, nei grandi film, nelle produzioni milionarie e sai che quell’attore è irraggiungibile proprio perché non ti “bombarda” contemporaneamente anche in tv. Una sovraesposizione di un attore è sempre un rischio.

Ci spieghi meglio? Per dare un’idea di questo mio pensiero penso a quando sono stato a New York, a gennaio. A Times Square i grandi schermi pubblicitari obbligano quasi il passante a camminare con il naso per aria, dunque a guardare in alto. Noi, no, non lo facciamo, guardiamo in basso. E questo esempio che potrebbe sembrare banale, rende perfettamente la nostra differenza di vedute: c’è chi punta in alto e chi no. Vorrei che i produttori italiani osassero di più, e che si debellasse un po’ anche il campanilismo, come spesso dico i sottotitoli non funzionano al cinema. È  poi importante fare in modo che i Festival del Cinema non siano solo delle belle kermesse ma che abbiano un mercato, pensiamo a Cannes ed a Berlino, funzionano perché hanno un mercato. Non solo un’immagine, e questo sarebbe fondamentale anche da noi a Venezia.

L’incontro che le ha cambiato la vita? Direi che non esistono una persona ed un momento precisi che mi hanno cambiato la vita. Ciò che mi ha cambiato la vita è stato il mio amore per il cinema: ad un certo punto, lavorando in tv e anche da spettatore, ho sentito forte l’esigenza di raccontare delle storie mie. Ecco, quello è stato il momento di svolta.

Il giorno più bello sul set? Antonio Baiocco ci riflette un attimo, poi si lascia andare ad un racconto bellissimo. Ero sul set di Passaggio per il Paradiso, giravamo nel Comacchio. La protagonista era Julie Harris. Ad un certo punto, stavo leggendo Repubblica e su due pagine trovo una foto in cui lei era abbracciata a mostri sacri come Marlon Brando e James Dean. Io mi sentivo a disagio, mi chiedevo cosa avrei mai potuto raccontare di me ad un’attrice del genere. Eppure lei era di un’umiltà incredibile, si comportava sul set come se fosse stata alle prime armi. Ecco, questo mi ha fatto capire che spesso gli attori più talentuosi, sono proprio quelli più umili e che non smettono mai di mettersi in discussione. Ricordo che disse addirittura all’assistente del produttore “Forse Antonio non è ancora sicuro di me” Lei, capisci? Un’attrice del suo calibro. Insomma si metteva ancora in discussione. Il risultato è stato la nascita di un’amicizia molto forte. Ricordo che l’ultimo giorno a Roma ci siamo abbracciati ed abbiamo pianto. Eravamo una squadra, sul set c’era armonia. Una sintonia perfetta.

Ci può raccontare de Il Mercante di stoffe con Sebastiano Somma? Come è nato questo progetto e perché la scelta di Sebastiano Somma? Il progetto è nato sostanzialmente dall’esigenza di raccontare una storia d’amore non solo complicata, cosa che magari poteva essere un cliché, ma addirittura estrema. Un amore combattuto fra un occidentale ed una donna islamica è di per se uno stimolo a riflettere. Sebastiano Somma era perfetto non solo da un punto di vista televisivo  ma anche per preparazione, non dimentichiamo che si tratta di un attore di teatro. Nel tempo, nonostante lo scetticismo iniziale di qualcuno, la scelta si è rivelata giusta. Ricordo che in prima serata a Rai 1 abbiamo ottenuto 14 milioni di telespettatori e anche quando il film è passato in seconda serata, piuttosto recentemente, abbiamo ottenuto un risultato lusinghiero. Troppo spesso ci sono pregiudizi, specie da parte di una certa categoria di critici e giornalisti, nei confronti degli attori televisivi.

 

Il tema di quest’anno del Ravello Festival è il Sud: può darci una sua definizione di Sud? Sono stato da poco in Sicilia e riflettevo proprio su questo e cioè su quanto il Sud sia una terra piena di fascino, di magia ma, allo stesso tempo, guardata con un po’ di  riserva e tenuta quasi a distanza. Insomma ne siamo attratti e respinti al tempo stesso. Paragono il Sud ad un uccello splendido ma con le ali troppo deboli per alzarsi in volo.

Esiste un lavoro fra tutti quelli che ha realizzato a cui è più legato? Sono legato a tutti indistintamente. Sicuramente ci sono stati film riusciti meglio ed altri riusciti meno, ma non ne rinnegherei mai nessuno, così come non potrei mai avere preferenze: sarebbe come avere una preferenza fra due figli.

Da addetto ai lavori qual è la principale differenza fra cinema e tv? Non è una risposta semplice da dare, anche perché la differenza è davvero sottile. Se pensiamo ai prodotti televisivi come quelli realizzati dalla HBO, per esempio, lì la differenza è davvero minima. Una serie come Boardwalk Empire è estremamente costosa, paragonabile ad un film. Un altro successo televisivo come Il Trono di Spade, sarebbe ad esempio perfetto anche al cinema. Poi c’è tutta una serie di prodotti che non potrebbe mai uscire dalla tv ed andare al cinema e poi, purtroppo, ce ne sono tantissimi che non dovrebbero andare né in tv né al cinema.

C’è un film, anche del passato, di cui avrebbe voluto essere stato il regista? Ce ne sono tantissimi. Sicuramente C’era una volta in America, un capolavoro, anzi perfino di più di un capolavoro. E poi spesso penso che ci sono tanti film che hanno fatto gli americani e che avremmo potuto fare noi: se penso al Gladiatore ad esempio, quella è la nostra storia, la nostra cultura, e  l’hanno realizzato loro. Troppo spesso il cinema italiano è monocorde, non va oltre un certo limite e non prova a sognare. È questo il limite maggiore.

I suoi prossimi progetti? A parte The Red Death, adesso sto lavorando ad un altro film che sarà ambientato a New York, una vicenda particolare che racconterà un giovane Verdi ma fuori da qualsiasi cliché e sarà raccontata da un dj di una radio sfigata. Il film ha diverse componenti, dall’amore alla musica, da quella rock alla classica.

La persona a cui vuole dire grazie oggi? A mamma, sempre! Ride. No, scherzi a parte, a tutti gli amici e ai familiari che mi hanno supportato sempre. In questo mestiere essere incoraggiati è fondamentale.

Non ha nominato dei colleghi però. Come mai? Sai è un problema del nostro cinema non essere in grado di fare più squadra: una volta esistevano le collaborazioni fra registi, penso a De Sica ed a Zavattini. Adesso fare l’aiuto regista sembra quasi un mestiere denigrante. Io sarei onorato di essere aiuto regista di un regista che ammiro e che trovo talentuoso. Le sinergie non esistono più, ognuno si isola e questo fa male al nostro cinema, malissimo. Ecco il mio augurio per il cinema italiano è proprio questo, che si torni ad usare l’immaginazione: quando in una sala cinematografica le luci si spengono per due ore o poco più, l’unica regola è sognare. 

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