maggio 24, 2014 | by Emilia Filocamo
“Per fare gli attori bisognerebbe cominciare sempre dal teatro”. Andrea Daz, attore divenuto produttore esecutivo, ci spiega il mondo del cinema

Ho “scoperto” Andrea Daz poco a poco, intendo in termini di amicizia e professionali e questa scoperta mi ha dato la gioia di imparare tanto, di guardare il mondo del cinema e del teatro da un’angolazione diversa, fatta di consigli, aneddoti, di esperienza, di talento. Tutto è iniziato con qualche domanda e con quella sua risposta, una sorta di campanello di allarme, che mi ha messa in guardia, quando Andrea ha sottolineato che stava “seguendo” il Festival di Cannes da lontano e non era presente in sede. Così, come spesso mi accade, mi sono incuriosita, e ho voluto saperne di più e quel di più è stata come una porta aperta su una “biblioteca” di storie e di personaggi, come la bocca di un forziere stracolmo. Andrea Daz debutta come attore di teatro in lavori importanti, lui stesso diventa regista, ha un blog ArtDaz e fa il produttore esecutivo, cerca locations, sceneggiature. È un segugio al servizio delle case di produzione, partecipa ai maggiori festival di cinema nazionali e non: ecco spiegata la misteriosa connessione con Cannes.

Andrea tu hai iniziato con il teatro. Credi che il teatro sia un’anticamera necessaria ad ogni attore? Cosa offre il teatro ad un artista che è imprescindibile? Ho iniziato col teatro, il mio debutto è stato come attore nel fortunato “Testimone d’accusa” del 1992 diretto da Giorgio Iannucci e come regista, anche se all’epoca studiavo cinema a Milano, sempre in teatro. Con alcuni compagni di corso formammo un gruppo teatrale e pieni d’entusiasmo proponemmo i nostri lavori. Il primo spettacolo professionale da regista è stato “Il Pubblico” (1994) tratto da Federico Garcia Lorca a cui è seguito “Mahagonny”, tratto invece da Brecht, e tanti altri. Secondo me il teatro conferisce disciplina, serietà, puntualità, precisione. Si vede subito se qualcuno ha iniziato col teatro oppure con la televisione, è molto più professionale, tenace, ma anche intuitivo, capace di rapportarsi alle difficoltà, capace di improvvisare sul testo, nel senso migliore del termine. Tutti dovrebbero cominciare facendo teatro e anche andare a vedere spettacoli teatrali con frequenza.  

Ma come hai iniziato questa carriera? Quando hai capito che il cinema era nel tuo destino? Il cinema è sempre stata la mia grande passione, per molti anni solo come cinefilo, quindi nel ruolo di spettatore-critico. Ho partecipato alla stagione d’oro delle Fanzine, le antenate dei vari Nocturno e Film tv, scrivevo su Alienante, Dropout, Tritacarne, fanzine specializzate sul cinema di genere, molto prima di Tarantino e prima che il cosiddetto cinema di “serie B” fosse sdoganato. Quindi ho cominciato ad inserirmi nel mondo del cinema non più solo da spettatore quando ho cominciato a frequentare il Mifed di Milano, simile al Marchè di Cannes. Lì ho cominciato a capire che il cinema non è fatto solo di attori e registi, ma che ruota intorno ad una grande macchina, ad un’industria, nella quale ciascuno riveste un ruolo specifico.

La prima persona che ti ha sostenuto? Insomma, il tuo primo fan? Oltre al mio maestro di teatro, Renzo Casali, scomparso recentemente e a Raul Manso, di cui ho seguito alcuni laboratori di teatro e che mi ha permesso di conoscere un mondo e che mi ha aperto la mente, devo ringraziare anche Sergio Serafini, attore e regista, purtroppo anche lui scomparso, che ho conosciuto al Mifed e che è stato il primo ad avere fiducia in me e ad incoraggiarmi. All’epoca lavoravo come assistente alla regia di varie produzioni che c’erano a Milano, ed è stato lui a consigliarmi di affiancare a questa sorta di tirocinio, la formazione di un gruppo teatrale di mia creazione. Uomo di cinema che aveva lavorato in mille film e mille ruoli, e che poi negli ultimi anni si era spostato nella televisione, mi ha dato consigli preziosissimi. Avendo fatto un percorso circolare che cominciato dal cinema, è andato al teatro e poi ancora al cinema, Serafini è stato colui che mi ha fatto decollare. Quando vado al Lido di Venezia per il festival, mi viene in mente che ci andavamo insieme.

Cosa rende un attore o un regista indimenticabili? Per quanto riguarda un attore la fotogenia, innanzitutto. Ci sono uomini e donne bellissimi che tuttavia non sono fotogenici ed altri che, invece, sembrano essere illuminati di luce propria. E poi aggiungo la capacità di cambiare fisicamente e di adattarsi alla pelle del personaggio in modo tale che lo spettatore non veda più l’attore, ma solo il personaggio interpretato. Certo, questo è molto più complicato per attori molto noti, ma alcuni come Harrison Ford o De Niro, ci riescono perfettamente. Per quanto riguarda un regista, sicuramente il regista indimenticabile è colui che crea qualcosa di importante. Un esempio è “La Grande Bellezza”, un film forse per tanti aspetti sopravvalutato, ma che ha lasciato negli spettatori una traccia, un segno, infatti uscendo dalla sala, ci si ripensa, se ne parla. Ecco, questo credo sia importante, essere originali senza essere bizzarri, saper fondere il commercio con l’estro e l’ispirazione artistica.

Cosa ti piace del cinema italiano e quale pensi sia la pecca maggiore? Ci sono dei problemi pratici, ovvero i film italiani stanno riscuotendo scarso successo in sala, la fatidica soglia del milione di euro è superata da pochi e al di fuori della qualità degli stessi, questo è un fattore preoccupante. Il pubblico si sta allontanando dal nostro cinema, fatta eccezione per alcuni casi, come “La Grande Bellezza”, appunto. Poi c’è un altro fattore importante: il nostro cinema si è un po’ rinchiuso in se stesso, stereotipandosi in determinati filoni: la commedia sentimentale, il comico buffonesco. Alcuni registi che vanno per la propria strada, come Pupi Avati o Marco Bellocchio poi, tendono ad utilizzare sempre gli stessi attori. Questo, secondo me è un errore, perché alla lunga, lo spettatore distratto, si stanca di vedere sempre le stesse facce. D’altro canto esiste un cinema indipendente vivace e di qualità: io stesso ricevo dvd, corti e demo che mostrano un notevole talento non solo dei registi e degli attori, ma anche dei tecnici che vi lavorano. Ecco, forse bisognerebbe scoperchiare e dare visibilità a questo cinema “underground” per aiutare il cinema italiano.

Mi hai parlato del Festival di Cannes e del fatto che lo stai seguendo “a distanza”. Potresti spiegare ai lettori di Ravello Magazine di cosa ti occupi adesso esattamente? In un certo senso sono tornato alle origini, a quello che vedevo fare da ragazzo quando frequentavo il Mifed: mi occupo di compravendita di film, sceneggiature, locations, in altre parole sono produttore esecutivo. Di solito vado ai festival per conto di una casa di produzione americana che quest’anno non ha avuto modo di partecipare e sto seguendo Cannes tramite Linkedin e Facebook. Tuttavia per consolarmi penso che se anche in questo momento fossi a Cannes, sarei rinchiuso nel Marchè con il mio computer, anche se andarci da turista e senza un obiettivo preciso, non ha molto senso. Sto inoltre portando avanti anche un progetto mio a cui tengo molto, una fusione tra cinema e teatro che si chiama “Journey to the West” ed è tratto dal celeberrimo “Viaggio in Occidente” più conosciuto come “Lo Scimmiotto” un classico della letteratura cinese che ha ispirato molti film e anche cartoni animati come Monkey e la prima serie di Dragon Ball. La particolarità di questo film è che è girato in interno con delle scenografie in studio, qualcosa che ricorda molto Dogville di Lars Von Trier, un progetto insomma molto particolare, quasi una sorta di sfizio artistico poco costoso, proprio in un ambiente dove non si fa altro che parlare di soldi.

Fra tutte le persone che hai conosciuto nell’arco della tua carriera, chi ti ha dato di più in termini umani e non solo professionali? Ce ne sono state tante di persone, alcune simpatiche, altre meno. Se devo fare un nome, non ho dubbi: Nino Manfredi, mi ricordo che mi ha incoraggiato tantissimo e che scherzava chiamandomi “piccoletto”. Per la cronaca, io sono alto un metro e 94. Quando mi capita di rivedere un film con lui o di sentire una canzone con la sua voce calda ed ironica, ripenso a tante belle situazioni del passato. Gli anni della gavetta sono di certo i più belli per un artista, quando poi si comincia ad entrare davvero nel mondo dello spettacolo, tutto diventa routine e purtroppo si perdono quell’entusiasmo e quell’ingenuità.

Ci parli delle tue esperienze sul set di Nirvana o di Segreti di Stato? Set molto spettacolari, con grande impiego di mezzi, grosse produzioni con tempi di riprese e pause lunghissime, Salvatores sempre zen, gentilissimo e paziente con tutti. Su “Segreti di stato” ho un aneddoto divertente: una scena che nel film si vede troppo poco, ha creato un problema di ordine pubblico a Milano, in Via Vittor Pisani doveva esplodere una bomba, solo che la “finta” bomba era stata confezionata troppo bene e quando è deflagrata, è successo di tutto, sul posto è arrivata la polizia vera e per un istante non si distinguevano i poliziotti veri da quelli finti. Ne parlarono anche i giornali nei giorni successivi. Splendido è stato lavorare con Ferrara, esempio di un cinema di altri tempi, una delle più belle persone che ho avuto la fortuna di incrociare. 

Non credi che oggi al cinema si arrivi con eccessiva facilità? Voglio dire molti attori sono magari catapultati dai reality al mondo del cinema e delle fiction. Non credi che in questo si perda un processo necessario di formazione e preparazione? Come dicevo prima per fare gli attori bisognerebbe cominciare con il teatro, così non si userebbero a sproposito le parole attore e attrice. Questi ragazzi e queste ragazze sono molto belli, arrivano alle fiction o ai film senza cambiare postura, voce, ma interpretando se stessi, basterebbe chiamarli interpreti e non attori. Mi è capitato di incontrare molte di queste ragazze che in realtà volevano essere solo conosciute, anche ottenendo un ruolo come vallette. L’importante è distinguere le due cose, in questo non c’è nulla di male. Chi vuole davvero recitare, guarda caso comincia dal teatro, sempre. 

Credi che il successo delle fiction in Italia che ormai incollano agli schermi tanti spettatori, sia dovuto ad un impoverimento della proposta cinematografica e televisiva? In realtà bisogna fare una distinzione necessaria: esiste un pubblico serale che guarda le fiction e non va mai al cinema. Io, ad esempio, guardo tantissima televisione, soprattutto film e telefilm, ma mai le fiction. I giovani di oggi poi sono un discorso a parte. Per loro il cinema è youtube, torrent e se li senti parlare ti dicono “ieri ho scaricato un film”. Davanti alle fiction sta un certo tipo di pubblico a cui i pubblicitari cercano di rivolgersi. 

Quali sono i tuoi modelli come attori o registi? Hai qualcuno a cui ti ispiri particolarmente? Mi piacciono i registi che riescono ad organizzarsi intorno un team di lavoro, come Coppola, Ridley Scott o George Lucas e Roger Corman. In genere sono anche produttori ed organizzatori del lavoro, è il cosiddetto uomo di cinema di cui si parlava una volta. Certo, questa è una visione molto americanizzata del cinema, forse perché lavoro tanto con loro e quindi sono un po’ influenzato.

Se potessi scegliere un film, anche del passato, in cui recitare, quale sceglieresti e perché? È un film di qualche anno fa, ma è già un cult movie ed è “Un’ottima annata” la parte interpretata da Russel Crowe mi piace tanto e mi sarebbe piaciuto fare quel ruolo. In generale molti mi dicono che somiglio a George Clooney, che però ha dieci anni più di me, ed infatti i suoi ruoli mi piacciono tanto. Però sono stato attore solo nella prima parte della mia carriera, poi mi sono spostato dietro le quinte.

Il partner o la partner con cui hai lavorato e con cui sei entrato in sintonia maggiore? I ragazzi con cui ho realizzato le performance negli anni 2004-2005 a Milano, Bergamo e Torino, un gruppo eterogeneo ma funzionale, con cui si è creata un’intesa perfetta.

Ti occupi anche di produzione, il tuo ultimo lavoro? Suspicion”, un progetto anglo-americano per cui sono produttore esecutivo. È innovativo ed interessante, anche se la sceneggiatura è ancora in fase embrionale.

Come ti rapporti al cinema americano? Cosa ha più del nostro e cosa non potrà mai avere? Sinceramente preferisco il cinema americano, fatta eccezione per il cinema italiano degli anni d’oro. Mi piace come gli americani fondono estro, marketing, inventiva ed organizzazione del lavoro. Non è nella tecnica che ci superano, perché i tecnici italiani sono i migliori del mondo, ma è nella originalità e professionalità.

A chi senti di dire grazie oggi? A tutte le persone che mi hanno dato basi e consigli, come Serafini, Casali e tanti altri, a chi crede in me e mi propone lavori nuovi come il DuoSIFA di Milano, associazione che mi ha invitato a tenere una masterclass sul cinema in una biblioteca milanese. A tutte queste persone sento di dover dire grazie.

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